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venerdì 14 aprile 2017

#RecensioniperEsordienti: Anime di Luce. Perseo, Lina Giudetti

Ecco con un nuovo appuntamento dedicato agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ per proporvi recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo.

Per chi di voi ancora non li conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti e ChanceinComune sono due portali online nati dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere.

E allora proseguiamo con la nostra avventurosa partnership con la recensione di un romanzo affascinante e suggestivo, Anime di Luce. Perseo, di Lina Giudetti: buona lettura!


Anime di Luce - Perseo è un romanzo poderoso, carico di fantasia e abilità descrittiva: inquadrarlo in un solo genere letterario sarebbe forse riduttivo, poiché l'autrice, una giovane e talentuosa Lina Giudetti, sa navigare abilmente nelle mille sfaccettature della narrativa contemporanea: dal fantasy al racconto mitologico, dal romanzo rosa a quello di formazione, passando attraverso il più classico e affascinante romanzo d'avventura, capace di incollare il lettore fino all'ultima pagina.

I puristi della mitologia greca non storcano il naso per questo: Giudetti specifica fin dall'inizio la volontà di proporre una rivisitazione, personalissima e originale, di uno dei miti più classici, quello di Perseo e Andromeda, uno dei racconti più romantici e struggenti dell'intera letteratura classica di genere.

La storia infatti, ripresa direttamente dal IV Libro della "Metamorfosi" di Ovidio, diventa una versione romanzata, nonché un affresco pittoresco, di un'intera civiltà, narrata con tutti i suoi pregi (e i suoi difetti).

Oltre al fascino romantico della storia d'amore tra Perseo, eroe estremamente umano e dai profondi valori morali, e Andromeda, una fanciulla abbandonata, sola, di fronte a un destino più grande di lei, fattore che diventa centrale nella narrazione, fondamentale anche i numerosi e puntuali richiami ad altre civiltà e particolari mitologie: quella greca, ovviamente, unita a precisi cenni a quella egizia e, addirittura, atlantidea (ambito in cui l'autrice mostra una cultura sterminata).

Insomma, un romanzo completo, suggestivo e importante, un'epopea profondamente umana e, proprio per questo, incredibilmente emozionante.

martedì 4 aprile 2017

#libri: Central Park, Guillame Musso

New York. 
Otto del mattino. 
   Alice, una giovane poliziotta di Parigi, e Gabriel, pianista jazz americano, si svegliano ammanettati tra loro su una panchina di Central Park. 
   Non si conoscono e non ricordano nulla del loro incontro. 
La sera prima, Alice era a una festa sugli Champs-Elysées con i suoi amici, mentre Gabriel era in un pub di Dublino a suonare. Impossibile? 
   Eppure... Dopo lo stupore iniziale le domande sono inevitabili: come sono finiti in una situazione simile? 
   Da dove arriva il sangue di cui è macchiata la camicetta di Alice? 
Perché dalla sua pistola manca un proiettile? 
   Per capire cosa sta succedendo e riannodare i fili delle loro vite, Alice e Gabriel non possono fare altro che agire in coppia. 
   La verità che scopriranno finirà per sconvolgere le loro vite. 
Un thriller magistrale - oltre un milione di copie vendute in Francia - che conquista il lettore sin dalla prima scena e lo avvolge in una spirale implacabile.



Come possiamo già intuire dalla trama, il ritmo di questo romanzo, "Central Park", dello scrittore francese Guillame Musso, è incalzante, perfettamente strutturato, adrenalinico oltre ogni immaginazione.
   La capacità di sorprendere, spiazzare il lettore ad ogni pagina è sicuramente il tratto saliente, nonché il maggior pregio di quest'opera: apparentemente ci si avvicina alla realtà dei fatti, la verità sembra sempre dietro l'angolo ma, dopo un istante di esitazione, le carte in tavola vengono immediatamente capovolte, fino ad arrivare all'incredibile epilogo, che va a toccare anche tematiche delicate, e non semplici da sviluppare in un romanzo, specialmente un thriller psicologico. 

Lo sviluppo narrativo è ineccepibile, ma ciò che colpisce al primo sguardo è la fortissima caratterizzazione dei personaggi: Alice è una donna forte, determinata fino alla testardaggine, protetta da una scorza dura che nasconde, scavando per bene, un'anima straziata dai ricordi di un passato difficile da digerire, anche per il lettore, una figura che ci mantiene in perenne tensione, ci fa rabbia, ci fa emozionare, commuovere e soffrire; Gabriel, al contrario, è un personaggio difficile da definire: un personaggio fluido, impossibile da cogliere e definire precisamente, lo conosciamo come pianista di jazz ma la sua evoluzione psicologica e personale sembra non avere mai termine.

Un thriller intenso che colpisce a fondo senza bisogno di ricorrere all'utilizzo di violenza, brutalità carnalità gratuite, come sempre più spesso accade specialmente in questo genere letterario, un volume che non si legge, si divora letteralmente nel giro di poche ore, grazie a un intreccio raffinato di sottile intelligenza, astuzia e fascino che conferma tutta l'eleganza della letteratura francese contemporanea.

venerdì 17 marzo 2017

#libri: Corpi, Antonio Giugliano

Nuovo appuntamento con lo spazio dedicato esclusivamente agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ e il portale Chanceincomune.it, due siti ricchi di recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo. 

Per chi di voi ancora non lo conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti.it è un portale online nato dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere. 

E allora proseguiamo la nostra avventurosa partnership, con la recensione di una giovane esordiente dall'indubbio talento: quest'oggi parliamo di Corpi di Antonio Giugliano: buona lettura!


Narrare l’amore romantico, quello più canonico, edulcorato dalla poesia, dalla narrativa rosa, è semplice, rassicurante, forse banale.
   Ma narrare di amori malati, carnali, sporchi, fatti di sesso, di perversioni, di momenti di violenza talvolta completamente gratuita, ecco che diventa difficile, fastidioso, fa venir voglia di nascondere la polvere sotto i tappeti, e i pensieri nei meandri più profondi e oscuri della mente.

Ma a sollevare questa cortina di ipocrisia ci ha pensato Antonio Giugliano, che con la sua silloge “Corpi”, colpisce il lettore senza mezze misure.
   Infatti Giugliano non ha timore di turbare o scandalizzare chi legge, anzi, è forse proprio questo che cerca: una critica feroce e “politicamente scorretta” al rapporto fra i sessi, una prosa dura costellata di termini volgari, forti, rubati al parlato e fortemente evocativi di situazioni che disturbano il lettore gettandolo in una dimensione tutto fuorché rassicurante.

Una cartina al tornasole che ci racconta l’aspetto più patologico del rapporto di coppia ma, soprattutto, del rapporto che ciascuno di noi ha con se stesso, un mondo pornografico e dolceamaro dove incubi e spauracchi del presente e del passato riemergono prepotentemente e dove è incredibilmente semplice perdersi, un po’ meno riuscire a fuggirne.

Una prova notevole che avvicina il giovane autore alla narrativa più cruda e alla grande tradizione letteraria degli anni Novanta, alla Irvine Welsh, per intenderci, un autore che non ha timore di sporcarsi le mani nel sudiciume della società contemporanea, trapassando più volte, e a fondo, il limite tra moralità e indecenza, tra realtà e onirico, tra terrore e tentazione.

giovedì 9 marzo 2017

#libri: Quisilio Miraglia, il punto d'incontro tra poesia e critica sociale

Esistono numerosi e vari modi di esprimere un disagio, specialmente quando si parla d’arte: c’è chi straccia una tela con un coltello, chi la dipinge con violenza, affidandosi interamente a materici e nervosi schizzi di colore, chi urla la propria rabbia in musica, e chi decide di farlo giocando con le parole.

