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lunedì 30 gennaio 2017

#cinema: È la stampa, bellezza, la stampa... e tu non ci puoi far niente!

Oggi, più che un semplice articolo "a tema libero", voglio proporvi una vera e propria "mini apologia di genere". Di quale categoria si tratta?
   Già dal titolo dovreste chiaramente comprenderlo, il nostro Humprey Bogart non ce le manda certo a dire nell'ultima, celeberrima battuta de L'ultima minaccia: stiamo parlando di quella più odiata, bistrattata e criticata di sempre, i giornalisti, of course.

Ci odiano quando scriviamo di cose serie perché "basta fare gli sciacalli sulle disgrazie altrui", ci odiano quando scriviamo di amenità perché dovremmo pensare alle cose serie, ci odiano quando scriviamo di politica perché tanto "siamo tutti corrotti", e allora di cosa dovremmo ben scrivere, gioie belle, del fatto che non esistono più le mezze stagioni e che una volta i treni arrivavano in orario (senza gridare al "gomblotto" contro Trenitalia, che non sia mai!)?!

Che molti cronisti d'assalto si facciano pochi scrupoli morali e deontologici siamo d'accordo tuttavia, nonostante le critiche e gli accidenti vari, il cinema ci viene in soccorso: infatti il grande schermo, specialmente a stelle e strisce, ha più volte sottolineato l'importanza di questa professione, proponendo pellicole che narrano inchieste su temi scottanti, magistralmente condotte nel loro intento di denuncia sociale (e non solo).

E allora, se volete scoprire questa top 5 tanto apologetica quanto affascinante, vi basta un click qui ;)


martedì 3 gennaio 2017

#film: MI-TI-CO! STORIE DI EPOS, MUSCOLI E ADRENALINA A GO-GO

Da buona classicista, prima o poi doveva succedere: potevo forse esimermi dal proporvi una classifica dei migliori film sulla mitologia classica?
   No, certo che no, ma niente paura: se alle parole “classico” o “epos” vi vengono in mente infiniti pipponi storici o l’odore di naftalina dell’armadio della nonna, siete decisamente fuori strada.
   Infatti Hollywood si è divertita parecchio, negli ultimi 60 anni (e più), a giocare con l’epica greca e romana, rendendola ancor più carica di pathos, violenza, bei fusti oliati per bene e sordidi amori clandestini. 

Perché si sa, Eros e Thanatos vanno a nozze, e se ci aggiungi anche qualche scenetta alla Cinquanta sfumature, allora, è la morte sua.

E quindi bando alle ciance, vediamo che top 5 ci ispirerà quest’oggi la nostra Musa… vi basta un click qui ;)


lunedì 19 dicembre 2016

#cinema: Animali fantastici e dove trovarli, David Yates

La magia, specialmente quando ti ci imbatti in giovane età, ti rimane dentro a lungo, latente negli anni, anche quando piccino non lo sei più.
   A me è ciò che è accaduto con il mondo di Harry Potter, ma soprattutto con la penna di J.K. Rowling, una delle poche autrici contemporanee capaci di creare, con semplicità e freschezza, un universo magico parallelo, estremamente concreto, che ha conquistato milioni di ragazzi della mia generazione in tutto il mondo.


E, se ho amato follemente la saga del maghetto con la cicatrice, sia letteraria che cinematografica, ho amato altrettanto Animali fantastici e dove trovarli, perché la Rowling anche stavolta ce l’ha fatta.  
   Infatti è riuscita a distaccarsi dalla scia (che sarebbe stata troppo semplice) di Potter pur mantenendo indispensabili punti di contatto, ha dato vita a personaggi completamente nuovi, costruiti da zero, ma con una profondità psicologica davvero vincente, immersi in quell'atmosfera meravigliosa che abbiamo imparato a conoscere a menadito.

Rowling, che è anche sceneggiatrice della pellicola, riesce a far calare lo spettatore nel mondo magico newyorchese, fatto di nuovi luoghi, oggetti e personaggi bizzarri, stravaganti, ma perfettamente inseriti nel contesto. Per non parlare delle creature magiche, ovviamente.

Alla regia troviamo David Yates, che inserisce il suo tratto distintivo, lo humour, all'interno della narrazione, rendendola fluida e gradevole, pur mantenendo sempre intatti i temi cari all’autrice, come la violenza sui minori e la discriminazione razziale.


La sceneggiatura è brillante, i protagonisti fantastici: un Eddie Redmayne molto preciso nella caratterizzazione del personaggio di Newt Scamander, che si apre lentamente con lo svolgersi del film, un grandissimo è Dan Fogler, nella parte del babbano Kowalski, che non solo fa dannatamente ridere ma rappresenta lo spettatore stesso, con il suo genuino stupore alla vista del mondo magico e la sua tristezza all’idea che le porte di tutto ciò non ci verranno mai aperte.

