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lunedì 26 dicembre 2016
#libri: I delitti di Borgoglio, Giovanni Barlocco
Il mostro di Bargagli, un caso irrisolto che ha macchiato la tranquillità dell'entroterra ligure nonché riempito per lungo tempo tutte le pagine di cronaca locale e nazionale, fornisce lo spunto per un romanzo di fantasia, un giallo perfettamente congegnato, I delitti di Borgoglio, del genovese Giovanni Barlocco.
In quest'opera Borgoglio, un paesino dell’entroterra genovese a pochi chilometri dalle acque mosse del mar Ligure, diventa il luogo dove, tra gli anni Settanta e Ottanta, vengono compiuti dei delitti efferati che sembrano collegati alla Seconda Guerra Mondiale.
Tocca al commissario Marcello Cattaneo dipanare questa matassa così intricata con l'aiuto di Paolo Dellepiane, l’immancabile amico cronista, scavezzacollo e ironico al punto giusto.
Questo interessante romanzo a tinte noir ben si colloca nell’ormai consolidata tradizione del giallo ligure, che negli ultimi anni ha dimostrato maturità e consapevolezza sempre crescenti, anche grazie alla capacità di costruire trame intricate con tanto di colpi di scena, lineari e godibili fino all'ultima pagina.
In quest'opera l’entroterra genovese è quello autentico, abitato soprattutto da anziani, un territorio ostile che appare pieno di zone in ombra, con i suoi abitanti spesso scontrosi che si chiudono a bozzolo di fronte alle domande troppo dirette.
Diversi sono i giovani – Marcello, Paolo, Michela e Laura - che fanno parte di un mondo globalizzato pur mantenendo radici fortemente ancorate alle proprie origini.
Affascinanti e protagoniste anche le descrizioni del paesaggio: la tensione si stempera tra le rocce a picco che rosolano al sole, la verticalità dei dirupi, gli odori e gli umori del bosco, gli alberi di fico e i castagni, i tramonti e le albe sul mare che diventa elemento primario sullo sfondo della narrazione.
Per quanto riguarda i personaggi, il protagonista assoluto di questo gustoso libro è proprio il nostro eroe, Marcello Cattaneo, un poliziotto decisamente sui generis, commissario, cuoco, poeta, motociclista, ex pallanuotista, intransigente e contraddittorio, innamorato, talvolta insicuro, sicuramente profondamente umano.
La sua amata Genova lo riaccoglierà nel suo seno salato e poco accessibile per metterlo subito alla prova con una serie di delitti apparentemente indecifrabili, che anche il lettore sentirà il bisogno e la voglia di risolvere una volta per tutte.
Ulteriore nota di pregio, le parti trascritte in dialetto genovese (tradotte in italiano nelle note finali, per i profani di questa melodiosa lingua) che, se da un lato possono risultare inizialmente ostiche per il lettore non della zona, dall'altro aggiungono folklore e fascino, proprio come accade per il dialetto siciliano di Montalbano.
Insomma, nel complesso un giallo piacevole, dalla lettura scorrevole e lineare, dove non mancano i colpi di scena né parti più divertenti, allegre e scanzonate: leggendo le pagine di questo volume vi sembrerà davvero di immergervi negli umori tipici di un carruggio genovese, di addentare un pezzo di focaccia accompagnata da un buon cappuccino, di aspirare a pieni polmoni la brezza marina che spira da porto portando con sé un fascino immemore e antico, con il plus di dover risolvere un enigma cesellato con cura da un autore dalla penna sapiente.
Assolutamente consigliato.
martedì 29 novembre 2016
#SerieTv: Rocco Schiavone/ Marco Giallini, er mejo della TV de' noantri
Più lo guardo, e più me ne innamoro. Garko, Somerhalder, insomma il belloccio di turno? No, manco morta, sto parlando di Marco Giallini, alias il vicequestore Rocco Schiavone, il poliziotto più politicamente scorretto e fascinoso del piccolo schermo, (miracolosamente) targato Rai, il personaggio letterario più controverso degli ultimi anni, tratto dai romanzi di successo di Antonio Manzini.