Nella schiera di questi “poeti sovversivi” troviamo sicuramente Quisilio Miraglia, casertano classe 1993: diplomato al Liceo Scientifico di Mondragone, laureando in Letteratura, Musica e Spettacolo presso la Sapienza di Roma, membro del collettivo artistico Menti Colorate, nonché direttore “della censura” in Rapsodia - rivista letteraria indipendente, fondata con l’amico Claudio Landi nel 2014.

Il buon Quisilio è maestro nella nobile arte della poesia e dei giochi del linguaggio, capace di giocare sui rapporti tra ritmo e senso implicito del testo; d’altro canto, da uno che si dichiara “contro ogni forma di misticismo/romanticismo/estetismo/aulicismo poetico” e che “preferisce la forma al contenuto, pensando il contenuto come forma e la forma come contenuto”, non potevamo aspettarci diversamente.

Per quanto riguarda la sua produzione letteraria, a colpire particolarmente sono alcuni “Giuochi di lingua e altri crimini”, componimenti che si avvicinano alla tradizione popolare dello scioglilingua, della filastrocca soltanto apparentemente infantile, carica di allitterazioni che, dietro al godimento acustico della lettura ad alta voce, nascondono riflessioni ben più amare.




Come nel caso di Metropolithanatos III:

Nelle zone d’ombra della cloaca mentale
la cimice del cemento scava a ritmo letale
tra le membra sfatte del sistema decimale
movimento consumato in un rito materiale
godimento stitico, libido fiscale
sacramento offerto all’omelia industriale
nel processo virale dell’asservimento
disperdo il seme spento dell’io animale
riferisco in digitale l’auto-annullamento
le sensazioni crude, al di là del condimento
[assioma laterale
del nostro fallimento]
ripulisco i nervi nascosti in superficie
i bisogni meccanici numerati a matrice
[memoria larvale
di una scomoda radice];
negli emicicli vuoti della gloria morale
la pietra gorgheggia il decreto finale:
– castrare il dio che non possa generare
demolire i simulacri per poter ricordare
violentare lo sguardo per riuscire a vedere
dopotutto: meglio tradire che imbalsamare

Una critica ben oculata potrebbe, in questo caso, annientare la potenza dei versi, per cui occorre muoversi con cautela: il messaggio, pur abbellito e impreziosito da gorgheggi stilistici, sintattici e morfologici, arriva forte e chiaro, la critica sociale al mondo contemporaneo è come uno schiaffo in faccia al lettore che, probabilmente, legge con un occhio allo smartphone e la mente altrove – d’altronde è forse questa l droga più potente del XXI secolo.

Guai a pensare troppo, guai a guardare al passato cercando di trarne insegnamento e monito per il futuro,  guai ad ammettere il fallimento di una società così evoluta e, allo stesso tempo, così “deficiente”.
   Non c’è spazio per il libero pensiero, non c’è spazio per il libero arbitrio, la “morte metropolitana” avvolge tutti nella sua nebbia, nella sua cortina impenetrabile, e noi possiamo scegliere di assuefarci o combattere, anche soltanto a colpi di versi e ironia pungente. 

"Questo articolo è apparso su Paper Street. Per gentile concessione"
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/quisilio-miraglia-il-punto-dincontro-tra-poesia-e-critica-sociale.html

mercoledì 15 febbraio 2017

#libri: Storia di un corpo, Daniel Pennac






Mangiare, dormire, evacuare (ebbene sì, scandalo supremo!), fare l'amore, ammalarsi, guarire, provare dolore, provare piacere: tutti fattori che diamo per scontati, catene logiche che seguono il principio di azione/reazione, processi apparentemente banali che il nostro corpo compie quotidianamente, da quando veniamo al mondo, con un sonoro vagito, al saluto estremo, più o meno eclatante e sofferto che sia.








E proprio questi processi sono alla base di Storia di un corpo, ennesimo capolavoro del genio creativo e inesauribile di Daniel Pennac, una storia puramente corporea elevata a poesia altissima, una lirica espressa in modo spesso prosaico, ma spaventosamente efficace.

Perché non c'è nulla di più meravigliosamente imperfetto della macchina del corpo umano, nulla di più umoralmente sublime, questo il messaggio, di portata fondamentale, che ci dona Pennac, con la curiosità e la tenerezza del suo sguardo attento e bonariamente indagatore, con l'amore con cui osserva questa variegata e fantasiosa umanità.

Un vero e proprio diario personale che non scivola mai nel sentimentale, un trattato di anatomia umana decisamente sui generis, il dono fatto da un padre all'amata figlia, il racconto di una vita osservata con indulgente divertimento: dalla prima infanzia, segnata dalla morte del padre e da una madre lontana dal sui ruolo canonico, alla giovinezza caparbia e vissuta fino in fondo, alla vecchiaia, quel tunnel che conduce inesorabilmente alla morte, una dipartita narrata con toni lievi, leggeri, come solo il professore più amato al mondo sa fare.

Perché non c'è vergogna nel corpo umano, nelle sue funzioni, solo bellezza, da custodire e raccontare senza falsi pudori.

lunedì 6 febbraio 2017

#RecensioniperEsordienti: Condannati a morte, Paola Di Nino

Nuovo appuntamento con lo spazio dedicato esclusivamente agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ e il portale Chanceincomune.it, due siti ricchi di recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo. 

Per chi di voi ancora non lo conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti.it è un portale online nato dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere. 

E allora proseguiamo la nostra avventurosa partnership, con la mia recensione di una giovane esordiente dall'indubbio talento: quest'oggi parliamo di Condannati a morte di Paola Di Nino: buona lettura!


Condannati a morte è un romanzo coraggioso, forte, che non ha paura di affrontare un tema tanto attuale quanto scomodo: quello della violenza e degli abusi nelle carceri. 

La protagonista femminile tratteggiata da Paola Di Nino è una guardia carceraria che non si accontenta di svolgere il proprio compito a testa bassa, senza porsi domande. 
   Il suo senso di giustizia la porta a combattere per la causa di Koray e Azmiye, fratello e sorella condannati ingiustamente, vittime silenziose di una giustizia che troppo spesso è impegnata a perseguire i propri interessi piuttosto che scovare i veri colpevoli di un sistema malato. 

Una vicenda dove il canonico lieto fine è sostituito dall'amarezza della sconfitta, unito tuttavia alla speranza, quella che le tante anime abusate possano avere, anche dopo la morte, un barlume di verità.

L'autrice narra una storia difficile e lo fa in prima persona, catapultando il lettore all'interno di un carcere come tanti, facendoci percepire a pelle il dolore, la sporcizia, l'umiliazione e la violenza alla quale ci siamo ormai, tristemente, assuefatti. 

Leggendo questo volume ci si immedesima facilmente nella protagonista, nella sua frustrazione durante la ricerca di prove e alleati con cui combattere una guerra che potrebbe sembrare già persa in partenza, nell'ulteriore difficoltà di essere donna in un ambiente di soli uomini (o, per meglio dire, di soli maschilisti), il senso di soffocamento di chi annaspa in un mare di corruzione dilagante.  

Proprio per rendere al meglio questo spettro cromatico personale la narrazione procede al ritmo delle emozioni della protagonista, diventando fin dalle prime pagine un racconto intimistico ed emozionante scritto con uno stile fluido, mai banale e coinvolgente. 