Un discorso a parte lo meritano gli effetti speciali. Le creature magiche presenti nel film sono riprodotte con un realismo incredibile e un’imponente bellezza che non possono lasciare indifferenti.

Animali fantastici e dove trovarli avrebbe potuto giocare facile sull’effetto nostalgia, eppure i rimandi a Hogwarts e dintorni si contano sulle dita di una mano, e io ne sono immensamente felice. 



giovedì 8 dicembre 2016

#cinema: Dalla cronaca alla pellicola... il passo è breve

Che il cinema attinga, fin dai suoi albori, dalle storie narrate tra le pagine di romanzi e volumi di varia natura è, ormai, cosa assolutamente nota; ma, forse, un po' meno noto è il fatto che moltissimi film siano nati (o perlomeno abbiano ricevuto una buona dose di ispirazione) da articoli di giornale e da fatti di cronaca e costume raccolti tra le pagine consumate di quotidiani provenienti da ogni parte del mondo.
   Fatti tragici, crudi, drammatici o, perché no, storie positive, in grado di portare speranza a chi le legge (o guarda, scegliete voi).

Se volete scoprire i 5 migliori film nati dal profumo della carta appena stampata, allora vi basta un click qui ;) 

"Questo articolo è apparso su http://www.themacguffin.it/. Per gentile concessione".

mercoledì 28 settembre 2016

#film: Dark Water, Walter Salles

Se, quando si parla di horror, l’unica cosa che vi viene in mente è lo splatter più spinto e becero, allora sicuramente mi verrete a dire che Dark Water è una cagata pazzesca.
   Se invece dramma, percezione claustrofobica della realtà e dimensione intimistica sono il vostro pane quotidiano, allora sicuramente avrete apprezzato la storia di Dahlia Williams, giovane madre che, in seguito al travagliato divorzio dal marito fedifrago, decide di trasferirsi con la piccola Cecilia in uno squallido palazzo in un quartiere di periferia di Manhattan.
   Oltre alla battaglia legale all’ultimo sangue per l’affidamento esclusivo della piccola, una strana infiltrazione d’acqua sul soffitto perseguiterà la donna, portando segni di squilibrio nella vita della piccola Cecilia, che inizierà a comunicare con un’amichetta immaginaria che porta il nome di una bimba misteriosamente scomparsa tempo prima dall’appartamento superiore.


Insomma, detta così la trama sa di trito e ritrito, lo so, ma la peculiarità di questo film (e mi sto riferendo alla sua versione a stelle e strisce del 2005, poiché l’originale è l’omonimo film giapponese di Hideo Nakata – già autore dei due episodi di Ringu, da cui la saga The Ring, per intenderci – tratto dal racconto di Kōji Suzuki) è sicuramente il tocco delicato che si avverte dietro la macchina da presa, quello della mano del regista brasiliano Walter Salles, un tocco intimo, quasi femminile, tutto giocato sull’intensità del legame madre – figlia e sulle atmosfere inquietanti, dove il fattore paesaggio/ contesto diventa ben più che semplice cornice del dramma che si consuma nella vita delle protagoniste. Atmosfere dense, plumbee, pesanti, dove l’umidità e l’angoscia che permeano ogni cosa si possono toccare con mano, si appiccicano alla pelle in maniera epidermica e, volutamente, fastidiosa.

D’altro canto, se un’infiltrazione d’acqua (un po’ nera, ok, ma pur sempre d’acqua) nel muro riesce a catalizzare l’attenzione dello spettatore e a trasmettergli uno sgradevole senso di ansia, vuol dire che il nostro amico Salles (già regista de I diari della motocicletta e On the Road) la sa lunga.

Per quanto riguarda il cast, ritroviamo con affetto la nostra solita Jennifer Connelly, aficionada dell’horror più o meno psicologico (ve la ricordate la bella Jennifer di Phenomena?), sempre impeccabile e terrorizzata al punto giusto, perfettamente calata nel suo ruolo di madre ossessiva e fragile, ma un plauso particolare va ad Ariel Gade, la piccola protagonista, un faccino paffuto che, oltre a fare una tenerezza assurda con quelle guanciotte da ganascini, mostra un’espressività altissima, specialmente per la sua tenera età.
   La caratterizzazione dei personaggi è forte e ben definita, l’intento del regista perfettamente raggiunto: creare una ghost story che, più che terrorizzare, commuove, rende l’impatto con lo spettatore forte e intenso, portandolo fino all’epilogo, leggermente prevedibile ma assolutamente “giusto” per l’evoluzione della narrazione.


In Dark Water le scene più agghiaccianti non sfumano nel sangue, ma mostrano, sempre e comunque, una dolcezza struggente; anche l’ossessione, elemento ricorrente, presenta una notevole finezza di particolari, fatta di eleganti silenzi, di momenti intimi, che si mescolano perfettamente a oggetti e azioni disturbanti, in grado di mantenere alta la tensione, ma quasi senza darlo a vedere.

