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lunedì 12 ottobre 2015

#libri: Coming soon...

Oggi niente articoli, ma solo un piccolo assaggio di quel che sarà: ecco il mio "bottino di guerra" dopo un pomeriggio trascorso a "Portici di carta", la manifestazione che trasforma i portici delle vie centrali della splendida città di Torino in un percorso fatto soltanto di libri, vecchi e nuovi, usati o freschi di stampa, per tutti i gusti, le tasche e le età:


Ecco alcune delle letture che mi (e vi) accompagneranno  nelle prossime settimane, di cui vi proporrò recensioni e letture approfondite. 
   Stay tuned! ;)  

venerdì 9 ottobre 2015

#viaggi: Egeria, ovvero l'archetipo della donna libera

Ieri vi ho parlato di una donna straordinaria, la scrittrice e giornalista inviata di guerra Oriana Fallaci, un esempio di coraggio, forza e caparbietà che suscita in me profonda stima e ammirazione.
   Oggi voglio proseguire su questo filone femminile raccontandovi di un'altra grande donna, vissuta nel quarto secolo dopo Cristo, un tempo così remoto che, soltanto a parlarne, facciamo già fatica a immaginarlo.

Questa è la storia di Egeria, uno spunto che mi ha fornito il noto gossipparo Alfonso Signorini in un suo editoriale, uno che, sotto l'apparenza frivola e leggera, ogni tanto qualche perla la tira fuori, pescando nella sua formazione accademica.

Si tratta della prima, vera femminista della storia: una viaggiatrice in solitaria, una donna appartenente all'antica nobiltà della Galizia, conservatrice regione della Spagna, una che avrebbe potuto trascorrere la sua beata esistenza tra balli, luculliani banchetti, feste sfrenate, divertimento e abiti lussuosi, il tutto contornato da un'adorante servitù.
   Sì, ma guardiamo anche il rovescio della medaglia: la corte impone una rigida etichetta, la libertà di una donna, all'epoca, era ancor più limitata che ai giorni nostri e, nel complesso, l'indipendenza era forse una parola sconosciuta nel vocabolario femminile, anche in quello di una nobile.

Fatto sta che, un bel giorno, la nostra Egeria decise di farsi preparare un cavallo e un mulo da uno stalliere e, armata soltanto di fede, coraggio e di un'insopprimibile voglia di libertà, partì alla volta della Terra Santa.
   Sola, completamente sola, attraverso la Spagna, la Francia, l'Italia, verso Costantinopoli e,infine, nella splendida Gerusalemme.
   Una piccola, grande donna, indifesa ma evidentemente non troppo, che è riuscita a fronteggiare briganti e malintenzionati, facile preda di uomini senza scrupoli che avrebbero potuto mangiarsela in un sol boccone.

Ma lei ce l'ha fatta: ha raggiunto la sua meta, e ci ha lasciato un diario (che DEVO avere nella mia libreria personale, ormai è diventata una mission) dove racconta le sue avventure, le sue esperienze, gli usi e costumi con i quali è entrata in contatto, le popolazioni incontrate, una versione rosa (anche se non amo molto questo termine) del Milione di Marco Polo.

Ho anche visto una sua raffigurazione: occhi profondi, scuri, malinconici. Occhiaie ben marcate. Un naso lungo, capelli riuniti quasi a crocchia, un giro di collana di pietre verdi attorno al collo. Bellissima.



Egeria ha compiuto un viaggio, un percorso che è durato ben tre anni, altro che Pechino Express. Per carità, lo guardo e mi piace anche, ma viaggiare con tanto di troupe e telecamere annesse 24h non fa testo, siamo capaci tutti, Barale e Yari Carrisi compresi.



Oltre all'indubbio coraggio, Egeria possiede anche il ritmo del narratore essenziale, compie un viaggio straordinario e lo descrive con efficacia minimalista:

"Arrivammo ad un luogo dove i monti, attraverso i quali stavamo andando, si aprivano e formavano una valle immensa che si estendeva a perdita d’occhio, tutta pianeggiante e molto bella, e oltre la valle appariva la santa montagna di Dio: il Sinai".