Un esordio decisamente importante, dove la bravura dell'autrice si vede specialmente nella cura dedicata all'aspetto introspettivo dell'opera, e nella scelta di raccontare la vita in un penitenziario, contesto ancora sconosciuto (volutamente?), specialmente nel nostro Paese.  

venerdì 27 gennaio 2017

#libri: I giorni dell'abbandono, Elena Ferrante





Una donna, un uomo, un amore, la fine di una storia, questi i protagonisti del romanzo “I giorni dell’abbandono”, opera intensa della misteriosa scrittrice Elena Ferrante, la partenopea di cui nulla si sa se non il nome.

Tutta la vicenda ruota attorno a Olga, una donna appagata, madre di due figli che ama, detentrice di una vita serena, una donna "normale" che viene improvvisamente catapultata in un incubo.
   Mario, suo marito, quell'uomo tanto amato e desiderato, senza dare nessun segnale di preavviso, la lascia, vittima di un “vuoto di senso” che non riesce a colmare.





Già, peccato che il “vuoto di senso” si identifichi in Carla, una ragazza di vent'anni appena che gli ha fatto completamente perdere la testa, una relazione che cresce per ben cinque anni all'insaputa di Olga che, fragile, ferita, incerta, decide inizialmente di credere fermamente alle parole del marito, fidandosi di lui, rivivendo la sua storia d'amore, giustificando il suo uomo, cercando di comprendere, mentre sullo sfondo tutta la sua esistenza sta andando a scatafascio: le notti diventano troppo fredde, sole, i gesti perdono il loro significato, i figli diventano un'appendice fastidiosa, la vita stessa inizia a pesare.

Giorno dopo giorno Olga sfiorisce, perde il suo fascino, l’eleganza, la sicurezza ma soprattutto il controllo su se stessa e sugli altri, nel momento in cui si accorge che gli sguardi degli amici diventano di compatimento, diventando così una donna eccessiva, violenta e sfrontata, usando un linguaggio sboccato che non le appartiene, solo per non farsi vedere disperata, devastata e sofferente.

L'abisso nel quale precipita Olga sembra senza fine, il dolore diventa rassegnazione, la disperazione le fa perdere lucidità, giorno e notte, buio e luce, sonno e veglia si mescolano in una realtà allucinata e frustrante. 
   Ma, una volta toccato il fondo, non si può far altro che risalire: e allora, tra i cocci di un'esistenza spezzata, Olga troverà dentro di sé la forza di continuare a vivere, pian piano, un passo alla volta, un'emozione alla volta.

I giorni dell’abbandono” è un romanzo che racconta dell’intimità di una donna segnata nel profondo, del coraggio di ricostruirsi una vita per sé e per i propri figli, della volontà di rimettersi in gioco, con uno stile narrativo forte, violento, impetuoso, che non lesina espressioni colorite, in grado di trasportare il lettore direttamente all'interno del romanzo, di suscitare emozioni forti: dolore, disgusto, sofferenza, ma anche caparbietà e uno spiraglio, fortissimo, di speranza.

venerdì 20 gennaio 2017

#libri: Augustus Carp. L'autobiografia di un vero galantuomo, Henry H. Bashford



Augustus Carp è ciò che di più che lontano si possa immaginare dalla figura di un eroe letterario: pedante fino alla nausea, linguaggio affettato, fanatico religioso q.b., ipocrita all'inverosimile, senza speranza di redenzione, né di diventare, perlomeno, un po' più simpatico al lettore.
   Sì, perché Augustus Carp, protagonista dell'omonimo romanzo dal sottotitolo decisamente eloquente, "L'autobiografia di un vero galantuomo", è un personaggio volutamente odioso, la personificazione del tipico borghese di età vittoriana, un signorotto borioso la cui unica mission nella vita, oltre quella nondimeno ambiziosa di arricchirsi e combinare un matrimonio vantaggioso, è di redimere e soffocare qualsiasi condotta considerata voluttuosa o eccessivamente peccaminosa.



E allora eccolo, uomo viscido e meschino, vendicativo e ottuso, ma furbo abbastanza per sfruttare a suo favore le casualità della sua esistenza, vediamo il nostro Augustus iscritto alle più svariate associazioni cristiane, impegnato fermamente nella lotta all'abuso di alcol, fumo, alle rappresentazioni teatrali e di danza (pericolose e fuorvianti...), pronto a fare le scarpe al prossimo pur di avanzare nella gerarchia dei "fedeli servitori di Dio onnipotente", rendendosi odioso al 99% periodico della popolazione londinese.

La cosa che più colpisce di questo volume, oltre all'ironia che permea per intero la narrazione, è il suo autore: Henry H. Bashford.
   Simpatico umorista britannico? Consumato scrittore di satira pungente?
No, un Sir, illustre medico e studioso, Medico Onorario di Re Giorgio VI, autore di numerosi articoli di carattere scientifico e opere di fiction e non-fiction, insomma, un uomo di scienza che, nel tempo libero, si è dilettato nella stesura di questo romanzo, datato 1924, che venne inizialmente pubblicato come opera anonima, per essere poi definito da Anthony Burgess "Uno dei più grandi romanzi comici del XX secolo".

Nel complesso, un gioiello di ironia letteraria, un vero libro comico, una cosa rarissima in effetti, ed estremamente moderna, specialmente se pensiamo che è stato scritto quasi cent'anni fa; una satira pungente (che batte 10 a 0 anche quella odierna, che il coraggio troppo spesso se lo dimentica a casa...), un gioiellino letterario per palati raffinati, un piccolo cult da riscoprire senza esitazione.

lunedì 16 gennaio 2017

#libri: L'uomo che metteva in ordine il mondo, Fredrik Backman






Ove ha 59 anni, guida soltanto automobili a marchio Saab, olia i ripiani della cucina a cadenza regolare e ama le regole. Insomma, una vita semplice, la vita di un uomo che ha sempre lavorato, pagato le tasse, che si è sempre comportato bene insomma, un uomo di poche parole ma di sani principi.
   Un uomo che, per tutta la durata del libro, vuole esclusivamente, fortemente, assolutamente, suicidarsi.

 




Sì, perché Ove è anche un uomo depresso, frustrato da un passato doloroso, profondamente ferito dall'enorme vuoto lasciato dalla scomparsa dell'amata moglie, Sonja, che un tumore gli ha strappato dalle mani, ferite che l'hanno trasformato in un rompiscatole cronico, ossessivo - compulsivo, uno sceriffo autoproclamato che ha come unico obiettivo punire anche la minima trasgressione alle norme da parte dei suoi vicini di casa, l'unico modo che ha per portare un po' d'ordine nella sua vita ridotta in tanti, piccoli pezzi.

Insomma, un personaggio forte e ben tratteggiato, quello protagonista de “L’uomo che metteva in ordine il mondo”, una storia nata sul blog di Fredrik Backman, giornalista svedese, e divenuta immediatamente un microcosmo abitato da personaggi insoliti, caratteristici, indimenticabili.
   Si tratta di una vera e propria fiaba contemporanea, dolceamara, inizialmente deprimente, ossessiva, che ben esprime il disagio di alcune dinamiche della nostra società, ma che poi spicca il volo, anche grazie all'entrata in scena di nuovi personaggi, ciascuno dalla precisa e magistrale caratterizzazione: Parvaneh, giovane mamma iraniana, in dolce attesa, nonché moglie dell'”Imbranato”, esilarante e impacciato tecnico informatico; Jim, ventenne omosessuale sempre in lotta con la bilancia; Rune e Anita, gli anziani vicini di Ove, e un'infinita galleria colorata, pittoresca, che risulterebbe assolutamente perfetta per una trasposizione cinematografica.

