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giovedì 9 marzo 2017

#libri: Quisilio Miraglia, il punto d'incontro tra poesia e critica sociale

Esistono numerosi e vari modi di esprimere un disagio, specialmente quando si parla d’arte: c’è chi straccia una tela con un coltello, chi la dipinge con violenza, affidandosi interamente a materici e nervosi schizzi di colore, chi urla la propria rabbia in musica, e chi decide di farlo giocando con le parole.

Nella schiera di questi “poeti sovversivi” troviamo sicuramente Quisilio Miraglia, casertano classe 1993: diplomato al Liceo Scientifico di Mondragone, laureando in Letteratura, Musica e Spettacolo presso la Sapienza di Roma, membro del collettivo artistico Menti Colorate, nonché direttore “della censura” in Rapsodia - rivista letteraria indipendente, fondata con l’amico Claudio Landi nel 2014.

Il buon Quisilio è maestro nella nobile arte della poesia e dei giochi del linguaggio, capace di giocare sui rapporti tra ritmo e senso implicito del testo; d’altro canto, da uno che si dichiara “contro ogni forma di misticismo/romanticismo/estetismo/aulicismo poetico” e che “preferisce la forma al contenuto, pensando il contenuto come forma e la forma come contenuto”, non potevamo aspettarci diversamente.

Per quanto riguarda la sua produzione letteraria, a colpire particolarmente sono alcuni “Giuochi di lingua e altri crimini”, componimenti che si avvicinano alla tradizione popolare dello scioglilingua, della filastrocca soltanto apparentemente infantile, carica di allitterazioni che, dietro al godimento acustico della lettura ad alta voce, nascondono riflessioni ben più amare.




Come nel caso di Metropolithanatos III:

Nelle zone d’ombra della cloaca mentale
la cimice del cemento scava a ritmo letale
tra le membra sfatte del sistema decimale
movimento consumato in un rito materiale
godimento stitico, libido fiscale
sacramento offerto all’omelia industriale
nel processo virale dell’asservimento
disperdo il seme spento dell’io animale
riferisco in digitale l’auto-annullamento
le sensazioni crude, al di là del condimento
[assioma laterale
del nostro fallimento]
ripulisco i nervi nascosti in superficie
i bisogni meccanici numerati a matrice
[memoria larvale
di una scomoda radice];
negli emicicli vuoti della gloria morale
la pietra gorgheggia il decreto finale:
– castrare il dio che non possa generare
demolire i simulacri per poter ricordare
violentare lo sguardo per riuscire a vedere
dopotutto: meglio tradire che imbalsamare

Una critica ben oculata potrebbe, in questo caso, annientare la potenza dei versi, per cui occorre muoversi con cautela: il messaggio, pur abbellito e impreziosito da gorgheggi stilistici, sintattici e morfologici, arriva forte e chiaro, la critica sociale al mondo contemporaneo è come uno schiaffo in faccia al lettore che, probabilmente, legge con un occhio allo smartphone e la mente altrove – d’altronde è forse questa l droga più potente del XXI secolo.

Guai a pensare troppo, guai a guardare al passato cercando di trarne insegnamento e monito per il futuro,  guai ad ammettere il fallimento di una società così evoluta e, allo stesso tempo, così “deficiente”.
   Non c’è spazio per il libero pensiero, non c’è spazio per il libero arbitrio, la “morte metropolitana” avvolge tutti nella sua nebbia, nella sua cortina impenetrabile, e noi possiamo scegliere di assuefarci o combattere, anche soltanto a colpi di versi e ironia pungente. 

"Questo articolo è apparso su Paper Street. Per gentile concessione"
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/quisilio-miraglia-il-punto-dincontro-tra-poesia-e-critica-sociale.html

giovedì 2 marzo 2017

#libri: Fuori dal baratro! Cultura cittadina e perversioni moderne, Eliaba

Nuovo appuntamento con lo spazio dedicato esclusivamente agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ e il portale Chanceincomune.it, due siti ricchi di recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo. 

Per chi di voi ancora non lo conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti.it è un portale online nato dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere. 