Insomma, un film che, finalmente, va oltre i soliti cliché legati al genere, che permette a chi lo guarda di immedesimarsi nelle nevrosi quotidiane della protagonista; un film che ci conduce per mano, con delicatezza, in una dimensione tristemente reale, aggiungendo soltanto un pizzico di sovrannaturale, metafora della fragilità dei rapporti umani; un film che sa emozionarci parlandoci di abbandono, sofferenza e, forse, anche di una possibile redenzione.
   Perché, in fondo, l’happy ending non è sempre come ce lo aspettiamo.

"Questo articolo è apparso su http://www.themacguffin.it/". 

lunedì 26 settembre 2016

#film: Il colore della libertà (Goodbye Bafana), Bille August


Nelson Mandela è sicuramente uno dei personaggi più importanti e simbolici di tutto il ventesimo secolo.
   Leader indiscusso, fautore della lotta contro l'Apartheid, ha trascorso la sua esistenza a combattere contro le discriminazioni nei confronti del popolo nero, ma non solo.
   Una vita fatta di sacrifici, un uomo che, pur di non venir meno ai propri ideali, ha trascorso ben ventisette anni in prigionia, sacrifici comunque ricompensati: infatti, dopo tanta sofferenza, divenne nel 1994 il primo presidente democraticamente eletto in un Sud Africa non più segregazionista, ma finalmente libero.

La storia di Mandela è ormai di dominio pubblico, tuttavia forse non tutti sanno che, durante gli anni di prigionia, egli fu guardato a vista da una guardia carceraria di nome James Gregory, un secondino che, grazie alla sua conoscenza della lingua Xhosi, il dialetto nativo di Mandela, poteva controllare agevolmente la sua corrispondenza e le sue conversazioni semestrali con la moglie in quanto addetto alla censura.

"Il colore della libertà" (Goodbye Bafana) prende avvio proprio dal rapporto tra Mandela e Gregory, un rapporto che, inizialmente, è quello classico tra prigioniero ed aguzzino, ma che poi si evolverà grazie al carisma di Mandela, che riuscirà a insegnare l'ingiustizia dell'Apartheid e a dimostrare le vere intenzioni del suo movimento.

Il film si dipana dalla fine degli anni '60 fino al rilascio di Mandela l'11 aprile del 1994, una realtà  in cui entrambi sono prigionieri del proprio ruolo: Mandela, considerato un terrorista, il detenuto politico numero uno, e Gregory, che sceglie di aiutare i "kaffer", il termine dispregiativo con cui venivano definiti in Sud Africa gli uomini di colore, contro tutto e tutti, rischiando anche la propria posizione lavorativa e sociale.
   La storia finirà per dare ragione ad entrambi, e da qui nascerà anche l'omonimo libro, scritto dallo stesso Gregory, "Il colore della libertà. Nelson Mandela: da nemico a fratello".

L'elemento di forza di questo film è sicuramente il capovolgimento del punto di vista, da Mandela a quello del suo carceriere, un espediente narrativo che movimenta la storia e la rende più originale rispetto alle consuete biografie del leader politico.
   Il ritmo è incalzante, gli interpreti estremamente ben calati nei rispettivi ruoli (specialmente Joseph Fiennes e la splendida Diane Kruger), tuttavia l'atmosfera è un po' troppo da lieto fine a tutti i costi, una visione leggermente favolistica che lima, forse eccessivamente, la crudeltà dei sanguinosi fatti del periodo dell'Apartheid.

Addirittura, secondo il biografo ufficiale di Nelson Mandela, il giornalista Anthony Samson, il libro di James Gregory sarebbe in realtà frutto di un'abile falsificazione.
   Secondo questa teoria, Gregory non avrebbe mai avuto autentici contatti con Mandela, ma sarebbe venuto a conoscenza di molti dettagli della sua vita privata grazie al suo ruolo di controllore della corrispondenza del futuro presidente.
   Un'ombra che rende forse un po' meno suggestiva questa storia ma che, tuttavia, nulla toglie a questa pellicola comunque di buona qualità, sebbene priva di voli pindarici.

martedì 13 settembre 2016

#film: Carol, Todd Haynes

Una New York anni anni Cinquanta fumosa, frenetica e piena di vita.
   Una giovane commessa che coltiva, con timida passione, un sogno nel cassetto, quello di diventare fotografa professionista per il New York Times.
   Una ricca signora della East Coast, annoiata da un marito egocentrico e da una società preconfezionata venata di profonda ipocrisia.
   Una passione travolgente, tutta al femminile, capace di spazzare via la noia, la rabbia, le frustrazioni di un mondo che sembra fatto, solo ed esclusivamente, a misura d'uomo.


Questi sono gli ingredienti di Carol, pellicola del 2015 candidata agli Oscar e diretta da Todd Haynes, un film drammatico intenso, delicato ed estremamente raffinato, una miscela perfetta che ci mostra come, sul grande schermo, non sia poi così impossibile confezionare un prodotto di altissima qualità e ineccepibile bellezza.