Il pregio più grande di questo volumetto è senz'altro l'empatia che suscita nel lettore, ottenuta tramite uno stile semplice, colloquiale, profondamente ironico, tipico del filone tragicomico della letteratura scandinava (Arto Paasilinna e Jonas Jonasson insegnano) che sta affermando il proprio impatto sulla narrativa mondiale in maniera sempre più potente.

Nel complesso, un volume consigliato a chi vuol conoscere una storia d’amore indistruttibile, a chi ha un amico da una vita con cui litiga un giorno sì e l'altro anche, a chi possiede un “anormale” concetto di “normalità”, a chi ha voglia di ridere e contemporaneamente piangere ad ogni pagina voltata, a chi adora le storie di rinascita senza ipocrisie e inutili colate di melassa, a chi ha voglia di emozionarsi, punto e basta.

"Questo articolo è apparso sulla rivista Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/luomo-che-metteva-in-ordine-il-mondo-fredrik-backman.html

venerdì 30 dicembre 2016

#libri: Accabadora, Michela Murgia



"Accabadora" di Michela Murgia è, allo stesso tempo, un inno alla vita, ma anche un omaggio alla morte, vista non come creatura malevola, pronta a recidere crudelmente i legami tra gli esseri umani, ma come un fenomeno naturale, spontaneo, che qualche volta va aiutato con un pizzico di audacia e tanta umanità, ingredienti fondamentali comuni a tutte le grandi, terribili imprese.
   Sì, perché l'altera e forte Bonaria Urrai di giorno ha scelto di fare la sarta, mestiere rispettabile che le permette di guadagnarsi il pane, ma la sera, quando c'è bisogno di lei, non esita a calarsi nei panni dell'Accabadora del paesino sardo di Soreni, colei che pone fine alla vita, ma soprattutto alla sofferenza altrui, aiutando i suoi compaesani a oltrepassare quel confine che si frappone fra l'agonia e la pace eterna.



Il mito della dolce morte, di antica derivazione, viene traslato nella suggestiva e ancestrale Sardegna più povera, quella delle tradizioni, quella dei contadini e dei pastori, quella più autentica delle convenzioni sociali e delle leggi non scritte, ma marchiate a fuoco sulla pelle dei suoi abitanti.

Dal canto opposto, ma collegata da un saldo filo che non può spezzarsi, c'è la vita, quella di una bimba divenuta presto ragazza, Maria, conosciuta da tutti perché "nata due volte" ("Fillus de anima, è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra"), una giovane rifiutata da una famiglia troppo povera e numerosa, una giovane pronta a fare a cazzotti con un destino che sembra già indissolubilmente segnato, forte e fragile al contempo, dotata di ali per spiccare il volo, ma ancor più di radici che la tengono ancorata alla sua terra, alla quale farà sempre ritorno (ma forse, non se n'è mai andata...).

Michela Murgia sceglie di raccontare un tema quanto mai attuale, quello della morte assistita, dell'eutanasia, un tema che in Italia è, per certi versi, ancora un tabù (ricordiamo episodi come lo scandalo sollevato dalla morte "assistita" di Piergiorgio Welby il 20 dicembre 2006).

In questo bellissimo romanzo, la Murgia affronta temi scomodi, difficili da digerire, e lo fa con uno stile perfetto, personale, emozionante ma senza mai cedere al pathos o agli eccessi, pur prestando la propria voce a personaggi che appartengono, essenzialmente, ad un popolo sanguigno, semplice, autentico.
   Infatti lo stile, sebbene infarcito di termini della sua "lingua " madre, il dialetto sardo della zona di Cabras, è cristallino, i personaggi incredibilmente ben caratterizzati, i tessuti sociali percepibili, fondati su valori che a noi sembrano sorpassati, ma che in realtà mantengono integra tutta la loro forza espressiva e autoritaria.

Michela Murgia non prende mai posizione sulla civiltà contadina, si limita a riportarci, con grande maestria, un pezzo di storia italiana, quella degli anni '50, e di una cultura a noi continentali del tutto "straniera", emozionando (ed emozionandosi) ad ogni pagina.

lunedì 26 dicembre 2016

#libri: I delitti di Borgoglio, Giovanni Barlocco


Il mostro di Bargagli, un caso irrisolto che ha macchiato la tranquillità dell'entroterra ligure nonché riempito per lungo tempo tutte le pagine di cronaca locale e nazionale, fornisce lo spunto per un romanzo di fantasia, un giallo perfettamente congegnato, I delitti di Borgoglio, del genovese Giovanni Barlocco. 

In quest'opera Borgoglio, un paesino dell’entroterra genovese a pochi chilometri dalle acque mosse del mar Ligure, diventa il luogo dove, tra gli anni Settanta e Ottanta, vengono compiuti dei delitti efferati che sembrano collegati alla Seconda Guerra Mondiale.
   Tocca al commissario Marcello Cattaneo dipanare questa matassa così intricata con l'aiuto di Paolo Dellepiane, l’immancabile amico cronista, scavezzacollo e ironico al punto giusto.

Questo interessante romanzo a tinte noir ben si colloca nell’ormai consolidata tradizione del giallo ligure, che negli ultimi anni ha dimostrato maturità e consapevolezza sempre crescenti, anche grazie alla capacità di costruire trame intricate con tanto di colpi di scena, lineari e godibili fino all'ultima pagina.

In quest'opera l’entroterra genovese è quello autentico, abitato soprattutto da anziani, un territorio ostile che appare pieno di zone in ombra, con i suoi abitanti spesso scontrosi che si chiudono a bozzolo di fronte alle domande troppo dirette.
   Diversi sono i giovani – Marcello, Paolo, Michela e Laura - che fanno parte di un mondo globalizzato pur mantenendo radici fortemente ancorate alle proprie origini.

Affascinanti e protagoniste anche le descrizioni del paesaggio: la tensione si stempera tra le rocce a picco che rosolano al sole, la verticalità dei dirupi, gli odori e gli umori del bosco, gli alberi di fico e i castagni, i tramonti e le albe sul mare che diventa elemento primario sullo sfondo della narrazione.

Per quanto riguarda i personaggi, il protagonista assoluto di questo gustoso libro è proprio il nostro eroe, Marcello Cattaneo, un poliziotto decisamente sui generis, commissario, cuoco, poeta, motociclista, ex pallanuotista, intransigente e contraddittorio, innamorato, talvolta insicuro, sicuramente profondamente umano.
   La sua amata Genova lo riaccoglierà nel suo seno salato e poco accessibile per metterlo subito alla prova con una serie di delitti apparentemente indecifrabili, che anche il lettore sentirà il bisogno e la voglia di risolvere una volta per tutte.

Ulteriore nota di pregio, le parti trascritte in dialetto genovese (tradotte in italiano nelle note finali, per i profani di questa melodiosa lingua) che, se da un lato possono risultare inizialmente ostiche per il lettore non della zona, dall'altro aggiungono folklore e fascino, proprio come accade per il dialetto siciliano di Montalbano. 