E allora proseguiamo la nostra avventurosa partnership, con la recensione di una giovane esordiente dall'indubbio talento: quest'oggi parliamo di Fuori dal baratro! Cultura cittadina e perversioni moderne di Eliaba: buona lettura!


Zì ‘Ntonie è un centenario abruzzese, saggio, duro e coriaceo come la sua terra. 
   Ma Zì ‘Ntonie è anche il protagonista di Fuori dal baratro! Cultura cittadina e perversioni moderne, il simbolo di una cultura contadina che, nel pensiero dell’uomo contemporaneo, non ha meritato il suo degno posto nella storia, un testimone silenzioso di eventi, cambiamenti e, troppo spesso, degenerazioni della cultura dell’”animale uomo”.
   Il merito di far rivivere le sue parole è del buon Elìaba (pseudonimo di Donato De Francesco) che, nel suo volume, ha deciso di ripercorrere insieme al lettore anni di confronti con l’anziano sapiente.

Una scelta difficile, poiché sviluppare un intero volume giocato esclusivamente su una serie di riflessioni sulla cultura, la religione, la società civile (e non) non è avvero cosa semplice, piuttosto riuscita ma che non convince in toto: lo sviluppo dei temi procede logico e lineare, la sostanza c’è ed è ben evidente, tuttavia lo stile, nonostante si sviluppi in forma dialogica per la complessiva durata del libro, risulta a tratti prolisso e, in rari casi, pesante.

Fattori che, tuttavia, non intaccano la bellezza del flusso “istintivo” dell’anima, capace di criticare con giusta ferocia l’ossessione moderna di creare “pacchetti nozionistici” finti, sterili, prodotto di una cultura troppo impegnata a preservare lo status quo di pochi eletti e a uccidere senza pietà l’ingegno e le capacità che crescono innate nella nostra specie.

L’intera, corposa opera si basa sulla dualità, sul contrasto tra cultura contemporanea, con tutte le miserie di un contesto storico infelice, corrotto, marcio al suo stesso interno, e desiderio profondo di un vero e proprio ritorno alla sacralità della cultura contadina, quella più autentica, fatta di valori profondi e troppo spesso marginalizzata, ignorata.
   Una lettura che va affrontata con serietà e impegno, dedicata a coloro che vogliono guardare oltre, liberarsi dalle pesanti catene che ci siamo costruiti con le nostre stesse mani, far librare quelle ali che ci sono state donate per volare sempre più in alto, non per vivere un’esistenza omologata e vigliacca.

giovedì 11 febbraio 2016

#musica: Ezio Bosso a Sanremo 2016, attimi di pura poesia

Non voglio parlare di Sanremo, delle canzonette in gara, dello spettacolo, degli abiti, del trucco e del parrucco, delle feste sfarzose e del gossip che ne consegue.
   Voglio soltanto dedicarvi una minuscola, istintiva riflessione, nata da una casualità fortuita, quella di aver deciso di sintonizzarmi su Rai Uno, proprio ieri sera, e aver assistito ad un momento di profonda poesia e umanità.


... E poi non mi venite a dire che questo Sanremo fa schifo. Che l'hanno chiamato per "fare il botto" o, ancor peggio, per intenerire la platea e l'opinione pubblica. Che fa pena.Tacete un po', una buona volta, piantatela di lamentarvi di stronzate, bassezze, ripicche e meschinità varie. Imparate ad apprezzare ciò che avete, che ci guadagnate in salute e pure in simpatia.Imparate da un uomo che è riuscito a trasformare una potenziale debolezza in un'incredibile forza, e l'ha saputo dimostrare con dolcezza, intelligenza e una buona dose di autoironia.Una lezione magistrale da parte di un grandissimo Maestro.

mercoledì 25 novembre 2015

#attualità: Non abbiate timore di esser donne

A tutte le donne, Alda Merini

           Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso             
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.




Voglio commemorare così, con le toccanti e veritiere parole di una delle più grandi poetesse della storia della letteratura nazionale (e non solo), questo 25 novembre, data simbolica per ricordare tutte le vittime della violenza perpetrata contro le donne. 
   Un messaggio che dovrebbe arrivare dritto al cuore ogni giorno, al di là delle date prestabilite, e che voglio lanciare specialmente alle ragazze più giovani, che mi spaventano un po': infatti, guardandomi intorno, ho come l'impressione che, troppo spesso, manchi il rispetto di se stesse, del proprio corpo, dei propri sentimenti come della propria sessualità. 
   Ci si svende al miglior offerente, pensando di ottenere chissà quali privilegi, l'idea di esser grandi, adulte, emancipate, contemporanee o semplicemente sexy e attraenti, ma non è così. 