Una donna moderna nei tempi più arcaici del Cristianesimo, proprio in quegli stessi anni in cui dottori come Gregorio di Nissa, teologo e vescovo greco, sconsigliavano i pellegrinaggi perché "ponevano a repentaglio la purità", soprattutto (avevamo dei dubbi in proposito?) delle donne.

Ma Egeria non vi ha dato ascolto: una donna che è un esempio per tutti noi, così contemporanea proprio perché ha viaggiato per il piacere di viaggiare, per il gusto della curiosità, per il bisogno della scoperta.
   Chapeau, splendida Egeria, ce ne fossero di donne come te.

giovedì 8 ottobre 2015

#libri: Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato

A volte mi guardo intorno e vedo mie coetanee con prole annessa, ragazze anche più giovani di me che, non appena vedono un bimbo piccolo, vanno letteralmente in brodo di giuggiole; io stessa vengo da una famiglia piuttosto numerosa (tre figli, al giorno d'oggi, non sono pochi).. eppure, ad oggi, io non ho mai sentito il desiderio concreto di avere figli, non avverto, al momento, questo bisogno, né ora, né nell'immediato futuro. Non so se lo avvertirò mai.

E mi sono sempre chiesta: ma la maternità è una scelta o, anche se siamo ormai nel XXI secolo, un dovere? Nel 2015, se una donna decide di non avere figli, è considerata una "diversa"? 
   Normalmente, quando si vede una coppia non giovanissima senza figli, viene subito da pensare che uno dei due partner sia sterile, e mai che possa essere una scelta di vita condivisa e, soprattutto, condivisibile. 
   Attenzione, il mio non è certo un intervento a favore della "non-maternità", niente affatto. 
Ma soltanto un dubbio che ho sempre nutrito dentro di me, come quello sulla fede (ma questa è un'altra storia). 


Giusto un paio di giorni fa ho finalmente trovato un parallelo con i miei quesiti esistenziali nell'ultimo libro che ho letto, "Lettera a un bambino mai nato", di Oriana Fallaci.
   Una figura femminile che mi ha sempre affascinata ma che, non so nemmeno io per quale motivo, non ho mai avuto modo di approfondire. 
Una donna della quale mi sono "innamorata" all'istante, una donna decisa, che non ha mai avuto timore di dire la propria, un modello femminile forte e contraddittorio al tempo stesso, fragile e intensa, come tutte noi, del resto. 
   "Lettera a un bambino mai nato" è stato scritto nel 1975, un periodo storico difficile, dove la rivoluzione sessantottina  aveva già lasciato i segni del suo passaggio, ma l'emancipazione femminile era ancora lontana (e anche oggi non siamo certo molto più avanti), e per questo assume una connotazione ancor più straordinaria, una modernità sconcertante.

"Temo che dovrai abituarti a simili cose. Nel mondo in cui ti accingi ad entrare, e malgrado i discorsi sui tempi che mutano, una donna che aspetta un figlio senza essere sposata è vista il più delle volte come una irresponsabile. Nel migliore dei casi, come una stravagante, una provocatrice. O un'eroina. Mai una mamma uguale alle altre."

A quante donne, di fronte a una gravidanza fuori dal matrimonio, da affrontare completamente sole, sarà venuto il dubbio, quel terribile dubbio, di portarla a termine o meno? A tutte, o quasi, credo, ma in poche hanno avuto il coraggio di ammetterlo, oppresse da una società che giudica, si erge a paladina di diritti esistenti soltanto sulla carta. 
   "Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel Tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio", cantava il buon Faber. Parole sante, 

Leggendo questo monologo interiore, questa sorta di flusso di coscienza senza filtri e senza tabù, ho provato una gamma di emozioni veramente infinita: la sorpresa di fronte all'annuncio di una gravidanza inaspettata, la difficoltà di prendere la decisione più importante della propria vita, l'ammirazione per il coraggio e la forza che soltanto una donna può avere, l'emozione del racconto, della sensazione di una vita che cresce in un ventre materno, narrata con assoluta semplicità e concretezza, "il patire" dei dettagli fisici e fisiologici di una gravidanza difficile, il dolore della perdita, che vena tutto il racconto, come si preannuncia già dal titolo. 
   Un bambino mai nato, morto ancor prima di nascere, tenuto ostinatamente in grembo da una donna che, a costo di affrontare il rischio della setticemia, non riesce a staccarsi da quella creatura così poco cercata ma altrettanto desiderata. 