Insomma, nel complesso un giallo piacevole, dalla lettura scorrevole e lineare, dove non mancano i colpi di scena né parti più divertenti, allegre e scanzonate: leggendo le pagine di questo volume vi sembrerà davvero di immergervi negli umori tipici di un carruggio genovese, di addentare un pezzo di focaccia accompagnata da un buon cappuccino, di aspirare a pieni polmoni la brezza marina che spira da porto portando con sé un fascino immemore e antico, con il plus di dover risolvere un enigma cesellato con cura da un autore dalla penna sapiente.
   Assolutamente consigliato. 

lunedì 12 dicembre 2016

#libri: Il seggio vacante, J.K. Rowling


Pagford è un piccolo ecosistema perfetto: villette a schiera linde e imbellettate, ricche signore borghesi alle prese con il té delle cinque, botteghe a conduzione familiare, famiglie tradizionali; la polvere, rigorosamente, sotto i tappeti di un'intera comunità.
   Ma basta allontanarsi di qualche passo dal centro della cittadina per imbattersi in una periferia difficile, ben più reale, fatta di adolescenti in balia delle droghe più disparate, fatta di prostituzione, di violenza, di sporcizia, di cazzotti e di lacci emostatici, ma anche di piccoli, insperati gesti di solidarietà.

Pagford potrebbe essere Milano, New York, Tokyo, è lo specchio di un qualsiasi spaccato sociale contemporaneo: e J.K. Rowling, nota ai più “semplicemente” come la “mamma di Harry Potter”, è maestra nel dipingere le sfumature dei personaggi e dei luoghi che animano questo pittoresco e disincantato affresco umano.

Il seggio vacante è, infatti, un'opera estremamente poliedrica: romanzo corale e profondamente analitico/descrittivo dei mutamenti sociali degli ultimi anni, romanzo di formazione per la continua evoluzione psicologica dei suoi personaggi principali, romanzo dal finale affilato, durissimo, che sceglie deliberatamente di uccidere il tanto atteso lieto fine in favore di un'iniezione di autenticità quasi dolorosa, ma necessaria.

La “casual vacancy” del titolo originale è quella di Barry Fairbrother, consigliere comunale sposato, quattro figli, appena quarantenne, amato - ma al tempo stesso profondamente odiato – dai suoi concittadini, che stramazzerà a terra alla terza pagina, in preda a un aneurisma cerebrale descritto con una crudezza allucinante.
   Da qui si dipanano cinquecento pagine in grado di non annoiare, mai:  è proprio questo il più grande dono di Rowling, in questo volume come nella saga fantasy giovanile più amata al mondo, la capacità di far vivere sulla carta stampata i suoi personaggi con incredibile veridicità, delineandone ogni pensiero, ogni sensazione, ogni azione, intessuta con accortezza e perfettamente inserita nei vari contesti e vissuti.

Il lettore, anche grazie allo stile fluido e immediato, affidato a numerosi dialoghi, riesce ad immedesimarsi nella psiche di ciascun protagonista, trovando continue affinità con il proprio mondo, contaminato dal bisogno di creare continuamente trincee, confini, limiti e differenze, apparentemente inconciliabili. 

"Questo articolo è apparso su rivista Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/il-seggio-vacante-jk-rowling.html

martedì 6 dicembre 2016

#libri: Introspezioni, Giuseppe Caliendi

Ecco con un nuovo appuntamento dedicato agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ per proporvi recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo.

Per chi di voi ancora non lo conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti.it è un portale online nato dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere.

E allora proseguiamo con la nostra avventurosa partnership con la recensione di una giovane autrice che promette decisamente bene: quest'oggi parliamo di "Introspezioni" di Giuseppe Caliendi: buona lettura!


Una classe di alunni e professori “decisamente scalmanati”, la cronaca di un insolito viaggio in treno, una morte efferata e apparentemente senza senso, un convegno importante dai risvolti improbabili...       Questi sono solo alcuni degli spunti che danno origine agli otto racconti presenti all'interno della breve silloge di Giuseppe Calendi, Introspezioni, una raccolta originale ma che non soddisfa fino in fondo il lettore.

Infatti, se risulta assolutamente vincente l'idea di trarre ispirazione da fatti della realtà quotidiana, la trama risulta invece inconsistente, a tratti fumosa, un limite che impedisce di godere anche dei numerosi momenti di ironia che arricchiscono la narrazione.

Manca l'emozione, il gusto della scoperta, e questo rende fragile l'intero apparato narrativo, un vero peccato considerando, invece, la qualità dello stile: la prosa è ben scritta e articolata, ricca di dettagli gustosi e ben assortiti, e allo stesso modo i personaggi, tratteggiati con fantasia e sapienza descrittiva, come del resto le numerose situazioni che ci vengono proposte.

Insomma, è chiaro il tentativo di totale stravolgimento della visuale quotidiana, sicuramente percepibile il ribaltamento del concetto di normalità che pervade l'intero lavoro dell’autore, desideroso di rompere con un gesto deciso quella coltre rassicurante che poniamo di fronte alla nostra abitudinaria consuetudine, ma l'effetto finale risulta poco riuscito: davanti ai racconti si resta basiti, ne esce difficile la comprensione, il caos la fa da padrone rischiando di allontanare il lettore piuttosto che incatenarlo, pur con sacrosanta stravaganza e originalità. 

venerdì 2 dicembre 2016

#libri: Il catino di zinco, Margaret Mazzantini


La vecchiaia è una brutta bestia: sì, perché la vecchiaia è fatta di carne, sangue, umori (e malumori), debolezza, rabbia, frustrazione, sensazioni discordanti fra loro e limiti invalicabili che, giorno dopo giorno, aumentano esponenzialmente.
  Ed è ciò che accade anche alla protagonista de Il catino di Zinco, Antenora, donna d'altri tempi, matriarca che si impone, senza mezzi termini, nella vita della sua progenie rifiutandosi di subire passivamente il decorso della sua lunga vita.

Una piccola eroina in un piccolo mondo arcaico, ancestrale, confinata tra le pareti domestiche, ma non per questo meno attenta a tutto quel che le accade intorno; energica e impassibile nel dispensare valori netti, talvolta semplicistici, sentimenti forti e, a tratti, ossessivi, elementi che le permettono  di affrontare, quasi incolume, esperienze traumatiche come la guerra, il fascismo, il dopoguerra e tutti i suoi strascichi, senza mai perdersi d'animo.

Il pretesto per raccontare la sua storia sarà proprio la sua morte, avvenuta in un gelido mattino d'inverno, brusco come Antenora, e narratrice d'eccezione diventerà l'amata/odiata nipote, più simile alla nonna di quanto voglia ammettere.

Il catino di zinco è il romanzo d'esordio di Margaret Mazzantini, un romanzo che si distacca in maniera abbastanza evidente da quella che sarà la sua produzione successiva, specialmente per quanto riguarda lo stile: i preziosismi linguistici e le ricercatezze lessicali la fanno da padrone all'interno di una narrazione ricca ma comunque fluida, affascinante, che eleva una storia quotidiana a letteratura a tutti gli effetti. 

Superbo, all'interno del settimo capitolo, il flusso di coscienza, lo “stream of consciousness” di sapore joyciano che nonna Antenora, con humour, sarcasmo e un pizzico di acidità q.b., regala al suo lettore riflettendo su come vanno “le cose della vita”. 

Nel complesso, si tratta certamente di un romanzo di non facile lettura, ma nell'accezione più positiva del termine: Mazzantini è cruda, dura, non lascia nulla all'immaginazione, ci mostra vette liriche altissime ma anche il rovescio della medaglia, le piccole miserie umane che accomunano la nostra specie, senza mezzi termini.

E Mazzantini, oltre a essere un astro fulgido della letteratura nostrana (e non solo), mostra anche una buona dose di ironia: la scelta millimetricamente curata di termini all'apparenza astrusi avrà costretto molti lettori, anche senza un'ammissione formale, a riprendere in mano un bel vocabolario della lingua italiana...