Perché la violenza sulle donne non è soltanto lo schiaffo in pieno volto o il perpetrarsi di minacce o atteggiamenti da stalker, no. 
   La violenza sulle donne nasce anche dalle più piccole cose, dalla volontà di azzerarsi per compiacere un uomo, di sottomettere la propria volontà a quella di un'altra persona che finge di amarci, la violenza sta in un no che ci viene detto soltanto per il gusto di infliggerci una delusione.
   Basta poco, davvero poco, per entrare in un tunnel di rassegnazione, a entrare in quel pericoloso mood che ci fa dire "Massì, tanto sono tutti così, non soltanto il mio", ma sappiamo benissimo che non è vero. 
   Nel 2015 abbiamo tutti gli strumenti per venirne fuori, per imparare ad amarci, a rispettarci, a ribellarci, a prendere le nostre decisioni in totale autonomia, perché se non lo facciamo noi per prime, chi può farlo altrimenti? 
   Impariamo a leggere quei campanelli d'allarme che facciamo di tutto per ignorare, non accontentiamoci di un uomo solo perché pensiamo di non avere la legittimazione di fare le nostre scelte da sole, e ricordiamoci che non apparteniamo a nessuno, soltanto a noi stesse. 

Non vanifichiamo decenni di lotta contro il pregiudizio, la paura, l'ignoranza e la discriminazione, cerchiamo di non tornare indietro, ma di guardare sempre avanti, a testa alta, senza timori. 
   Ci hanno attaccato addosso etichette scomode, ci hanno violentate nel corpo e nell'anima, ci hanno accusate di ogni peccato fin dall'origine della vita e della storia, ma noi andiamo avanti.
   Madri, figlie, genitrici, amanti, lavoratrici instancabili, insomma, DONNE. 

martedì 24 novembre 2015

#attualità: Roma capoccia, quando l'ironia sconfigge la paura

La Tour Eiffel che precipita nella Senna, le minacce a Papa Francesco, alla nostra splendida Città Eterna al grido di "Prenderemo Roma!",  il terrore e quella che è stata ormai ribattezzata, da tutti i mass media, la "psicosi terrorismo", un altro di quei binomi che ci entreranno in testa come un tarlo: baby squillo, baby prostitute, bomba d'acqua, bomba di neve.
   Ossimori a profusione, anche un po' fastidiosi, alla lunga, ma la stampa è così, spaventosamente tematica, si muove per blocchi, per compartimenti stagni, finché una notizia non fa più audience, e allora sparisce nel nulla, e sotto con la prossima, è una ruota che gira.
   Immagini spaventose, che ci attanagliano in un'angoscia sempre più forte e inesorabile.

Ma, ai titoli di giornale allarmistici e catastrofici, alle maratone televisive e al tam tam ossessivo sul web che assilla milioni di persone ogni giorno, la risposta migliore l'hanno data i romani, con il solito caustico umorismo, gente superba, ironica, gagliarda, che ha saputo rispondere per le rime alle minacce dell'estremismo islamico: "Isis, co le mani quando ve pare", "Se te porti via mi moje, la croce ce l'hai tu a vita", "Nun pijate er raccordo che restate imbottijati", "Tempo mezz'ora diventeno romani e penseno: vabbè ma mo se dovemo mette a tajà capocce? Ma a chi je va... O famo domani", "Ricordateve che nella Ztl s'entra solo dopo le 19", "Ve ce vojo vede coi cammelli co li cammelli sui sampietrini"e, dulcis in fundo, "C'è solo un califfo: Franco", tutte scritte apparse sui muri, cinguettate su Twitter, postate su Facebook, epitaffi lapidari che condannano l'Isis ad una ridicolizzazione che è forse l'arma più efficace.
   Infatti l'eco che è stata data a questa frangia estremista dell'Islam non fa che accrescerne la notorietà e la potenza, andando ad ingrossare le fila di quegli esaltati che raggiungono la Siria per unirsi ad una lotta immotivata e ingiustificata, dettata da follia, ignoranza e violenza, del tutto inaudite.