Oriana, in questo doloroso racconto a tratti autobiografico, ci mostra come la maternità non sia un dovere ma una scelta, non ne esclude la bellezza, anzi la esalta, ma a modo suo: un modo brusco, quasi a non voler ammettere la gioia, e i momenti di debolezza. 
   Perché troppo spesso alle donne non è concesso di essere se stesse fino in fondo, per la serie "L'avete voluta l'emancipazione? E ora arrangiatevi", quindi dobbiamo diventare delle Wonder Woman del mondo reale, mostrarci dure quanto gli uomini, indipendenti, inossidabili. 
   A noi è richiesto il doppio della fatica, per legittimare la nostra presenza nel mondo del lavoro, nella vita sociale, anche nelle più piccole facezie quotidiane. 
   Ma per che cosa poi? Cosa dobbiamo dimostrare, e a chi soprattutto? 

La Fallaci ha avuto il grande merito di porre l'accento su queste tematiche ancora fortemente attuali, di sottolineare come l'idea di un mondo giusto ed equo sia ancora così lontana: "Ma è proprio il caso che tu esca dal tuo nido di pace per venire quaggiù?", chiede alla sua creatura in fieri, instillando il dubbio anche in una giovane e prematura vita, trasmettendo le sue ansie, che sono poi quelle di intere generazioni. 

Un inno al pessimismo? No, un inno alla vita, un inno alla morte, un inno all'amore, parola tanto odiata dall'autrice quanto teneramente sottintesa e cercata in maniera spasmodica per tutta la vita. 

"L'amo con passione la vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere: il regalo dei regali. Anche se si tratta d'un regalo molto complicato, molto faticoso, a volte doloroso."

Mi sono ritrovata con gli occhi lucidi alla fine di questo libro, per la veridicità di ciò che contiene, e per il modo schietto con il quale ce lo racconta. 




La mancata connotazione della protagonista principale risulta fondamentale: ci permette di identificarci con quella donna e le sue difficoltà, diventiamo tutte quella donna, metafora del mondo femminile, metafora universale. 

Qualcuno l'ha definita un'opera femminista; non saprei. Se esprimere il dramma delle donne di oggi e di ieri di fonte alla propria vita, ai rapporti con l'uomo, con il proprio corpo e la propria coscienza e volontà, allora sì, siamo tutte femministe,  
   Ma non di quelle che bruciavano i reggiseni in piazza, per carità: ma di quelle che hanno lottato, e lottano, per la propria vita e i propri diritti, osteggiate all'inverosimile e per questo ancor più forti. 

"Lettera a un bambino mai nato" è un'opera letteraria di inestimabile valore, mi disgusta chi vuole ridurla semplicemente a uno scritto pro o contro l'aborto.
   È incredibilmente semplice, eppure così rivoluzionaria, questa visione sulla gravidanza, ma soprattutto sulla nuova vita che essa porta con sé: ogni nuova creatura appartiene soltanto a se stessa, non alla madre, né al padre, né alla società che la accoglierà. 
   Il compito della madre (non il dovere, che è diverso) è quello di donare la vita ma soprattutto la libertà al proprio figlio, la madre diventa così una portatrice sana di vita, di speranza, di coraggio, di dolore e di verità, che sono poi gli elementi essenziali che costituiscono l'essere umano.