Già il fatto che, dopo la messa in onda di appena una puntata, Schiavone abbia già fatto incazzare un po' dei nostri beneamati politici italiani, non fa che fargli acquisire punti in più: a lamentarsi del vicequestore Schiavone è stato, in primis, l'illuminato vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, di Forza Italia (sì, quello che su Twitter ha scambiato Jim Morrison per un rapinatore di origini slave pluriricercato, proprio lui...), indignato per il fatto che su Rai 2 venga mostrato un poliziotto che potrebbe «denigrare la polizia di stato» e «fare apologia della cannabis», etichettandolo come un «eroe per imbecilli» (Gasparri, ma allora è il tuo eroe, altro che Batman o Superman! - ndr.)
Ok, deliri e idiozie a parte, stiamo assistendo a una delle rare, bellissime volte in cui dimensione letteraria e televisiva si mescolano perfettamente, in pieno rispetto e armonia reciproci: Schiavone sembra ritagliato su misura per l'indubbio talento di Giallini che, con ogni sua ruga, ogni sua espressione, ogni imprecazione sibilata tra i denti dà vita al personaggio cartaceo arricchendolo di mille sfumature, riuscendo a rendere poetico anche un mestiere crudo, difficile, e a scaldare, con una ventata di romanità verace, il clima freddo e, apparentemente, inospitale, dell'algida Aosta.
La figura solitaria del protagonista, le ambientazioni nordiche, il gelo interiore che si confonde con quello climatico rendono la fiction suggestiva non soltanto per gli amanti del genere, anche grazie alla profonda accuratezza dei dialoghi e della messa in scena, molto realistica, pulita e ben costruita.
E anche gli altri interpreti non sono da meno: nel cast delle sei puntate, dirette da Michele Soavi, spiccano anche Ernesto D'Argenio, Claudia Vismara, Francesca Cavallin, Massimo Reale e Isabella Ragonese, che interpreta la defunta moglie di Schiavone, Marina, tutti perfettamente calati nei loro panni, con interpretazioni magistrali e realistiche.
Nel complesso, un prodotto televisivo che, forse, non è per tutti - qualcuno potrebbe lamentare la leggera lentezza ritmica rispetto al poliziesco solito – ma soltanto per palati fini, come del resto anche i romanzi di Manzini: l'azione, talvolta, cede il posto all'interiorizzazione; la parola, detta o scritta che sia, ha la meglio sul cazzotto (ma anche quello ci sta sempre, per carità), il passato riemerge, oscuro, a gettare ombra sull'operato di un vicequestore che, tra una canna e una "rottura di coglioni almeno di ottavo livello", sa mostrarci il lato più umano di un duro decisamente sui generis.
"... Non è certo un bravo poliziotto, ma i casi li risolve perché ha fiuto, perché i banditi e le loro psicologie spicce li conosce da quando giocava a battimuro sui sampietrini di Trastevere. Rocco ha un brutto carattere, è un uomo cinico, spesso sgradevole eppure siamo con lui. Sarà perché ha un cuore d'oro, sarà perché la vita non è stata tenera con lui, sarà forse perché la sua sete di giustizia, che spesso non combacia con la legge, ce l'abbiamo un po' anche noi". E se lo dice il papà di Schiavone (che è anche sceneggiatore della fiction), allora non possiamo che fidarci.
"Questo articolo è apparso su TheMacGuffin.it. Per gentile concessione".
Già il fatto che, dopo la messa in onda di appena una puntata, Schiavone abbia già fatto incazzare un po' dei nostri beneamati politici italiani, non fa che fargli acquisire punti in più: a lamentarsi del vicequestore Schiavone è stato, in primis, l'illuminato vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, di Forza Italia (sì, quello che su Twitter ha scambiato Jim Morrison per un rapinatore di origini slave pluriricercato, proprio lui...), indignato per il fatto che su Rai 2 venga mostrato un poliziotto che potrebbe «denigrare la polizia di stato» e «fare apologia della cannabis», etichettandolo come un «eroe per imbecilli» (Gasparri, ma allora è il tuo eroe, altro che Batman o Superman! - ndr.)
Ad ogni modo, lo sdegno ha portato ben ad un’interrogazione parlamentare, sottoscritta da Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello, in cui viene richiesto che la serie tv non venga più trasmessa. Poveri noi.
Ok, deliri e idiozie a parte, stiamo assistendo a una delle rare, bellissime volte in cui dimensione letteraria e televisiva si mescolano perfettamente, in pieno rispetto e armonia reciproci: Schiavone sembra ritagliato su misura per l'indubbio talento di Giallini che, con ogni sua ruga, ogni sua espressione, ogni imprecazione sibilata tra i denti dà vita al personaggio cartaceo arricchendolo di mille sfumature, riuscendo a rendere poetico anche un mestiere crudo, difficile, e a scaldare, con una ventata di romanità verace, il clima freddo e, apparentemente, inospitale, dell'algida Aosta.