Quanto ho amato i romani quando ho letto queste scritte, quanto li ho stimati, perché sì, si sono fatti portatori sani di quella che è la vera essenza di noi italiani: gente un po' spaccona, sbruffona e ciarlatana, melodrammatica, provinciale, gente che non ha mai vinto una guerra in vita propria, gente bellicosa a parole, un po' meno nei fatti, gente più portata a fare l'amore piuttosto che la guerra, ma anche gente di cuore, ironica, che sa rinascere dalle proprie ceneri, che ha ancora voglia di scherzare nonostante, guardandosi intorno, venga più voglia di piangere.
   Sarà una sorta di esorcismo della paura, ma funziona: chi l'avrebbe detto di riuscire a farsi una risata parlando proprio di quel terrorismo che sta insanguinando l'Europa?
Insomma, forza Roma,e grazie, per averci donato un sorriso anche quando sembrava impossibile, e per averci dimostrato che, sfoderando un po' di acume e un pizzico di ironia, sappiamo risollevarci e continuare a vivere, nonostante la paura.

giovedì 19 novembre 2015

#musica: Freedom, Pharrel Williams, un inno alla libertà

Freedom                                     
             
Hold on to me
don’t let me go
who cares what they see?
who cares what they know?
your first name is free
last name is dom
we choose to believe
in where we’re from

man’s red flower
it’s in every living thing
mind, use your power
spirit, use your wings
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom

hold on to me
don’t let me go
killers need to eat
don’t let you lope
your first name is king
last name is dom
we choose to believe
in everyone

when a baby first breathes
when night sees sunrise
when the whale hunts in the sea
when man recognize us
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
breathe in

we are from heat
the electric one
does it shock you to see
he left us the sun?
atoms in the air
organisms in the sea
the son and, yes, man
are made of the same things

freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom

                                         
                                                                                          Libertà

Aggrappati a me
non lasciarmi andare
chi se ne frega cosa vedono loro?
chi se ne frega cosa sanno loro?
il tuo nome è Free
il cognome è Dom
abbiamo scelto di credere
da dove veniamo

il fiore rosso dell’uomo
è in ogni essere vivente
mente, usa il tuo potere
spirito, utilizza le ali
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà

tienimi legato a te
non lasciarmi andare
gli assassini hanno bisogno di mangiare
non ti permettono di sperare
il tuo nome è King
il cognome è Dom
abbiamo scelto di credere
in tutti noi

quando un bambino fa il suo primo respiro
quando la notte vede l’alba
quando la balena caccia in mare
quando l’uomo ci riconosce
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
aspirare

veniamo dal calore
quello elettrico
ti sorprende vedere
quello ci ha lasciato il sole?
atomi nell’aria
organismi del mare
il figlio e, sì, l’uomo
sono fatti delle stesse cose

libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà


Solitamente sono piuttosto scettica e critica nei confronti dei cantanti pop e R&B odierni, mi sembrano tutti preconfezionati, le loro canzoni stereotipate, prive di contenuti, al massimo vagamente orecchiabili; tuttavia, quando ho sentito questa canzone, un disperato urlo che inneggia alla libertà, ho distolto l'attenzione da ciò che stavo facendo e mi sono messa ad ascoltare.
   Puro, piacevole sgomento nell'apprenderne l'interprete, Pharrell Williams, che ricordavo per qualche motivetto accattivante ma, principalmente, per "Happy", colonna sonora di quei batuffoli gialli chiamati Minions.

La canzone passava in radio, non ho ascoltato con attenzione le parole del testo, non ho voluto vedere il video, almeno inizialmente, mi sono concentrata soltanto sull'intensità della melodia e, così facendo, mi sono comparse davanti agli occhi, con un realismo e una veridicità impressionanti, vivide scene di violenza, di violazione della libertà e dei diritti fondamentali dell'essere umano, ho associato quell'urlo all'orrore che stiamo vivendo in questi giorni, ho contrapposto quel desiderio di libertà al senso di ingiusta privazione che stiamo subendo a causa di un terrorismo mascherato da fanatismo religioso che, ancor più che sulla violenza, si basa sulla paura, sull'inibizione di tutto ciò che amiamo, la musica, il teatro, la cultura, il divertimento, il puro piacere di vivere un'esistenza che ci guadagniamo ogni giorno, e che vale sempre e comunque la pena di essere vissuta.