... In fondo, io non so se avrò figli, o meno: so soltanto che sarà una mia scelta, libera, consapevole, istintiva o ponderata che sia. 

mercoledì 7 ottobre 2015

#arte: Francesco Casorati, Invenzioni di segno e immagine

Se avete occasione di recarvi in Alessandria, prossimamente, allora non potete proprio perdervi una capatina presso il suggestivo Palazzo Cuttica, in via Parma 1, nel cuore del centro storico alessandrino, sede di un'interessante mostra dedicata a Francesco Casorati, figlio del celeberrimo Felice, intitolata "Invenzioni di segno e immagine" (aperta fino al 31 gennaio 2016, sabato/domenica/lunedì dalle ore 15.30 alle ore 19.30). 




Una mostra proposta dal Gabinetto delle Stampe Antiche e Moderne del Museo Civico di Alessandria, incentrata su un periodo storico preciso, quello che va dal 1952 al 1963, un decennio particolarmente intenso per la produzione dell'artista torinese. 
   All'interno dell'esposizione troverete una ricca produzione calcografica, tre dipinti su tela e quindici litografie, tre partizioni ben integrate tra loro curate da Paola Gastaldi, una dimostrazione della continuità e, allo stesso tempo tempo, della varietà espressiva di Casorati.
   Un forte sperimentazione grafica, visibile anche nelle due rarissime gipsografie (incisioni su lastre in gesso con stampa in piano), "Leggenda" (1952) e "Paesaggio animato" (1958), insieme alle rispettive matrici. 

Tra i temi prediletti, Battaglie, Barconi, Officine, Teatrini, e l'onirica "Caccia alla Luna", scene fantastiche di un immaginario affascinante, un aspetto ludico che si carica di suggestione, un universo dal tratto deciso, alternato a tocchi di leggerezza unica, per un artista che, come da lui stesso dichiarato in più di un'occasione, si è sempre ispirato ai quadri di Paul Klee, grande (re)inventore di immagini archetipiche e mitiche. 

Delle architetture che, specialmente nell'opera "Costruzione fantastica" (1953), mi hanno ricordato le vertiginose geometrie di Escher, una sovrapposizione di piani assolutamente arbitraria e originale mentre, in opere quali la già citata "Caccia alla Luna" (1960), "Paesaggio animato" (1962), "Fiume" (1962) e addirittura "Natura morta su cassettone" (1962), si scorgono suggestioni quasi metafisiche, dove il tema ricorrente della Luna che si specchia sull'acqua, o su un paesaggio naturale ma dagli accenti inverosimili, fa da filo conduttore ad una narrazione di forte impatto emotivo. 




Insomma, un piccolo gioiello che val la pena di visitare, e mi raccomando, non perdetevi anche una visita all'interno del Museo Civico stesso, che contiene numerose testimonianze del passaggio napoleonico sul suolo alessandrino e del periodo risorgimentale, ma anche reperti di età romana provenienti dall'antica Derthona (oggi Tortona), con una selezione di epoca paleocristiana in ottimo stato di conservazione. 

martedì 6 ottobre 2015

#Expo: appunti di viaggio di una scettica cronica...


Ebbene sì, dopo mille indecisioni, tentennamenti, difficoltà di organizzazione e dubbi amletici, anch'io sono approdata ad Expo Milano 2015.
   Devo dire che, fin dal principio, ho nutrito qualche dubbio sul fatto di recarmici o meno, forse influenzata dalle continue polemiche e dagli scandali avvenuti durante le fasi di allestimento, che mi hanno profondamente nauseata.
   L'occasione per riemergere dalle nebbie di degrado e ignoranza che avvolgono il nostro Paese, sprecata e insozzata dalla corruzione di chi aveva come unico compito quello di mostrare al mondo la bellezza della propria terra, peraltro dietro un già lauto pagamento.


Vabbé, polemiche a parte, ho deciso comunque di affrontare l'epica impresa in compagnia di un gruppo di miei prodi: fidanzato e tre carissimi amici, tutti armati di pazienza ed entusiasmo q.b.