La figura solitaria del protagonista, le ambientazioni nordiche, il gelo interiore che si confonde con quello climatico rendono la fiction suggestiva non soltanto per gli amanti del genere, anche grazie alla profonda accuratezza dei dialoghi e della messa in scena, molto realistica, pulita e ben costruita.
E anche gli altri interpreti non sono da meno: nel cast delle sei puntate, dirette da Michele Soavi, spiccano anche Ernesto D'Argenio, Claudia Vismara, Francesca Cavallin, Massimo Reale e Isabella Ragonese, che interpreta la defunta moglie di Schiavone, Marina, tutti perfettamente calati nei loro panni, con interpretazioni magistrali e realistiche.
Nel complesso, un prodotto televisivo che, forse, non è per tutti - qualcuno potrebbe lamentare la leggera lentezza ritmica rispetto al poliziesco solito – ma soltanto per palati fini, come del resto anche i romanzi di Manzini: l'azione, talvolta, cede il posto all'interiorizzazione; la parola, detta o scritta che sia, ha la meglio sul cazzotto (ma anche quello ci sta sempre, per carità), il passato riemerge, oscuro, a gettare ombra sull'operato di un vicequestore che, tra una canna e una "rottura di coglioni almeno di ottavo livello", sa mostrarci il lato più umano di un duro decisamente sui generis.
"... Non è certo un bravo poliziotto, ma i casi li risolve perché ha fiuto, perché i banditi e le loro psicologie spicce li conosce da quando giocava a battimuro sui sampietrini di Trastevere. Rocco ha un brutto carattere, è un uomo cinico, spesso sgradevole eppure siamo con lui. Sarà perché ha un cuore d'oro, sarà perché la vita non è stata tenera con lui, sarà forse perché la sua sete di giustizia, che spesso non combacia con la legge, ce l'abbiamo un po' anche noi". E se lo dice il papà di Schiavone (che è anche sceneggiatore della fiction), allora non possiamo che fidarci.
La serie va in onda il mercoledì alle ore 21.20 su Rai Due, #sapevatelo.
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lunedì 21 novembre 2016
#libri: Tremiti di paura, Cesario Picca
Un omicidio efferato, la bellezza della Puglia e, in particolare, delle sue isole, l'amore per la buona tavola e tutta la passione, la voglia di vivere con il sorriso sulle labbra e la sensualità del Salento e dei suoi abitanti: questi gli ingredienti principali del romanzo "Tremiti di paura", un giallo godibile dello scrittore e giornalista Cesario Picca, classe 1972, penna veloce e divertente, un inno al piacere venato di noir.
Tutto merito del giornalista di "nera" nato dalla fantasia di Picca, il piacione Rosario Santacroce, cronista quarantenne salentino che vive a Bologna e lavora per un quotidiano locale.
Un uomo rude, loquace e carismatico q.b, amante di tutto ciò che può essere assaporato e goduto lentamente, dalle donne alla buona cucina, dal sole dorato del Sud al mare cristallino dell'isola di San Nicola.
Soprannominato Saru, è perseguitato dal lavoro, che lo segue anche in ferie, ed è proprio per questo che si trova invischiato nell’omicidio di una facoltosa turista bolognese, come lui in vacanza alle Isole Tremiti, una donna fascinosa che lo stesso protagonista aveva conosciuto il giorno prima durante un giro in barca, un incontro che aveva scatenato in entrambi un profondo e irrefrenabile desiderio.
Da qui inizierà una vorticosa indagine investigativa e giornalistica, un turbinio di prove, indizi, smentite e colpi di scena, favoriti anche dall’amicizia di Saru con il maresciallo della locale stazione, suo compaesano e alleato nelle indagini.
Lo stile è semplice e diretto, il linguaggio è reso ancor più accattivante dalle frequenti citazioni dialettali salentine (Andrea Camilleri docet), la trama contiene un buon mix di erotismo e suspense, leggerezza e realismo.
Anche i personaggi hanno la capacità di instaurare un rapporto di empatia col lettore, nonostante gli scivoloni nella stereotipizzazione non manchino, e la reiterazione nel racconto degli incontri amorosi tra il focoso Saru e la sua volitiva compagna, Elisa, rischi di risultare, talvolta, un po' ripetitiva, pur senza ledere la piacevole lettura di questo romanzo.