Nonostante questo, se ne sono sentite di tutti i colori in proposito, stroncature comprese: film noioso, privo di scene memorabili, buonista, specchio di un caratterizzazione dei personaggi finta, fasulla, eccessivamente stereotipata.
   Fesserie.
Gente, siamo negli anni Cinquanta, ovvio che l'atmosfera abbia un non so che di patinato, ma è proprio questo il suo bello: vedere una scena d'amore intensa tra queste due donne coraggiose, vederle sfidare la sorte e i tempi, non ancora maturi, fregandosene altamente di ciò che pensano i vicini e i parenti bigotti, non avrebbe avuto lo stesso effetto se, a fare da contorno alla vicenda, ci fosse stata una New York del ventunesimo secolo.

Anche a livello prettamente estetico, l'effetto retrò è assolutamente voluto: infatti il film è girato in pellicola, senza postproduzione digitale, con luce naturale, tanto che, osservando con attenzione, in molte scene in penombra si vede una grana imperfetta, a cui non siamo più abituati.
   I grandangoli sanno tenere i personaggi saldamente immersi negli ambienti e nei contesti, la fotografia è impeccabile come anche i costumi e le scenografie, che ci mostrano la fortissima distanza dai Fiftie's di Happy Days e Grease e dalla loro atmosfera scanzonata.

Memorabile, a questo proposito, una delle scene iniziali, apparentemente priva di importanza: Carol entrando nel grande magazzino di giocattoli dove lavora Therese, si ferma a guardare, come ipnotizzata, l'ossessivo percorso di un trenino, metafora del loop nel quale la donna è imprigionata, quello delle buone maniere, del "parere degli altri", di un'esistenza fine a se stessa alla quale rimane incatenata soltanto per il bene della figlioletta.


Linearità, coerenza d'intenti e compostezza narrativa sono, a mio parere, punti a favore della pellicola, sottilmente psicologica, appetibile, certamente, per un pubblico non di massa.
 
E poi, arriviamo alla canonica ciliegina sulla torta del dulcis in fundo: vogliamo parlare delle due protagoniste?
   Su Cate Blanchett c'è ben poco da dire: perfetta. Incredibilmente perfetta. Unica, oserei dire, una signora del cinema che riesce a cavalcare qualsiasi tipologia di film con una classe da paura.
   E da lesbica è pure sexy come non mai, appassionata e passionale.
Insomma, troppa grazia per un solo essere umano, sono invidiosa.



E anche la dolce Rooney Mara non è da meno.
   Se eravate rimasti a Lisbeth Salander, la cazzutissima protagonista della saga Uomini che odiano le donne, sappiate che Rooney se la cava egregiamente anche nei panni della pischella innamorata e ingenua: perfetta nel suo ruolo, per nulla semplice, di profonda evoluzione, da giovane timida e timorosa a donna affermata, sicura di sé.


Potrei proseguire all'infinito ma diventerei barbosa per cui, tirando le somme, a quelli che mi vengono a dire che Carol è soltanto una storia d'amore saffico, non posso che rispondere malamente: Carol è romanzo (e, effettivamente, è tratto dall'omonimo volume del 1952 di Patricia Highsmith) di formazione, affresco sociale e storico, delicata difesa dell'amore omosessuale, severa critica alle convenzioni sociali, inno a concretizzare le proprie passioni e aspirazioni.
   E scusate se è poco.

"Questo articolo è apparso su TheMacGuffin.it. Per gentile concessione". 

giovedì 1 settembre 2016

#cinema: Carrie, lo (spento) sguardo di Satana

Ok, lo ammetto, sto vivendo uno dei miei difficili periodi di revival - horror e mi sto incarognendo sempre di più. Oggi bersaglio della mia ira più funesta sarà il buon Carrie. Lo sguardo di Satana, la versione del 2014 diretta da Kimberly Peirce, un remake dell'originale (ben più cazzuto) di Brian De Palma (e non c'è bisogno di aggiungere altro) di cui, francamente, in pochi sentivano la necessità.


In effetti, questa Carrie mi lascia alquanto perplessa, devo ammetterlo: ok, anche nell'omonimo libro di Sua Maestà King era una ragazzina depressa, asociale, sociopatica e vessata da una madre psicotica nonché fanatica religiosa, ma qui la resa è poco credibile.
   Sarà perché Chloë Moretz è un po' troppo gnocca per sembrare un'emarginata, sarà perché la storia è ambientata in un classico liceo americano patinato, dove tutti mostrano sorrisi plastici da paresi facciale uniti al turpiloquio del peggior camallo al porto di Genova, fatto sta che l'impressione è quella di prodotto finto, asettico, sostanzialmente inutile, dopo il successo generazionale dell'originale.
   Le bionde sono buone s stupide, e i ragazzi pensano solo allo sport e alla Jolanda, per intenderci.