Questo articolo è apparso su Paper Street in data . Per gentile concessione". 

martedì 29 novembre 2016

#SerieTv: Rocco Schiavone/ Marco Giallini, er mejo della TV de' noantri

Più lo guardo, e più me ne innamoro. Garko, Somerhalder, insomma il belloccio di turno? No, manco morta, sto parlando di Marco Giallini, alias il vicequestore Rocco Schiavone, il poliziotto più politicamente scorretto e fascinoso del piccolo schermo, (miracolosamente) targato Rai, il personaggio letterario più controverso degli ultimi anni, tratto dai romanzi di successo di Antonio Manzini.



Già il fatto che, dopo la messa in onda di appena una puntata, Schiavone abbia già fatto incazzare un po' dei nostri beneamati politici italiani, non fa che fargli acquisire punti in più: a lamentarsi del vicequestore Schiavone è stato, in primis, l'illuminato vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, di Forza Italia (sì, quello che su Twitter ha scambiato Jim Morrison per un rapinatore di origini slave pluriricercato, proprio lui...), indignato per il fatto che su Rai 2 venga mostrato un poliziotto che potrebbe «denigrare la polizia di stato» e «fare apologia della cannabis», etichettandolo come un «eroe per imbecilli» (Gasparri, ma allora è il tuo eroe, altro che Batman o Superman! - ndr.)

Ad ogni modo, lo sdegno ha portato ben ad un’interrogazione parlamentare, sottoscritta da Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello, in cui viene richiesto che la serie tv non venga più trasmessa. Poveri noi.



Ok, deliri e idiozie a parte, stiamo assistendo a una delle rare, bellissime volte in cui dimensione letteraria e televisiva si mescolano perfettamente, in pieno rispetto e armonia reciproci: Schiavone sembra ritagliato su misura per l'indubbio talento di Giallini che, con ogni sua ruga, ogni sua espressione, ogni imprecazione sibilata tra i denti dà vita al personaggio cartaceo arricchendolo di mille sfumature, riuscendo a rendere poetico anche un mestiere crudo, difficile, e a scaldare, con una ventata di romanità verace, il clima freddo e, apparentemente, inospitale, dell'algida Aosta.

La figura solitaria del protagonista, le ambientazioni nordiche, il gelo interiore che si confonde con quello climatico rendono la fiction suggestiva non soltanto per gli amanti del genere, anche grazie alla profonda accuratezza dei dialoghi e della messa in scena, molto realistica, pulita e ben costruita.
   E anche gli altri interpreti non sono da meno: nel cast delle sei puntate, dirette da Michele Soavi, spiccano anche Ernesto D'Argenio, Claudia Vismara, Francesca Cavallin, Massimo Reale e Isabella Ragonese, che interpreta la defunta moglie di Schiavone, Marina, tutti perfettamente calati nei loro panni, con interpretazioni magistrali e realistiche.


Nel complesso, un prodotto televisivo che, forse, non è per tutti - qualcuno potrebbe lamentare la leggera lentezza ritmica rispetto al poliziesco solito – ma soltanto per palati fini, come del resto anche i romanzi di Manzini: l'azione, talvolta, cede il posto all'interiorizzazione; la parola, detta o scritta che sia, ha la meglio sul cazzotto (ma anche quello ci sta sempre, per carità), il passato riemerge, oscuro, a gettare ombra sull'operato di un vicequestore che, tra una canna e una "rottura di coglioni almeno di ottavo livello", sa mostrarci il lato più umano di un duro decisamente sui generis.

"... Non è certo un bravo poliziotto, ma i casi li risolve perché ha fiuto, perché i banditi e le loro psicologie spicce li conosce da quando giocava a battimuro sui sampietrini di Trastevere. Rocco ha un brutto carattere, è un uomo cinico, spesso sgradevole eppure siamo con lui. Sarà perché ha un cuore d'oro, sarà perché la vita non è stata tenera con lui, sarà forse perché la sua sete di giustizia, che spesso non combacia con la legge, ce l'abbiamo un po' anche noi". E se lo dice il papà di Schiavone (che è anche sceneggiatore della fiction), allora non possiamo che fidarci.

La serie va in onda il mercoledì alle ore 21.20 su Rai Due, #sapevatelo.

"Questo articolo è apparso su TheMacGuffin.it. Per gentile concessione". 

lunedì 21 novembre 2016

#libri: Tremiti di paura, Cesario Picca








Un omicidio efferato, la bellezza della Puglia e, in particolare, delle sue isole, l'amore per la buona tavola e tutta la passione, la voglia di vivere con il sorriso sulle labbra e la sensualità del Salento e dei suoi abitanti: questi gli ingredienti principali del romanzo "Tremiti di paura", un giallo godibile dello scrittore e giornalista Cesario Picca, classe 1972, penna veloce e divertente, un inno al piacere venato di noir. 






Tutto merito del giornalista di "nera" nato dalla fantasia di Picca, il piacione Rosario Santacroce, cronista quarantenne salentino che vive a Bologna e lavora per un quotidiano locale.
   Un uomo rude, loquace e carismatico q.b, amante di tutto ciò che può essere assaporato e goduto lentamente, dalle donne alla buona cucina, dal sole dorato del Sud al mare cristallino dell'isola di San Nicola.
   Soprannominato Saru, è perseguitato dal lavoro, che lo segue anche in ferie, ed è proprio per questo che si trova invischiato nell’omicidio di una facoltosa turista bolognese, come lui in vacanza alle Isole Tremiti, una donna fascinosa che lo stesso protagonista aveva conosciuto il giorno prima durante un giro in barca, un incontro che aveva scatenato in entrambi un profondo e irrefrenabile desiderio.
   Da qui inizierà una vorticosa indagine investigativa e giornalistica, un turbinio di prove, indizi, smentite e colpi di scena, favoriti anche dall’amicizia di Saru con il maresciallo della locale stazione, suo compaesano e alleato nelle indagini.

Lo stile è semplice e diretto, il linguaggio è reso ancor più accattivante dalle frequenti citazioni dialettali salentine (Andrea Camilleri docet), la trama contiene un buon mix di erotismo e suspense, leggerezza e realismo.
   Anche i personaggi hanno la capacità di instaurare un rapporto di empatia col lettore, nonostante gli scivoloni nella stereotipizzazione non manchino, e la reiterazione nel racconto degli incontri amorosi tra il focoso Saru e la sua volitiva compagna, Elisa, rischi di risultare, talvolta, un po' ripetitiva, pur senza ledere la piacevole lettura di questo romanzo.

Nel complesso un libro leggero, gustoso, una lettura da ombrellone che ben si accompagna ad una vacanza fatta di sole, mare e voglia di divertirsi.

lunedì 7 novembre 2016

#libri: Posso e la fiamma nella foresta, Silvia Civano

Oggi vi voglio consigliare una lettura poetica, perfetta per deliziare e dare la buonanotte ai vostri bimbi, ma che sicuramente saprà rapire anche "noi grandi", l'esordio letterario nel mondo della narrativa per l'infanzia di Silvia Civano, genovese classe 1987, nonché mia ex collega di studi presso l'Università di Genova, Interfacoltà in Informazione ed Editoria.
   Un piccolo libro dai testi interessanti, arguti e profondamente istruttivi, mai prolissi, dal ritmo accattivante e impreziositi dalle splendide illustrazioni di Andrea Modugno. 