Nel complesso un libro leggero, gustoso, una lettura da ombrellone che ben si accompagna ad una vacanza fatta di sole, mare e voglia di divertirsi.
venerdì 26 agosto 2016
##RecensioniPerEsordienti: Allison Carter. Il caso Bright, Claudia Crocioni
Nuovo appuntamento con lo spazio dedicato agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ e il portale ChanceinComune, un angolino fatto di recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo.
Per chi di voi ancora non lo conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti.it è un portale online nato dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere.
E allora proseguiamo la nostra avventurosa partnership, con la mia recensione di un'autrice davvero in gamba: quest'oggi parliamo di "Allison Carter. Il caso Bright" di Claudia Crocioni: buona lettura!
Cinquecento pagine. Cinquecento pagine sono tante, specialmente per un romanzo giallo (o, per meglio dire, poliziesco), il ritmo rischia di rallentare, l'adrenalina di scemare, la suspense di spegnersi pian piano, come una candela consumata.
Capita, sì, ma certamente non con Allison Carter. Il caso Bright, ultima fatica della giovane e talentuosa autrice romana Claudia Crocioni, un romanzo che, una volta letto, tutto d'un fiato, non si dimentica.
Tutti i fattori concorrono per farne un volume assolutamente appassionante: la scrittura è agile, veloce ma allo stesso tempo psicologicamente introspettiva, le atmosfere sono quelle del thriller, dove la violenza irrompe in una piccola realtà cittadina, ma soprattutto i personaggi, che si mostrano al lettore nudi, senza filtri, in preda a passioni ed emozioni tangibili.
Sarà una scia di efferati delitti, sarà la spirale di dolore che avvolge ogni cosa, sarà la fragilità che accomuna uomini e donne soli, in balia di un destino spesso crudele, ad avvicinare i due protagonisti principali, Allison Carter, detective coraggiosa dal passato difficile, e Aaron Fisher, il ragazzo che, gradualmente, riuscirà a far breccia nel suo cuore indurito dalla vita.
La vicenda si svolge nella cittadina di Bluehill (con qualche incursione in Italia e in Tibet), dove la nostra Allison, dopo un tragico aborto e il fallimento del matrimonio con Ben, è alle prese con il caso più difficile della sua carriera; a farle da braccio destro il fedele Steven Cowell, vero e proprio angelo custode e sincero amico.
Una volta conosciuto l'enigmatico Aaron, tutti gli elementi sembreranno convergere verso il Naticode, night club ritrovo della malavita locale, luogo di spaccio di una micidiale droga – proprio la bright che dà il titolo al romanzo – in grado di indurre le proprie vittime in stato vegetativo.
L'adrenalina cresce, l'uso del flashback e della narrazione in prima persona dei vari personaggi conferisce freschezza ed empatia verso il lettore, l'epilogo è una sorpresa continua, che spiazza il lettore con sapienza: chi entra nel mondo di Allison Carter, difficilmente ne esce (e la cosa ci piace molto, ovviamente!).
Per chi di voi ancora non lo conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti.it è un portale online nato dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere.
E allora proseguiamo la nostra avventurosa partnership, con la mia recensione di un'autrice davvero in gamba: quest'oggi parliamo di "Allison Carter. Il caso Bright" di Claudia Crocioni: buona lettura!
Cinquecento pagine. Cinquecento pagine sono tante, specialmente per un romanzo giallo (o, per meglio dire, poliziesco), il ritmo rischia di rallentare, l'adrenalina di scemare, la suspense di spegnersi pian piano, come una candela consumata.
Capita, sì, ma certamente non con Allison Carter. Il caso Bright, ultima fatica della giovane e talentuosa autrice romana Claudia Crocioni, un romanzo che, una volta letto, tutto d'un fiato, non si dimentica.
Tutti i fattori concorrono per farne un volume assolutamente appassionante: la scrittura è agile, veloce ma allo stesso tempo psicologicamente introspettiva, le atmosfere sono quelle del thriller, dove la violenza irrompe in una piccola realtà cittadina, ma soprattutto i personaggi, che si mostrano al lettore nudi, senza filtri, in preda a passioni ed emozioni tangibili.