Insomma, stiamo parlando di Carrie o una puntata di Beverly Hills 90210?! La domanda sorge spontanea, dal primo istante fino al bagno di sangue conclusivo, una cafonata che più splatter non si può.

Il paragone con il filmone di De Palma è ovvio e doloroso, anche perché la Peirce non aggiunge assolutamente nulla di nuovo né originale alla sua pellicola se non, forse, la scena dei telefonini, che ovviamente negli anni Settanta non si sapeva manco cosa fossero.
   A quale scena mi sto riferendo? A una Carrie impanicata per l'avvento del suo primo ciclo mestruale, e alle sua compagne di scuola un po' zoccolette che, invece di aiutarla e illuminarla in merito (ovviamente la nostra figlia di Satana era stata tenuta all'oscura di tutto dalla psicolabile mammina), la filmano con il cellulare per poi sbattere la sanguinolenta scena sul web.
   Momento squallido, nel complesso, ma a ben pensarci, e facendo un rapido paragone con la realtà quotidiana contemporanea, forse anche nella realtà sarebbe andata proprio così...


Arriviamo all'ennesima nota dolente, gli interpreti: nulla da dire sulla splendida Chloë, credibile sia in versione verginella timorata di Dio che in quella "degna figlia di Satana", ma la vera caduta di stile sta nell'interpretazione di Julianne Mooore.
   Da lei non ce lo saremmo proprio aspettato. Perennemente in overacting, stavolta, cara Julianne, è davvero troppo.
   Ok che devi fare l'esaltata autolesionista ma insomma, tutte queste faccette sconvolte e i mugolii sconnessi rischiano di scivolare velocemente verso la macchietta, e da una veterana del cinema proprio non ce lo aspettavamo.

Anche il dono di Carrie, la telecinesi, né tantomeno la sua presunta origine demoniaca vengono minimamente spiegati durante il passare dei minuti: non si capisce assolutamente nulla, la trama è poco chiara e mal strutturata, addirittura la stessa Carrie scopre la natura dei suoi "superpoteri" banalmente, navigando su Internet.
   Altro che Belzebù con tanto di corna e coda appuntita...

Nonostante il tentativo di coinvolgimento emotivo e l'eccesso di pathos sulle vicende giovanili della protagonista, empatia ed emozione (positiva o negativa che sia) stanno a zero, e la regista riesce ad ammosciare anche le scene decisive, come il confronto finale tra madre e figlia, a tratti ridicolo.

Più che un film, o l’adattamento di un romanzo, Carrie è un malriuscito condensato dell’originale, una sintesi confezionata esclusivamente per conquistare un pubblico immaturo, alla ricerca di allusioni sessuali, sangue e battute da b-movie.

Horror asfittico che nulla ha a che vedere con il romanzo di King (pur essendo già questo la sua opera più atipica), assomiglia più alla storia strappalacrime di una supereroina incarognita che a un film horror con gli attributi risultando, quindi, decisamente inutile.


Insomma, resto sempre del mio parere: mai mettere le zampe su vecchie glorie del cinema horror, che più che danni non fate... 

"Questo articolo è apparso su TheMacGuffin,it" Per gentile concessione".

lunedì 22 agosto 2016

#cinema: Il connubio perfetto? Arte e cinema, ça va sans dire...

Arte e cinema... quale connubio più armonioso? Vite di artisti, richiami più o meno velati a opere d'arte di fama mondiale, piccoli accenni sullo sfondo di intense vicende o arte come protagonista assoluta, sono molteplici i fili che legano in maniera indissolubile questi due prodotti del genio umano, e i film che sono nati da questa liaison risultano sempre particolarmente suggestivi e affascinanti.

Oggi niente ironia, voglio condurvi per mano all'interno della bellezza, quella vera, con la B maiuscola; perché magari la bellezza non lo salverà, questo piccolo, sofferente mondo, ma almeno ci permetterà di prendere una boccata d'aria pura, di fare un tuffo tra tele e acquerelli, di toccare con mano sculture e installazioni contemporanee, di conoscere artisti che hanno cambiato il corso della nostra storia.

E allora, signore e signori, ecco a voi l'Arte, servita su un piatto d'argento (o meglio, su una "bobina" tutta da scoprire)...

Se avete voglia di conoscere la classifica dei più bei film ispirati ad opere d'arte, allora vi basta un piccolo click qui, e buona lettura ;) 


venerdì 12 agosto 2016

#film: Poltergeist, Gil Kenan

Quando una roba viene bene, andrebbe lasciata esattamente com'è.
   Questo vale per le ricette, per le relazioni interpersonali, per i libri e... soprattutto per i film.
Sì perché, quando ti vai a confrontare con un filmone cazzuto, che ha segnato una generazione intera di cinefili, è quasi scontato che tu ti faccia malissimo, e che non possano che venir fuori delle cazzate disumane.
   E, infatti, è proprio quel che è successo al povero Poltergeist, quello sfigatello del 2015, s'intende, una pellicola che ci fa nascere, in maniera del tutto spontanea, direttamente dal più profondo del nostro cuoricino, una sola domanda: ma perché, porco mondo?!
   Ma perché, caro Gil Kenan, ti sei andato a impelagare in un tale ginepraio, invece di spremerti le meningi e farti venire una mezza (e dico mezza, non pretendo molto) idea originale?