   Partendo da Serravalle Scrivia in auto, parcheggiando a Famagosta, cambiando due metro, per un totale di un paio d'ore circa, devo dire che, della dose di pazienza iniziale, un quarto se n'era già andato, ma ho un carattere pessimo, non fateci caso.

Arrivata al mezzanino della metro di Rho, capatina al centro accrediti stampa, dove uno scazzatissimo impiegato mi scatta una (orribile) foto a tradimento e mi prepara un tesserino delle dimensioni di una pizza quattro stagioni: comodo, quando al collo hai già sciarpa e reflex da un paio di chili, e rischi il soffocamento da un momento all'altro. Ma anche questo ci sta, non facciamoci scoraggiare.



Proseguiamo ulteriormente e arriviamo alla coda per entrare, chilometrica ma sopportabile, d'altronde la giornata deve ancora iniziare; a proposito, anche il tempo ce l'ha messa tutta per infastidire la nostra giovane combriccola di turisti d'assalto, con freddo polare per i primi di ottobre, pioggerellina e un leggero vento, molto british ma soprattutto veramente piacevole, come piacevole è stata soprattutto l'ebbrezza del rischio di farsi cavare gli occhi dai distratti vicini di ombrello.

Una volta passati ai metal detector (stranamente non ho fatto suonare nulla), si entra finalmente all'interno di Expo: da lì, il caos.
   Gente a destra, a sinistra, ovunque, e io odio i posti troppo affollati. Dopo 30 secondi mi viene già voglia di fare dietrofront e tornarmene nel mio eremo piemontese.
   Ma no, è proprio quando il gioco si fa duro che i duri iniziano a giocare.
Allora prendiamo una decisione importante, all'unisono: visto che non ce la possiamo fare a sopportare snervanti code già al mattino, appena entrati, perché non girare tutti quei padiglioni che si ergono in mezzo all'oblio collettivo, delle (piccole, e un po' sfigatine) cattedrali nel deserto?

Abbiamo così visitato tutti i cluster della sezione Bio Mediterraneo (Egitto, Libano, Grecia, Serbia, Tunisia, Montenegro, Albania, Algeria, Malta e, ditemi voi cosa c'entra, San Marino), luoghi che esercitano su di  me un fascino ancestrale, ma che mi hanno dato un'impressione di desolazione cocente: banchetti in stile fiera con tanto di venditore insistente annesso, cammello in pura plastica all'interno, pseudo sarcofagi egiziani, la fiera del kitsch.

Almeno affoghiamo la delusione nel cibo: cucina libanese, buona, per carità, peccato che io non digerisca il prezzemolo crudo, e che non ami la menta, ma la prossima volta mi documento meglio sull'arte culinaria libanese, mea culpa.
   A donarmi nuovamente il sorriso ci pensa comunque una degustazione gratuita di pasta alla norma siciliana. Dio benedica la Sicilia.

Dopo i quattro gatti in croce incontrati presso questi piccoli padiglioni, ci immergiamo nel caos dei padiglioni maggiori, e devo dire che qui i miei ricordi diventano più fumosi, nonostante siano passati soltanto 4 giorni: la confusione era tale da farmi andare completamente in tilt, code assurde, gente ferma nello stesso punto da almeno 5/6 ore, roba che mi avrebbero portato via con la camicia di forza dopo molto meno, altrettanta gente totalmente spaesata, occhi vacui, stormi di esaltati con tanto di passaporto per collezionare più timbri possibili, vecchietti da sfondamento che ti fanno entrate di cattiveria che manco Super Mario Balotelli nei suoi momenti migliori.

In questo caos primigenio, riusciamo a visitare, vantando massimo un'oretta di coda, ben 9 padiglioni, ovvero Cile, Romania, Polonia, Mauritania, Maldive, Brasile, Sultanato del Brunei (??), Nepal, Corea. Questo, in gruppo (e sicuramente avrò dimenticato qualcosa).
   Io, in solitaria grazie al mio pass da giornalista che mi ha permesso di saltare alcune code, sono riuscita ad entrare anche nei padiglioni di Austria, Emirati Arabi Uniti e Azerbaigian.