Sarà una scia di efferati delitti, sarà la spirale di dolore che avvolge ogni cosa, sarà la fragilità che accomuna uomini e donne soli, in balia di un destino spesso crudele, ad avvicinare i due protagonisti principali, Allison Carter, detective coraggiosa dal passato difficile, e Aaron Fisher, il ragazzo che, gradualmente, riuscirà a far breccia nel suo cuore indurito dalla vita.
La vicenda si svolge nella cittadina di Bluehill (con qualche incursione in Italia e in Tibet), dove la nostra Allison, dopo un tragico aborto e il fallimento del matrimonio con Ben, è alle prese con il caso più difficile della sua carriera; a farle da braccio destro il fedele Steven Cowell, vero e proprio angelo custode e sincero amico.
Una volta conosciuto l'enigmatico Aaron, tutti gli elementi sembreranno convergere verso il Naticode, night club ritrovo della malavita locale, luogo di spaccio di una micidiale droga – proprio la bright che dà il titolo al romanzo – in grado di indurre le proprie vittime in stato vegetativo.
L'adrenalina cresce, l'uso del flashback e della narrazione in prima persona dei vari personaggi conferisce freschezza ed empatia verso il lettore, l'epilogo è una sorpresa continua, che spiazza il lettore con sapienza: chi entra nel mondo di Allison Carter, difficilmente ne esce (e la cosa ci piace molto, ovviamente!).
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venerdì 18 marzo 2016
#film: The Departed, Martin Scorsese
« Quando avevo la tua età, i preti ci dicevano che potevamo diventare poliziotti o criminali. Oggi quello che ti dico io è questo: quando hai davanti una pistola carica, qual è la differenza? »
(Frank Costello)
Mi è capitato di vedere solo recentemente The Departed, premio Oscar 2007 al Miglior film (a Graham King), alla Migliore regia (a Martin Scorsese), alla Migliore sceneggiatura non originale (a William Monahan) e al Miglior montaggio (a Thelma Schoonmaker), e in effetti ho dovuto dar ragione, almeno per una volta, all'Academy.
The Departed è uno di quei classici film dove Martin Scorsese sa dare il meglio di sé: un poliziesco che sfocia ampiamente nel thriller psicologico, contaminato dal genere action nelle spettacolari sequenze di inseguimenti e sparatorie, il tutto ambientato in una Boston dipinta a tinte fosche, dove a farla da padrone è la mafia irlandese (stranamente non quella italiana, grazie Martin per questa piccola concessione!).
La vicenda si basa essenzialmente su quelli che sono i motori trainanti della società contemporanea: la ricerca del potere e del denaro, la violenza come unico modo per imporre la propria personalità.
La frase topica del film, "Poliziotti o criminali... quando ti trovi davanti ad una pistola carica che differenza c'è?" - domanda che Costello (un Jack Nicholson scatenato come non mai) pone al suo interlocutore, o meglio a noi spettatori, la dice lunga su come va il mondo.
Essenzialmente, e molto semplicisticamente a dirla tutta, di poliziotti e criminali parla il film, e lo fa cambiandone continuamente i ruoli, in un gioco di specchi e rimandi che tiene incollati allo schermo fino all'ultima scena.
I protagonisti Billy Costigan (Leonardo DiCaprio, bravo, bravissimo, anche se l'Oscar non lo acchiappa proprio, povero Leo) e Colin Sullivan (Matt Damon) sono cresciuti nello stesso quartiere, due poliziotti le cui strade si incrociano anche se i due ignorano le rispettive identità.
Billy verrà infiltrato dalla polizia nella banda di Costello per incastrarlo, nel pericoloso ambiente delle famiglie mafiose, della malavita, di un mondo fatto di regole e codici, seppur sbagliati.
Billy è un ragazzo cresciuto per strada, e un poliziotto dai metodi poco ortodossi, al punto che, guardando il film, viene da chiedersi chi sia il buono e chi i cattivi (di Colin meglio parlare tra poco...).
Infatti è proprio l'ambiente a determinare le vicende dei suoi protagonisti, una delle tematiche più importanti del cinema di Scorsese, un ambiente che va conquistato (come fa Costello) o in cui ci si ritrova contro la propria volontà e da cui si cerca di scappare (come accade a Billy).
In questa società esiste solo l'individuo, l'uomo alienato, troppo attratto dal proprio profitto personale per accorgersi di ciò che gli sta intorno, e anche Costello, pur essendo un crudele criminale, è prima di tutto un capo che si è costruito il proprio impero da solo, un uomo solo che non ha veri e propri contatti se non con gli insignificanti scagnozzi che gli orbitano attorno.