Insomma, avrete capito che una roba più inutile non si poteva fare: il film, in effetti, fa paura. 
   Ma non nel senso che tutti noi, anime innocenti, vorremmo ardentemente, giammai, fa paura nel senso che fa proprio cagare, è semplicemente un copia - incolla della trama e della struttura del film originale, il vero Poltergeist. Demoniache Presenze del 1985, un remake infarcito di idiozie e inutili gingilli tecnologici, atti soltanto a farci capire, casomai fossimo tonti e non lo avessimo compreso, che siamo nel Ventunesimo secolo.

Cellulari che sfrigolano ed elettrizzano capelli che manco la 220 di casa, elettrodomestici posseduti ma, chicca assoluta, l'esplorazione di ciò che resta del cimitero infestato sotto casa fatta tramite un... drone.
   Sì, avete capito bene: avete presente quei bei giocattolini che son più le volte che spaccano la testa a ignari turisti di quelle che vagano per l'aere indisturbati?
   Proprio quello.
Immaginatevi il trauma e lo sconcerto di questi poveri e irrequieti morti stecchiti quando si sono visti arrivare addosso un aggeggio pilotato da un ragazzino di 10 anni, roba da pauuura.



Inoltre, tutto questo uso/abuso della tecnologia toglie valore alla scena madre del film originale, qui ripresa paro paro, quella del televisore, catalizzatore delle presenze demoniache che infestano la casa, capace addirittura di inglobare la piccola di casa, Maddy.

Ma come se non bastasse, a far crollare inesorabilmente l'intera pellicola nel mondo della parodia è il surreale personaggio di Carrigan Burke (un improbabile e un po' cazzone Jared Harris), chiamato dalla famiglia Bowen per salvare la piccola Madison: una sorta di "acchiappafantasmi" televisivo dal carisma irresistibile (?), l'unione sopraffina del fascino di Gordon Ramsey + una pungente ironia alla Bastianich + la viulenza di Antonino Cannavacciuolo nei suoi momenti peggiori, un Giacobbo de 'noantri che irrompe sulla scena come un elefante in una cristalleria, trasformando l'intera operazione nella più totale confusione cinematografica.


Anche i personaggi (e i rispettivi interpreti) zoppicano parecchio: una mamma (Rosemary DeWitt) che dà della psicotica alla propria bambina (Kennedi Clements), una sorella maggiore col mestruo perenne (Saxon Sharbino), un papà ebete come solo i papà nei film horror sanno essere (Sam Rockwell), insomma il delirio più totale e completo.

A 'sto punto, direi che, più che Poltergeist, sembra uno Scary Movie mal riuscito, uno degli ultimi, per intenderci e, nonostante gli effetti speciali si siano ovviamente evoluti, il film non ha nulla da aggiungere alla pellicola originale, ben congegnata ed equilibrata, grazie a quel pizzico di ironia che Tobe Hooper, con lo zampino di Steven Spielberg, aveva saputo infondere nella sua creatura.

Tirando le somme... un film da guardare soltanto se siete under 12 (tanto si sa, a quell'età non capiscono una cippa). O masochisti. O stitici.  O se non sapete nemmeno che cosa sia un vero film horror, e allora, che vi parlo a fare, tzè... 



"Questo articolo è apparso su TheMacGuffin.it. Per gentile concessione".

giovedì 4 agosto 2016

#cultura: Torna la Festa del Pensiero di Alessandria... E vuole crescere!


Dal 15 al 18 settembre ad Alessandria arriva la seconda edizione della Festa del Pensiero, un festival culturale che crede nel pensiero critico e nella libera riflessione.
  Il tema di quest’anno sarà “la tregua”.

La Festa, patrocinata dal Comune, dalla Provincia di Alessandria e dall’Università del Piemonte Orientale, è organizzata dall’Associazione “Fili – laboratorio filosofico permanente” e dall’IIS Saluzzo-Plana, in collaborazione con l'Associazione La Voce della Luna e in rete con il Conservatorio A. Vivaldi e altre associazioni culturali e i media locali.

Il festival comprende 4 giorni di eventi eterogenei: mostre, laboratori, concerti, caffè filosofici, proiezioni di film, spettacoli teatri, conferenze e convegni, passeggiate.
   Molti di questi incontri sono organizzati autonomamente o con l’aiuto dei ragazzi della città (studenti degli istituti superiori, del Conservatorio di Alessandria, giovani universitari).