La mia impressione generale? Tutto bello e ben curato, nulla da dire, ma un generale senso di freddezza, di incessante consumismo, e la presenza troppo invadente e costante della tecnologia, in un contesto dove avrebbero dovuto abbondare, invece, le sensazioni a pelle, i profumi, i colori dei vari Paesi.
   Mi aspettavo di trovare tavole imbandite secondo gli usi di luoghi lontani e a me sconosciuti, invece ho visto perlopiù monitor con immagini di appetitose cibarie, led, pixel, marchingegni touch di ogni sorta.
   Sarò all'antica, sarò retrograda, ma a me, le cose, piace toccarle sul serio, non scorrere un ditino su uno schermo dove mi si mostra ogni ben di Dio ma, quando poi mi viene voglia di assaggiare qualcosa, mi tocca andare in un ristorantino gourmet che costa anche un occhio dalla testa.
   Non ci siamo proprio.

Stesso discorso per il padiglione Zero: interessante, bellissimo l'allestimento della parte iniziale, con i suggestivi cassettini della memoria collettiva, improbabile il resto, tutto plastici e animali finti (ma allora è una mania?!).


Dopo l'estenuante girovagare tra i padiglioni, ci siamo buttati sulla mostra curata da Vittorio Sgarbi, "Il tesoro d'Italia": un'oasi di tranquillità in mezzo allo schiamazzo generale.
   Bellissime le opere, di artisti meno conosciuti ma anche di mostri sacri della nostra meravigliosa storia dell'arte, tra cui Tiziano, Mantegna, Ligabue e moltissimi altri, pessimo l'allestimento.
  Lo dico, a costo di beccarmi una miriade di "capra, capra" urlati con schiumante violenza dal Vittorio nazionale.
   Non mi capacito di come un esperto di tale levatura abbia potuto sistemare le opere in maniera tanto sbagliata, alcune, di grandissimo pregio, in zone d'ombra pressoché assoluta, altre con faretti puntati senza pietà, con riflessi che hanno reso alcuni tra i dipinti più belli praticamente impossibili da osservare con l'attenzione che meritano.
   E il criterio? Non cronologico, né regionale, forse, come direbbero i cugini genovesi, il famoso sistema "alla belin di cane"? Sempre infallibile, non c'è che dire.

Per concludere il nostro viaggio, siamo approdati allo momento clou della giornata, il bellissimo Albero della Vita: di grande effetto, per carità, ma non avete visto i miei addobbi natalizi, che riuscirebbero ad oscurare anche l'albero di Central Park a New York. Quindi per impressionarmi ci voleva ben altro.


Tirando le somme su questa Expo, non dico di non essermi divertita, ho visto sicuramente cose belle, assaggiato cibi gustosi e inusuali, trascorso una giornata diversa dal solito, interessante, insomma ne è valsa tutto sommato la pena.
   Tuttavia mi aspettavo non di più, ma qualcosa di diverso, di più genuino: più autenticità, meno tecnologia, o perlomeno ben dosata, più amore per le cose semplici, che alla fine sono sempre le migliori.
   Non mi sono sentita davvero trasportata in nessuno dei luoghi rappresentati nei padiglioni che ho visitato, non ho avuto la sensazione di compiere un viaggio attraverso il mondo semplicemente passeggiando lungo il decumano, mi è mancata l'emozione. E se manca quella, manca tutto. 