Un grido, "Libertà", che mi ha trasportata lontano, in quei maledetti campi dov'è nato il blues, quel "diavolo blu" (sì, perché il termine blues deriva dalla locuzione "to have the blue devils", letteralmente "avere i diavoli blu", che indica una profonda sensazione di tristezza e sconforto) che ebbe origine tra i neri vessati da signori e padroni senza nemmeno un briciolo di umanità e pietà, dove, per sopportare il dolore e la fatica le lacrime non sarebbero bastate, e allora è nata una melodia, eterogenea, discorde, spontanea, senza regole, dove ognuno poteva identificare se stesso come persona, e non come un "negro" buono soltanto per spezzarsi la schiena e soddisfare le perversioni di esseri immondi che fecero della schiavitù una fonte di ricchezza spropositata.

Immagini sovrapposte, frammenti di film, telegiornali, notiziari, brani intensi e struggenti, una gamma infinita di emozioni che potevo aspettarmi da David Gilmour, Peter Gabriel, Fabrizio De André, ma decisamente non da Pharrell Williams.
   Mea culpa, mi ero lasciata ottenebrare dal pregiudizio, ebbene sì lo ammetto: ma c'è sempre tempo per redimersi, parola di scettica cronica e pericolosamente contagiosa. 

martedì 20 ottobre 2015

#libri, #attualità: Erri De Luca, quando la libertà di parola vince sulla politica

"Questa classe politica verrà spazzata via, per raggiunti limiti di indegnità"
Parole sante, quelle di Erri De Luca, parole, queste, e molte altre, che gli sono costate la stima di milioni di italiani, ma (legge del contrappasso docet) anche le antipatie di una classe politica incapace, che teme la verità e l'onestà più della peste.


Quando ho appreso dell'assoluzione dello scrittore napoletano, accusato di istigazione a delinquere per le sue dichiarazioni pubbliche a sostegno del sabotaggio della Tav, ho provato un senso di sollievo, una piccola sensazione di vittoriosa rivalsa perché, almeno per una volta, la verità ha avuto la meglio sul marcio che ci circonda.
   Non voglio assolutamente entrare nel merito della bagarre Tav sì, Tav no anche perché, se devo esser sincera, fatico ad avere un'opinione precisa e sicura: troppe ombre, lo spauracchio del progresso e quello del bene della nostra terra, troppi chiaroscuri in una vicenda di cui noi comuni cittadini potremo conoscere neppure la metà dei fatti reali.

Tornando a De Luca, è stato assolto dal Tribunale di Torino perché il fatto non sussiste: è finito così uno dei processi più discussi degli ultimi anni, un processo alla libertà di parola e di espressione, non soltanto ad un singolo uomo, un processo che ha mobilitato intellettuali e politici, soprattutto francesi.
   Ecco appunto, soprattutto francesi; e i nostri?
Sopiti in una protettiva coltre di indifferenza e menefreghismo, o soltanto di pura convenienza?
   Per carità, in molti hanno firmato la petizione per l'innocenza di De Luca, ma si sono fatti notare maggiormente i grandi assenti, come spesso accade.