Per realizzare tutto questo e crescere abbiamo bisogno del vostro contributo, per creare insieme un’occasione e uno spazio di tregua, nel quale fare cultura per riprendere il filo del pensiero critico.

Per saperne di più www.festadelpensiero.it o seguici sulla nostra pagina Facebook: Festa del Pensiero
Oppure scrivi a info@festadelpensiero.it e guarda il video al link https://www.youtube.com/watch?v=R_3AWWJubRo per capire meglio di che si tratta.


La donazione, a partire da 10 euro, è possibile senza limiti di cifra e può essere realizzata entro l'8 settembre 2016 sull'IBAN: IT75M0853010400000440114794 di Banca d’Alba, filiale di piazza della Libertà 26, 15121 Alessandria, intestato a FILI. LABORATORIO FILOSOFICO PERMANENTE, con il nominativo di chi effettua e la causale “erogazione liberale per seconda festa del pensiero”; se si desidera ricevuta via mail o in cartaceo si prega di fornire i dati necessari, che verranno rigorosamente tutelati secondo la normativa relativa alla privacy.

I nomi dei sostenitori del progetto saranno pubblicati e ringraziati sulle le nostre pagine social e sul sito.

Oltre alla donazione libera sopra citata, sempre allo stesso IBAN potrete effettuare una donazione per contribuire ad un'altra iniziativa importante, il fundrasing civico: una raccolta di fondi nella Città per portare a termine il lavoro dei ragazzi della Festa del Pensiero e permettere a chiunque lo desideri di supportarne il progetto.

Le spese di realizzazione, fortemente ridotte grazie all’impegno totalmente volontario degli organizzatori e dei collaboratori e alla generosità di molti ospiti e fornitori, si riferiscono principalmente:

  • alla presenza e alla performance di più di 30 artisti (2200€)
  • al service necessario per la fruizione degli eventi (2200€)
  • ai costi SIAE (2000€)

Infine, per sostenere le iniziative culturali della Festa del Pensiero, abbiamo deciso di provare anche il crowdfunding, una raccolta fondi online attiva per 40 giorni al link https://www.eppela.com/it/projects/9680-festa-del-pensiero, dove potrete effettuare una donazione a partire da 5 euro. 

Sostenete la cultura, sostenete la Festa del Pensiero di Alessandria! 


martedì 2 agosto 2016

#cinema: Saffo e Ganimede: tutta la bellezza dell'amore omosessuale al cinema

Sul grande schermo, quando parliamo di storie d'amore, immediatamente pensiamo a dichiarazioni romantiche alla Shakespeare in Love, a momenti struggenti come ne Le pagine della nostra vita, ad altri di passione in stile Ghost e Moulin Rouge.

Che madornale errore! Siamo nel 2016 gente e, specialmente negli ultimi anni, alcuni tra i ruoli più intensi e forti provengono direttamente da pellicole cinematografiche a tema omosessuale: fortunatamente ne è passata di acqua sotto i ponti dallo scandalo all'uscita de I segreti di Brokeback Mountain (e stiamo parlando del 2005, non del 1800), e ad oggi un bacio o una scena d'amore omo non destano più tutto questo scalpore.

Se volete scoprire questa classifica cinematografica dedicata al mondo gay ma non solo, una top5 che vi farà emozionare e riflettere (sul serio), allora non vi resta che cliccare qui, per essere catapultati direttamente su TheMacGuffin.it.
   Buona lettura! :)


venerdì 29 luglio 2016

#film: Intuito Femminile, Martin Basile

Oggi facciamo la conoscenza di Martin Basile, rapper decisamente sui generis, classe '92, un talento poliedrico dallo stile personalissimo, fatto di citazioni e rimandi alla letteratura italiana, ma anche di sonorità vicine al jazz e al soul.



E a noi cinefili che ce frega, direte voi, ma vi sbagliate: perché il buon Basile ci sa fare anche dietro alla macchina da presa, inizialmente come regista dei suoi stessi videoclip musicali, ad oggi come videomaker del suo primo cortometraggio, “Intuito femminile”, in uscita il prossimo 22 giugno sul canale YouTube del rapper e presentato in anteprima proprio qui da noi, su TheMacGuffin.it

Il corto, girato in una birreria di Recco, è un adattamento del brano “Gettandomi in ambigue immedesimazioni richieste ma non richieste”, del gruppo musicale Uochi Toki, brano che fornisce il pretesto per una storia decisamente intrigante.

Se vi siete in incuriositi, cliccate qui... e buona lettura!

mercoledì 27 luglio 2016

#cinema: The Nice Guys, Shane Black

Prima di raccontarvi qualcosa di questo film, devo fare un sentito ringraziamento al regista della pellicola The Nice Guys, Shane Black: grazie, grazie per avermi fatta ridere di gusto quando, solitamente, al cinema più che un ghigno schifato non riesco a tirare fuori.