lunedì 5 ottobre 2015

#libri: Arianna Cesana, Così vicini

Come ho già fatto più volte, oggi vi voglio parlare di una giovane scrittrice al suo esordio letterario, una ragazza che, indubbiamente, sa il fatto suo: 22 anni, brianzola, una Laurea in Lettere Moderne presso l'Università Cattolica di Milano, una Magistrale in Filologia Moderna in corso e un sogno, anzi due: diventare un'insegnante di Lettere e Latino, e proseguire nella sua carriera di scrittrice.
   Sto parlando di Arianna Cesana che, un paio di giorni fa, mi ha scritto per farmi conoscere il suo primo romanzo, "Così vicini" (Leone Editore), uscito nelle librerie di tutta Italia lo scorso 27 agosto 2015. 
"Il mio sogno è quello di poter far conoscere la mia storia al maggior
numero di persone possibili, sia perché penso che possa essere utile
(affrontando tematiche molto attuali quali la violenza sulle donne, il
bullismo…), sia perché mi piacerebbe condividere la mia esperienza
con altre persone. Dentro di me c’è una voglia incredibile di parlarne
agli altri, di esplicare come la scrittura possa aiutare nella vita di
tutti i giorni (come anche la lettura) e possa essere il miglior farmaco
contro le difficoltà della vita, nonché la miglior cassa di risonanza
delle nostre gioie."

Non potevo certo ignorare una richiesta così appassionata e sincera da parte di una "quasi coetanea"!



 
Tornando al romanzo, "Così vicini" racconta la storia di due ragazzi, Dario, che vive a Firenze, ed Emma, milanese doc. Due storie così simili, e altrettanto drammatiche: famiglie spezzate, solitudine, violenze fisiche e psicologiche subite per mano dei coetanei.
   Dal loro incontro nascerà un’intensa storia d’amore che permetterà ai due ragazzi di scoprire i dolorosi segreti del loro passato e di superare insieme la paura della vita.
   Una storia complessa, forte ed avvincente, che mostra senza paura l'abisso della paura e del dolore, unito a un forte messaggio di speranza e catarsi, che prima o poi arriva per tutti.

Una storia di fantasia, come ha sottolineato l'autrice, che tuttavia rispecchia appieno la situazione dolorosa di molti ragazzi degli anni Duemila, soli, immersi in una società spietata, dove l'aridità di sentimenti sta prendendo il sopravvento ogni giorno di più, dove lo smartphone è diventato un vero e proprio oggetto di culto, dove, se non vuoi omologarti alla massa, sei considerato un reietto, preda appetibile per i più forti del branco. Mors tua, vita mea, oggi più che mai.

Al momento il successo di Arianna è in continua crescita, e sta già diventando un fenomeno virale sul web, una bella storia che sicuramente incoraggerà tutti i giovani che coltivano il sogno nel cassetto della scrittura, dimostrando che, con impegno e dedizione, tutto è possibile.

Un plauso va anche a Leone Editore che, ancora una volta, si è dimostrata una delle case editrici italiane più attente alle esigenze di un pubblico giovane, aiutando gli emergenti a farsi strada nella giungla cartacea del mondo dell'editoria.

giovedì 1 ottobre 2015

#libri: Il centro Documentazione Storia Locale di Francavilla Bisio, un piccolo mondo di letteratura locale


Come appare evidente scartabellando un po' nei vecchi e nuovi post di questo blog, solitamente recensisco, parlo e vi propongo, ormai da qualche mese, libri di autori vari, più o meno noti, italiani e internazionali, senza distinzioni.

   Tuttavia oggi ho deciso di fare un'eccezione, e vi parlerò di un libretto piccino piccino, quasi un opuscolo, appena 40 pagine di un volume nato dalla mia esperienza di volontaria del Servizio Civile Nazionale, intitolato “Il Centro Documentazione Storia Locale”.
   Si tratta di una pubblicazione scritta da me medesima sotto la supervisione di Gianna Bagnasco, responsabile della Biblioteca Civica di Francavilla Bisio, un paesino del basso Piemonte al confine con la Liguria.