Dopo la sentenza, lo scrittore napoletano ha dichiarato:
"Non è una vittoria, è stata impedita una ingiustizia, quest'aula è un avamposto sul presente prossimo; adesso - ha aggiunto - andrò a Bussoleno in val Susa a un appuntamento che avevo già preso tempo fa con gli amici che attendevano la decisione del giudice".
E ha proseguito, incurante del rischio corso nel ribadire un'ideologia troppo scomoda:
"Sarei presente in quest'aula anche se non fossi io lo scrittore incriminato per istigazione. Aldilà del mio trascurabile caso personale, considero l'imputazione contestata un esperimento, il tentativo di mettere a tacere le parole contrarie. Confermo la mia convinzione che la linea sedicente ad Alta Velocità va intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell'aria e dell'acqua".
E ancora:
"Sabotare, verbo nobile e democratico pronunciato e praticato da Gandhi e Mandela con enormi risultati politici. Quello che oggi saboterei è la passività degli italiani: ci siamo abituati che la corruzione è un dato di fatto, che i giornali disinformano. Servono atti di resistenza, come quello che può fare uno scrittore a sostegno di popolazioni minacciate”. 
Un processo che è stato definito, dallo stesso incriminato, assolutamente "politico", perché politica era la volontà di repressione della parola.
   Una parola che, finalmente, ha riacquistato in parte la sua importanza, uscendo dal tribunale, andando tra la gente comune, scuotendo le coscienze.

Immediate le reazioni di politicanti e politichini di ogni sorta, inviperiti, che hanno apostrofato De Luca con parole pesanti, accuse infondate, istigazione alla violenza, ad atti vandalici, e chi più ne ha più ne metta.
   Idem molti giornalisti (o forse giornalai? La linea di confine è sottile...).

Ma suvvia, in un Paese dove il meno corrotto dei politici ha sulla testa, a mo' di spada di Damocle, imputazioni per associazione mafiosa, dove il mantenere decine e decine di escort con il denaro pubblico è sinonimo di virilità anche a 80 anni, dove alle donne, ancor oggi, è concesso di far carriera sotto a una scrivania piuttosto che dietro, dove si devastano città perché, in fondo, "un po' di bordello ci sta sempre", dove la Mafia non è più quella de "Il Padrino", ma ce la ritroviamo addosso da Bolzano a Siracusa, ci scandalizziamo e terrorizziamo perché uno scrittore (non un terrorista, UNO SCRITTORE, categoria piuttosto innocua, nel complesso, che dite?) si permette di esprimere la propria opinione, e lo trasciniamo in un'aula di tribunale per questo?
   Proprio in Italia, dove in galera non vanno nemmeno gli stupratori e gli assassini, dove il femminicidio è all'ordine dl giorno e nessuno fa niente?


   Se in questo Paese il problema più grande fosse Erri De Luca, saremmo certamente tra le nazioni più progredite, civili e illuminate al mondo, utopistica chimera, ahimé.

martedì 22 settembre 2015

#attualità: Cara Miss ti scrivo...

"Sotto il vestito niente", recitava un film di immane valore culturale di Carlo Vanzina nel lontano 1985, un titolo che, oggi, potrebbe diventare "Sotto la corona niente", e che calza a pennello alla nostra splendida Alice Sabatini, da ieri la più bella d'Italia, cestista, modella, ma soprattutto un pozzo di scienza.




Per carità, finché ha dovuto sfilare in lungo e in largo con il suo costumino, ha fatto la sua porca figura, non c'è che dire, ma galeotto fu il passaggio di microfono davanti alla sua soave bocca; alla domanda "In quale epoca ti sarebbe piaciuto vivere?", un quesito tranquillo, niente affatto insidioso, probabilmente avrebbe risposto senza difficoltà anche un bimbo di 6/7 anni, tirando magari fuori l'era dei dinosauri o quella dei valorosi cavalieri medievali, lei no, ha voluto strafare: "1942, per poter vedere la seconda guerra mondiale dal vivo, tanto il militare non l’avrei fatto perché sono donna".
   Il gelo e, subito dopo, la tempesta, quella sui social, e non solo.
Sì, perché la celebrità si paga, cara Ali, e cara, i social network non perdonano, la televisione e la stampa tanto meno, e men che meno il popolo dei giovani laureati scoglionati (del quale faccio fieramente parte) che, pur essendosi fatti un mazzo tanto, probabilmente ci metteranno 4 anni a guadagnare ciò che tu riuscirai a racimolare in 4 giorni.

La nostra eroina televisiva ha poi tentato di aggiustare goffamente il tiro affermando: "La mia bisnonna c'era e mi racconta spesso di quei tempi. Avrei voluto esserci per capire che cosa si provava. Oggi sembra tutto così scontato..."
   Se se vabbé, siamo tutti capaci a fare gli pseudo-intellettuali a scoppio ritardato.