Protagonista di questa piccola, grande avventura è Posso, un esserino alto circa 10 cm, una creatura speciale che un giorno, a sua insaputa, si sveglia in un bosco sconosciuto, senza memoria del suo passato.
   Il piccolo Posso ricorda soltanto il suo nome ma, con il passare del tempo, scoprirà di possedere dei poteri che si evolvono in base alle necessità e alla situazioni che si troverà a fronteggiare.
   Siete curiosi di conoscere qualcosa in più su di lui? Allora non perdetevi il nuovissimo volume "Posso e la Fiamma nella foresta", che racconta il viaggio intrapreso dal nostro "eroe in miniatura" per cercare i suoi simili e ritrovare la propria misteriosa identità nel mondo di Candunia, ormai ridotto in cenere e disabitato.
   Il vagabondare di Posso si divide tra questa dimensione magica e un bosco sperduto in Piemonte, dove imparerà a rendere se stesso e gli oggetti che desidera immateriali o invisibili, soprattutto per evitare di venire calpestato oppure di esser visto dagli umani.
   Piccolo, con fattezze simili all'uomo (eccetto per i suoi grossi e ruvidi piedi), ma dotato di un coraggio da leoni, Posso decide un giorno di intraprendere un lunghissimo viaggio insieme alla sua migliore amica: Miss Lumachina Bla Bla.
   Il percorso intrapreso li porta ad affrontare molte avventure: dal bosco, alla città, alla foresta Amazzonica, dove i due incontreranno ostacoli sempre più difficili da superare.
   Pur avendo rischiato la vita nel “villaggio degli umani” dominato dal cemento e dalla frenesia, riusciranno comunque ad arrivare in Brasile, dove è invece la natura a regnare sovrana.
   Qui incontreranno animali esotici mai visti prima ma non solo... perché in Amazzonia Posso scoprirà molto più di quello che avrebbe voluto trovare...

"Posso e la Fiamma nella foresta" fa parte della collana "The greenhouse" della casa editrice Il Prato, ma potete trovare ulteriori racconti brevi sul nostro piccolo, magico eroe anche sul blog di Silvia, a questo link, dove l'autrice presenterà ai suoi lettori dei piccoli assaggi, veri e propri prequel, alla storia più corposa narrata nel libro.


E ora un consiglio pratico: se volete acquistare questo volume, consigliatissimo, potete farlo spulciando all'interno di questo elenco di link alle librerie che lo rivendono:


http://libreriarizzoli.corriere.it/Posso-e-la-Fiamma-nella-foresta/0qGsEWcWTWMAAAFS04ZUBKBa/uEmsEWcWMKUAAAErNrkdhq_J/pc

https://www.bookrepublic.it/book/9788863363159-posso-e-la-fiamma-nella-foresta/

http://ebook.ilfattoquotidiano.it/catalog/product/view/id/202000/

http://www.amazon.it/Posso-Fiamma-nella-foresta-greenhouse-ebook/dp/B01BD30CPA/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1454485395&sr=1-1&keywords=Posso+e+la+fiamma

https://itunes.apple.com/it/book/posso-e-la-fiamma-nella-foresta/id1080278612?mt=11&app=itunes&ign-mpt=uo%3D4

http://www.ibs.it/ebook/silvia-civano/posso-e-la-fiamma/9788863363159.html

http://store.streetlib.com/posso-e-la-fiamma-nella-foresta

http://www.timreading.it/home.php/ebook-posso-e-la-fiamma-nella-foresta-silvia-civano-il-prato-9788863363159.html

http://www.libreriauniversitaria.it/ebook/9788863363159/autore-silvia-civano/posso-e-la-fiamma-nella-foresta-e-book.htm

http://www.omniabuk.com/scheda-ebook/silvia-civano/posso-e-la-fiamma-nella-foresta-9788863363159-330186.html

http://www.9am.it/sito/Catalog/Language0/Default.aspx?template=ebookDettaglio.html&ck=UOIWYTTTQ&F=Codice&V=%279788863363159%27

http://www.sanpaolostore.it/posso-fiamma-nella-foresta-silvia-civano-9788863363159.aspx

http://www.libreriaebook.it/ebooks/index.php?pag=scheda_ebook&isbn=9788863363159

http://ebook.unita.it/catalog/product/view/id/202000/


http://ebook.freeonline.it/scheda-ebook/silvia-civano/posso-e-la-fiamma-nella-foresta-9788863363159-330186.html

http://books.secretary.it/scheda-ebook/silvia-civano/posso-e-la-fiamma-nella-foresta-9788863363159-330186.html

http://www.amazon.fr/Posso-e-Fiamma-nella-foresta-ebook/dp/B01BD30CPA/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1454485486&sr=8-1&keywords=Posso+e+la+fiamma

http://www.amazon.de/Posso-Fiamma-nella-foresta-greenhouse-ebook/dp/B01BD30CPA/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1454485519&sr=8-1&keywords=Posso+e+la+fiamma

https://www.weltbild.de/artikel/ebook/the-greenhouse-italy-posso-e-la-fiamma-nella-foresta_21356917-1

http://www.hugendubel.de/de/ebook/silvia_civano-posso_e_la_fiamma_nella_foresta-25680319-produkt-details.html?searchId=1007505571

http://ebook.euronics.it/scheda-ebook/silvia-civano/posso-e-la-fiamma-nella-foresta-9788863363159-330186.html

http://www.peruebooks.com/ebook/0108662/posso-e-la-fiamma-nella-foresta

https://www.elcorteingles.es/ebooks/tagus-9788863363159-posso-e-la-fiamma-nella-foresta/

https://www.weltbild.de/artikel/ebook/the-greenhouse-italy-posso-e-la-fiamma-nella-foresta_21356917-1

https://www.weltbild.at/artikel/ebook/the-greenhouse-italy-posso-e-la-fiamma-nella-foresta_21356917-1

http://62.149.206.56/S//Silvia_Civano/Narrativa/ePub/Posso_e_la_Fiamma_nella_foresta.html

http://it.feedbooks.com/item/1637101/posso-e-la-fiamma-nella-foresta

http://www.amazon.co.uk/Posso-Fiamma-foresta-greenhouse-Italian-ebook/dp/B01BD30CPA/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1454485683&sr=8-1&keywords=Posso+e+la+fiamma


http://www.amazon.com/Posso-Fiamma-foresta-greenhouse-Italian-ebook/dp/B01BD30CPA/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1454485720&sr=8-1&keywords=Posso+e+la+fiamma

http://www.casadellibro.com/ebook-posso-e-la-fiamma-nella-foresta-ebook/9788863363159/2803471

venerdì 4 novembre 2016

#libri: Cari mostri, Stefano Benni


Una Madonna che, invece di piangere sangue, se la ride di gusto.
   Un direttore di museo che sfida l'ira vendicativa di una mummia decisamente... vivace.
Demoni in crisi mistica, superati in malvagità dal genere umano.

Questi sono soltanto alcuni dei “mostri” che popolano la poliedrica raccolta di racconti, ben venticinque, che costituisce la tragicomica silloge di Stefano Benni (per l'appunto, Cari Mostri, Feltrinelli, 2015), autore “diabolicamente” bravo a mescolare generi e sottogeneri letterari anche molto differenti tra loro: si va dalla comicità più amara e tagliente all'orrore, elemento predominante insieme a una costante ironia, dall'elemento tragico al thriller più inquietante, dalla rivisitazione di spunti della letteratura classica a versioni “riviste e corrette” di personaggi e fatti di cronaca realmente accaduti.