Un piccolo ma ricco volume che si pone come una sorta di invito alla lettura e alla scoperta di quei veri e propri tesori che anche una biblioteca di paese può custodire, dai libri che si concentrano sulla storia locale a quelli che analizzano aspetti prettamente geografici e territoriali, dall'ambito storico/artistico a quello dell'arte culinaria, dei proverbi, dello sport e delle tradizioni più antiche, per arrivare alla sezione dedicata alla letteratura locale per ragazzi, con un'ampia e originale scelta per tutte le età.
   Un piccolo vademecum per approcciarsi ad una raccolta di libri interessante e mai scontata, un'idea nata in occasione della mostra organizzata lo scorso 25 maggio 2014, "Gli autori del Piemonte", che ha avuto come obiettivo la raccolta e l'esposizione dei testi di cultura locale presenti nella suddetta biblioteca.
   Un progetto ambizioso, che ha "portato alla luce" ben 350 volumi, suddivisi in 14 categorie per le quali ho selezionato altrettanti libri, particolarmente rappresentativi:


  • Piemonte e Monferrato ("Le grandi donne del Piemonte")
  • Alessandria: l'immagine, i personaggi, i ricordi ("Il complesso monumentale di Santa Croce in Bosco Marengo")
  • Novese e dintorni: cartoline di storia ("I giornali di Novi" e "Libarna")
  • Statuti - Araldica ("L'Araldo")
  • Gavi Millenaria: i Cavalieri, il Cortese ("Gavi, un vino, un territorio")
  • Benedicta e le storie partigiane ("I 600 giorni della Guerra di Liberazione nelle Valli Borbera, Lemme, Scrivia e Spinti")
  • Tortona: la Diocesi, le immagini, i vini e i sapori ("A tavola con le nonne")
  • Lorenzo Tacchella (studioso locale, per chi non lo conoscesse; "Sulle origini dei castelli, borghi, villaggi, pievi e chiese monastiche, parrocchie, santuari, cappelle")
  • Società di Mutuo Soccorso ("Una stretta di mano. Le bandiere della solidarietà")
  • Tradizioni, dialetti, proverbi ("Proverbi piemontesi")
  • Associazione Lettere e Arti (associazione culturale di Francavilla Bisio - nda; "Umanisti in Oltregiogo: Lettere e Arti fra XVI e XIX secolo")
  • Sport locale ("Storia del gioco del tamburello")
  • Sezione Ragazzi ("Mirandolina e altre storie")
  • Volumi di e su Francavilla Bisio ("Il futuro verso cui andiamo")

Ma com'è nato questo libro, dal punto di vista tecnico? 
   Innanzitutto ho iniziato il mio lavoro dall'osservazione diretta dei libri che mi circondavano in biblioteca, leggendoli con attenzione, soppesandoli, toccandoli con mano, addirittura annusandoli, perché è così che si conoscono i libri, con un contatto umano, proprio come accade con le persone. 
   In fondo, da un topo da biblioteca per antonomasia, non potevate aspettarvi altro! :)
Dopo il lavoro di cernita ho analizzato con attenzione questi volumi, ne ho tratto le informazioni salienti e ho composto un piccolo sunto, che potesse interessare e invogliare le persone alla lettura dei volumi stessi.

Si tratta sostanzialmente di uno strumento semplice ma utile, accattivante, nato per dimostrare come, anche nella biblioteca di un piccolo paese, si possano trovare dei veri e propri tesori nascosti. 
Un'esperienza importante, che ci permette di comprendere come una biblioteca possa diventare non soltanto un luogo di mero prestito di libri, ma un punto di incontro, un luogo dove si fa e si trasmette cultura, un luogo prezioso che ogni comunità dovrebbe avere la fortuna di possedere. 

Spero di non avervi annoiati con questa mia piccola storia, o meglio avventura, ma ve l'ho raccontata per dimostrarvi che anche il più piccolo dei lavori, se fatto con passione, con impegno, con il cuore insomma, può diventare un'importante esperienza di crescita formativa e personale, un'occasione da non perdere. 

E, per concludere in bellezza, ecco il video che riassume il mio discorso in occasione della presentazione del mio piccolo volume, un modo simpatico e autoironico per mostrarvi, una volta tanto, la faccia (e l'eccessiva gestualità, mea culpa!) di chi vi scrive ormai quotidianamente:


Per chi fosse interessato, per coloro che magari abitano tra Piemonte e Liguria come me ma non solo, sappiate che "Il Centro Documentazione Storia Locale" è assolutamente gratuito, scrivetemi se interessati! :)