Altro tema fondamentale, che emerge prepotentemente, come uno schiaffo in pieno volto, è la totale e assoluta assenza di etica, incarnata da Costello ma soprattutto da Colin, un poliziotto corrotto e venduto, uno che per i soldi ha venduto anche se stesso, sacrificando famiglia, amore e amicizie.
Colin, grazie alla sua faccia da bravo ragazzo, riesce a fare carriera in polizia, ma in realtà è un infiltrato, e si configura come il personaggio più spregevole dell'intero film.
Infine, per quanto riguarda lo stile, i dialoghi sono carichi di quello che Scorsese definisce l'umorismo della strada. Battute volgari, Jack Nicholson in primis, con Damon e DiCaprio che sono costretti a giocare di sponda, e un ritmo decisamente adrenalinico, al cardiopalma.
Nel complesso, un film che dimostra appieno tutto lo stile e l'immensa bravura di un regista come Martin Scorsese, e altrettanto quella dei suoi interpreti, un film che, per la sua intera durata, non ti permette di distogliere lo sguardo nemmeno per un secondo.
E questo, per un film, credo sia il traguardo più difficile, e allo stesso tempo importante, da raggiungere.
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venerdì 20 novembre 2015
#libri: La scomparsa di Patò, Andrea Camilleri
Inizio questa mia nuova recensione con una premessa: sono una neofita dei romanzi di Andrea Camilleri, non ho mai letto nulla che riguardasse il celeberrimo Commissario Montalbano, e le mie conoscenze su questo autore, fatta eccezione per la sua biografia, si limitano ai volumi "La concessione del telefono", "Il gioco della mosca" e "La scomparsa di Patò".
Per cui, sfegatati fan, non me ne vogliate.
Oggi vi parlerò proprio de "La scomparsa di Patò", un'opera decisamente sui generis che, forse anche per una sana dose di deformazione professionale, non potevo non apprezzare.
Infatti, da buona giornalista, la lettura di un libro che contiene pagine di giornale, articoli che contribuiscono allo svolgimento della narrazione, frammenti di verbali e simili non poteva che procurarmi un immenso piacere.
Traendo ispirazione da un passo di "A ciascuno il suo" di Leonardo Sciascia (patriottico, Camilleri cita spesso scrittori suoi conterranei, uno su tutti Luigi Pirandello, conosciuto e ricordato con timore e rispetto reverenziale dallo scrittore appena bambino), l'autore rielabora un fatto realmente accaduto nel 1919, reinventando quasi interamente un vero e proprio dossier che va dal 20 marzo al 28 aprile 1890.
Tra lettere scritte a mano, rapporti giornalieri riservati scritti da Carabinieri e rappresentanti della Pubblica Sicurezza, relazioni alquanto atipiche e molto altro, si snoda una narrazione che non procede per capitoli ma per frammenti, priva di una voce narrante poiché sono i frammenti stessi a raccontarci questa storia tragicomica.
La vicenda? Subito dopo la rappresentazione del “Mortorio” (la “Passione di Cristo”, opera teatrale del cavaliere d’Orioles) che, a Vigàta, si tiene il Venerdì Santo, il ragioniere Patò Antonio, uomo d'onore e direttore presso la filiale della Banca di Trinacria, minacciato di morte dal commerciante Ciaramiddaro Gerlando, scompare senza lasciare traccia.
Diverse le ipotesi: da quella attinente a una momentanea perdita di memoria, per cui stava vagando senza la capacità di ritrovare la strada del ritorno, al suo assassinio per ragioni su cui bisogna indagare.
Murì Patò o s’ammucciò? (Patò è morto o si è nascosto?), questo il dilemma.
Un giallo apparentemente semplice, classico, che non mostra particolari pregi né meriti.
E invece no.
Perché Camilleri ci vuole mostrare il rovescio della medaglia di quella sua tanto amata Sicilia, il malcostume, la corruzione, la pochezza delle istituzioni che, quando il maresciallo dei Carabinieri e il responsabile della Pubblica Sicurezza, superato il reciproco antagonismo, riescono a raggiungere il bandolo della matassa, decidono di insabbiare il tutto per non portare a galla una verità troppo scomoda e disdicevole, e ancora le manie e i peccatucci del popolo, che nulla sono in confronto alle meschinità della autorità, locali e non.