Ma a me piacerebbe tanto dire una cosa, alla nostra cara Alice: sei sicura che ti sarebbe piaciuto così tanto vivere durante la Seconda Guerra Mondiale? Io non so cosa ti abbia raccontato tua nonna (e se hai preso da lei, non oso immaginarlo...), ma quel poco che mi hanno raccontato i miei, di nonni, a me non è piaciuto per niente, anzi: mi ha fatto ringraziare quel Signore in cui, a ben pensarci, non credo mica tanto, per esser nata quando la guerra era ormai un lontano ricordo.

Perché è vero che, essendo donne, non avremmo partecipato alla guerra, ma ti credi che le nostre nonne e bisnonne se la passassero tanto bene, a casa, cara Alice? A casa, magari con 10 figli da accudire, a fare il lavoro che, prima di partire per il fronte, facevano gli uomini, a spezzarsi la schiena nei campi, a prendere di peso i propri bimbi e a trascinarli via al riparo quando suonava quella maledetta sirena che annunciava i raid aerei, a pregare che il proprio uomo tornasse, se non intero, che sarebbe stato forse chiedere troppa grazia, perlomeno che tornasse, vivo.
   A vivere nell'angoscia, sperando che tutto questo un giorno sarebbe finito, anche quando la speranza diventava qualcosa di effimero ed evanescente.

Pensa, cara Alice, che la mia bisnonna, una donna forte, tosta, che ha cresciuto mia nonna da sola, rimasta vedova giovane, dopo 60 anni dalla fine della guerra, quando sentiva un temporale troppo intenso, o anche solo i fuochi d'artificio, si spaventava, se ne stava chiusa in casa, perché il ricordo dell'orrore di quei giorni era troppo doloroso, ancora troppo vivo nelle persone della sua età, segnate da un trauma che credo fosse impossibile da superare.

Per questo non riesco proprio a giustificare la stupidità della tua affermazione, la leggerezza con la quale l'hai sbattuta in faccia ad una platea attonita, i tuoi 18 anni non bastano a fornirti un alibi, una scusa.
   La legge non ammette ignoranza, nemmeno la legge del web, ricordalo sempre durante la tua futura, sfolgorante carriera nel mondo dello spettacolo.

Ho anche pensato potesse essere una trovata pubblicitaria per fare scalpore, per ridare smalto ad una competizione che ormai l'ha perso del tutto, ma se così fosse, la cosa mi farebbe ancor più schifo: se la nostra miss ha accettato un simile compromesso, cercando la fama ad ogni costo, anche facendo la figura dell'idiota, allora è ancor peggio del previsto, mi rifiuto di crederlo, dai.




Ma forse, in fondo, quella sbagliata sono io, io come migliaia di altre ragazze, che crediamo ancora nel valore della cultura, che cerchiamo di fare qualcosa che vada oltre, che studiamo, guadagniamo una miseria in nome della nostra ambizione di sapere e conoscenza, siamo noi le cretine, in questo mondo che premia soltanto l'ignoranza, la sfacciataggine, un sedere al vento, un'occhiata ammiccante alla persona giusta.

Te lo dico io quale sarebbe la mia epoca perfetta, cara Alice: un ipotetico e forse utopico futuro, quando quelle come te andranno a pulire i cessi in stazione (con tutto il rispetto per chi tira avanti facendo questo mestiere) e quelle come me riusciranno a dimostrare che il mondo ha più bisogno di cervelli funzionanti che di chiappe sode e stacchi di cosce da un metro e venti.

E nel frattempo, un piccolo consiglio per te: torna a casa da tua nonna e fatti spiegare un po' meglio com'era la guerra, che mi sa che non hai capito una cippa, oppure chiedi a un libraio (non mordono, tranquilla) di consigliarti un libro sulla Seconda Guerra Mondiale, sulle storie della Resistenza e dei Partigiani, sulla vita delle nostre donne nelle campagne a quell'epoca, va bene tutto, un saggio della Arendt (no, quello no, non lo capiresti bella stella), un documentario di Piero Angela, il testo di Bella Ciao (no, non è dedicato a te il titolo della canzone, mi spiace...), un libro di storia delle medie, ma leggi, diamine, e la prossima volta pensa, prima di dare aria ai denti.