Sesso, indulgenza verso il pulp e lo splatter più palese aggiungono ulteriore pepe alle storie offerte al lettore su un piatto d'argento, una più divertente e gustosa dell'altra.
   Benni, da veterano qual è, insegna al lettore che i mostri non sono soltanto quelli rannicchiati sotto i letti dei bambini o dentro gli armadi, sarebbe forse troppo semplice scacciarli: i mostri, quelli veri, si nascondono dietro un'apparenza normale, quasi banale, un fedele smartphone può trasformarsi d'un tratto in un mostro che imprigiona nella solitudine più nera, un codice Iban dimenticato può tenerci in scacco per diverse ore, una cartella di Equitalia può trasformarsi nel peggiore degli incubi reali.

La contemporaneità si fa strada e si impone prepotentemente, tuttavia i patiti dell'horror più tradizionale non storcano il naso: non mancano certamente vampiri, alberi maledetti, mummie egizie assetate di sangue, creature malvagie a go – go, compreso un sentito (e, forse, dovuto) omaggio a Edgar Allan Poe, maestro del racconto di genere che ha fortemente ispirato quest'opera, ma in chiave assolutamente personale e originale.

Nel complesso, una sfida con un genere particolarmente difficile vinta cum laude da Benni, che si fa voce delle paure e dei problemi che assillano la società contemporanea, e lo fa con uno stile riconoscibile a prima lettura, fluido, ritmato, facilmente leggibile, avvincente fino all'ultima pagina.
E, fra le pagine, non è poi così difficile scovare l'insegnamento che l'autore dona al suo fedele lettore: la paura si può sconfiggere, ma soltanto con un pizzico di (auto)ironia. 

"Questo articolo è apparso su Paper Street in data 02/11/2016. Per gentile concessione".
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/cari-mostri-stefano-benni.html

venerdì 28 ottobre 2016

#libri: Non dirmi addio, Reika Kell

Ecco con un nuovo appuntamento dedicato agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ per proporvi recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo.

Per chi di voi ancora non lo conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti.it è un portale online nato dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere.

E allora proseguiamo con la nostra avventurosa partnership con la recensione di una giovane autrice che promette decisamente bene: quest'oggi parliamo di "Non dirmi addio" di Reika Kell: buona lettura!


Lise è una ragazza dal vissuto difficile: sopravvissuta a un incidente che l'ha lasciata orfana dell'adorata madre e ricoperta di ferite (nell'anima, più che nel corpo, e sono le più difficili da rimarginare), si ritrova nuovamente a Hopefield, nell’albergo di famiglia, doloroso luogo della memoria capace di evocare gli spettri di un passato difficile da digerire.
   La ragazza vi fa ritorno dopo anni, dopo esser fuggita col rocker Colin, bello e dannato, e aver rinnegato un padre depresso e una sorella che, da sola, tenta di salvare l'insalvabile.
   Lise finirà per mettere in dubbio la propria vita e le proprie certezze, specialmente dopo l'incontro con Adam, un giovane scrittore misterioso, tanto superbo e arrogante quanto sensuale e malinconico.

Questo il tratteggio della trama di Non dirmi addio, romanzo sorprendente di Reika Kell, un volume che, fin dalle prime pagine, è in grado di catturare l'attenzione (e il cuore) del lettore.

Sarà grazie alla maestria del filo narrativo, allo stile pulito, evocativo, suggestivo, alla caratterizzazione dei personaggi, estremamente curata ed efficace, fatto sta che staccarsi da questo romanzo diventa veramente difficile.

La scoperta, pagina dopo pagina, del filo conduttore che lega i due protagonisti, lo sviluppo della passione che avvampa tra i due giovani, fino all'incredibile epilogo ricco di colpi di scena, tutto fa sì che le emozioni traspaiano gradualmente, facendo oscillare Non dirmi addio tra il romanzo sentimentale e il thriller psicologico, tra sensualità e dolore, sofferenza e redenzione.

Reika Kell sa trasportare il lettore in un abisso profondo e, apparentemente, insondabile, sa giocare abilmente con la gamma cromatica delle emozioni umane senza mai sbagliare un colpo, ma soprattutto sa donarci un messaggio positivo, di speranza: l'amore, quello vero, quello con la A maiuscola, quello che fa sussultare il cuore e lo rende libero, esiste; può essere mascherato, nascosto, sepolto sotto un passato di pesanti macerie ma, alla fine, emerge sempre, basta soltanto avere la pazienza, e il coraggio, di accoglierlo a braccia aperte, proprio come imparerà a fare la nostra Lise.

lunedì 24 ottobre 2016

#libri: Otel Bruni, Valerio Massimo Manfredi




La cascina nella pianura emiliana, i campi coltivati con fatica e sacrifici, la grande stalla, albergo dove ogni pellegrino può trovare ricovero e un piatto caldo di minestra, il luogo in cui ci si riunisce per raccontarsi storie durante le lunghe notti d'inverno, suggestivo retaggio di una tradizione millenaria.
   Un mondo antico, fatto di valori semplici ma incredibilmente sentiti, di leggende ancestrali, superstizioni, sofferenze, ma anche solidarietà e piccole gioie quotidiane, un mondo autentico, quello abitato dai Bruni - Callisto, la Clerice, i loro figli, sette maschi e due femmine, una famiglia contadina stretta tra gli eventi della Storia, quella che non guarda in faccia nessuno, che scorre indomita senza curarsi dei suoi piccoli protagonisti.


Questo il contesto che fa da cornice a Otel Bruni (Mondadori, 2011), un'opera che, almeno in apparenza, si distacca dalla consueta produzione letteraria di Valerio Massimo Manfredi, perlopiù dedicata al mondo dell'epica e della storia greco/romana.

Il romanzo, ambientato nell’Italia della prima metà del ’900, possiede una potente forza descrittiva ed evocativa: il Paese è quello raccontato dai nonni e dai bisnonni, più oggettivo rispetto ai racconti familiari, più coinvolgente dei testi di storia che si studiano sui banchi di scuola; il contesto storico quello dell'Italia contadina e della sua irrefrenabile caduta nel nero baratro della Grande Guerra. 

Un'opera che attraversa il genere storico e si avvicina al romanzo di formazione, ben percepibile specialmente nell'evoluzione costante dei personaggi, via via mossi da passioni e motivazioni sempre più contemporanee, dal desiderio e dal fascino della modernità, della vita borghese, dalla volontà di riscatto da una vita povera fatta di fatiche (molte) e soddisfazioni (poche).

Se la prima parte del racconto narra di quotidianità in toni decisamente realistici, la seconda, che va dall’ascesa di Mussolini alla seconda guerra mondiale, merita una menzione particolare per l'oggettività con cui vengono raccontate le motivazioni dei giovani di entrambi gli schieramenti politici, ragazzi semplici, influenzati da idee sufficienti a metterli l’uno contro l’altro, fino alla morte.

Lo stile è magistrale, racconta senza giudicare, con una scrittura pulita e chiara, affine a quella della cronaca, che non risparmia al lettore momenti di crudeltà affiancati ad altri di semplice e pura poesia.
Nel complesso un romanzo corale che, a pensarci bene, non si discosta forse poi così tanto dalla produzione manfrediana: protagonista è sempre la Storia, ma soprattutto coloro che la storia talvolta la fanno, altre volte la subiscono, sempre la influenzano e ne vengono influenzati, mantenendo comunque una profonda, ineluttabile umanità.

"Questo articolo è apparso su rivista Paper Street in data 02/10/2016 /. Per gentile concessione". 
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/otel-bruni-valerio-massimo-manfredi.html