Vi dice nulla?
La vicenda sarà anche ambientata nel 1890 ma, dopo 125 belli giusti, è forse cambiato qualcosa? Camilleri ci regala una riflessione politica e sociale sulla realtà contemporanea, e lo fa attraverso le armi più potenti che l'essere umano ha a disposizione: l'ironia, l'intelligenza, quel sottile piacere nel svelare altarini nascosti con tanto zelo, il tutto sorretto da una notevole padronanza di diversi registri linguistici: dal tradizionale stile dalla forte cadenza insulare, tipicamente dialettale, a quello giornalistico (anche qui con varie sfumature, dal giornalismo di denuncia a quello ossequiente, dalla cronaca asettica all'articolo di fondo appassionato), da quello agiografico a quello prettamente burocratico.
Infine, un plauso particolare va alla fortissima caratterizzazione dei personaggi: dall'irreprensibile uomo di famiglia, che poi tanto irreprensibile forse non è, alle donne sensuali e dedite alla casa e alla famiglia, dai mascalzoni immischiati con la Mafia al maresciallo dei carabinieri apparentemente incapace, ma in realtà dedito alla verità più di chiunque altro, dal prefetto corrotto al ruffiano di turno, personaggi di sapore e stampo teatrale che tanto mi ricordano proprio quel genio di Pirandello citato ad inizio articolo.
Insomma, comicità, velata denuncia sociale, ironia e profonda analisi umana, tutto questo è "La scomparsa di Patò".
mercoledì 18 novembre 2015
#libri: Era di maggio - Antonio Manzini
Rocco Schiavone è un poliziotto decisamente sui generis; se avete in mente investigatori come l'intuitivo Hercule Poirot di Agatha Christie, il paranoico Guido Ferreri di Gianrico Carofiglio o il pungente Salvo Montalbano di Andrea Camilleri, siete fuori strada.
Perché Rocco Schiavone, vicequestore politicamente scorretto nato dall'abile penna del romanziere, attore e sceneggiatore Antonio Manzini, pur essendo un poliziotto fuma spinelli, è sgarbato, scorbutico al limite dell'umana sopportazione, ha un temperamento burbero e modi spicci.
Un personaggio così drammaticamente reale, vero, un personaggio brutale perché è così che l'ha plasmato il dolore, quello per la perdita della moglie, rimasta uccisa in un agguato, in una realtà dove la tenerezza e l'umanità diventano motivo di debolezza.
È proprio il suo protagonista principale a rendere così interessante “Era di maggio” (Sellerio, 2015), ultima fatica di Manzini, un noir a tinte fosche ambientato tra la fredda Aosta e una Roma avvolta in ombre troppo scure per un solo uomo.
In questo nuovo capitolo il lettore ritrova con piacere il personaggio di Schiavone, già protagonista dei romanzi “Pista nera” (2013), “La costola di Adamo” (2014) e “Non è stagione” (2015), questa volta al centro di una vicenda che sa di corruzione, di privilegi sociali, di sesso facile e di mafia, immersa nel più totale disincanto, quello che caratterizza l'Italia dei nostri giorni, un affresco storico, sociale ed economico tristemente realistico e contemporaneo.
L'innegabile pregio stilistico di Manzini è quello di saper fondere il ritmo serrato di un thriller perfettamente orchestrato a un'ironia pungente e graffiante, in grado di rovesciare i canonici ruoli colpevole/ innocente; a fare da collante, dialoghi veloci, spiazzanti, taglienti come lame affilate.
Per quanto riguarda la lettura, essendo il quarto romanzo di una serie, “Era di maggio” risulta a tratti faticoso da seguire, se non ci si è nutriti a “pane e Schiavò” per un po' di tempo.
E, a proposito di serialità, il finale aperto lascia chiaramente intendere la stesura di un nuovo capitolo, un sequel che permetterà di ottenere nuovi frammenti di quell'intricato puzzle che è la vita del protagonista, un antieroe che ci mostra le sue debolezze, ma anche un lato della giustizia non semplice da raccontare, che talvolta sfugge alla canonica legalità, dove bene e male, vendetta privata e giustizia corrono sul filo del rasoio, due rette parallele che, contro ogni convenzione, talvolta si scontrano irrimediabilmente.
"Questo articolo è apparso il 16/11/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/recensione-era-di-maggio-antonio-manzini.html
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