Ma torniamo a noi: siamo nel 1977, in una Los Angeles corrotta fino al midollo dove si muovono due strani personaggi, diametralmente opposti: Jackson Healy (Russell Crowe) e Holland March (Ryan Gosling).
   Il primo, un lupo solitario che si mantiene pestando su commissione criminali di poco conto, un uomo trasandato che maschera la propria insoddisfazione con un atteggiamento da duro.
   Il secondo, un detective, vedovo, padre di una ragazzina cazzuta come poche, sgangherato ed alcolizzato al limite dell'umana immaginazione.
March e Healy, dopo la morte violenta della nota attrice porno Misty Mountains, si ritrovano invischiati in un intreccio di politica e intrighi inaspettati, alla disperata ricerca di una ragazza di nome Amelia, misteriosamente scomparsa.

Sarà con la morte del fidanzato di Amelia, bruciato vivo con una misteriosa pellicola, che i detective scopriranno che le due ragazze hanno un legame che li porterà in una girandola di situazioni sempre più pericolose... ma soprattutto tragicomiche, perché oltre all'azione, in The Nice Guys si ride di gusto, senza mezze misure.

I personaggi sono entrambi riuscitissimi: Gosling, oltre a essere buono come pochi, è uno dei pochi belli hollywoodiani in grado di prendersi in giro godendone e restando comunque un sex symbol (e un ottimo interprete), un personaggio sfaccettato, molto più profondo di quanto mostri la prima impressione.
   Le sue cadute rovinose e rocambolesche sembrano non scalfirlo, il ruolo della "bionda svampita" gli calza a pennello, e il risultato è a dir poco magistrale.

Stessa cosa vale per Russel Crowe, finalmente rinato (professionalmente, perché sull'estetica è meglio stendere un velo pietoso, ahimè...,), divertente, autoironico e burbero al punto giusto, un "gladiatore" alquanto appesantito ma ancora gagliardo come pochi.


Ovviamente, la trama risulta architettata appositamente per allestire siparietti divertenti tra i due detective, ma questo fattore non toglie assolutamente smalto al film: le scene sono incredibilmente divertenti, ben strutturate, il contrasto tra i due personaggi principali dà origine a una comicità prorompente, infarcita di dialoghi esilaranti, brillante anche nelle scene più ovvie, andando a rispolverare quella caustica comicità anni Settanta che non passerà mai di moda.

Insomma, The Nice Guys è un mix perfettamente bilanciato tra l'eroismo auto-ironico di Crowe e la lucida follia di Gosling, e un (ari)plauso va a Shane Black, regista e sceneggiatore (sue creature come Arma letale e Kiss Kiss Bang Bang), che è riuscito a costruire una pellicola in grado di intrattenere senza mai stancare o annoiare lo spettatore.

giovedì 21 luglio 2016

#cinema: "Esci da questo... film!": i 5 cult più posseduti di sempre

Fiumi di vomito verdino, bestemmioni tonanti, frasi sacrileghe pronunciate in lingue arcane, sparachiodi umane, tizi posseduti, sangue e preti allo sbaraglio, Esci da questo corpo! e compagnia bella: pochi, rodati ingredienti et voilà, l’esorcismo è servito.

Un fattore che, al cinema, ha fatto la fortuna di un genere horror che più prolifico non si può, ma anche alquanto controverso: l’elemento mistico, la curiosità un po’ morbosa, la trasposizione spesso grossolana rischiano di farci sprofondare in un abisso di terrore o, più facilmente, in una marea di risate.
   D’altronde, ne è passata di acqua sotto i ponti da quel benedetto (o maledetto, già che siamo a tema) 4 ottobre 1974, data di uscita italiana del capostipite del filone demoniaco, L’esorcista (che all’epoca fece non poco scandalo, nonché riempire il pannolino anche al più duro dei duri), e spesso lo standard si è abbassato in favore delle classiche, pacchiane, americanate tutte azione e violenza gratuita.


Ed ora, in onore dei cari vecchi demoni appena tornati al cinema con The Conjuring 2, ecco una top five dei migliori film horror sulle possessioni demoniache degli ultimi anni, pellicole che si salvano dal mare magnum contemporaneo: tenete a portata di mano crocifisso, acqua santa e il vocabolario di latino, mi raccomando. 


Se volete scoprire di che si tratta, vi basta un piccolo click qui,  per un articolo decisamente... in stile #TheMacGuffin.it! 

martedì 28 giugno 2016

#cinema: Addio Bud Spencer, gigante buono del cinema italiano

Ieri pomeriggio se n'è andato un pezzo della storia del cinema italiano, il "gigante buono" che tutti noi ricordiamo con affetto fin dall'infanzia, un personaggio poliedrico e quanto mai sottovalutato: ieri pomeriggio è morto Bud Spencer, o meglio Carlo Pedersoli, classe 1929, partenopeo, la metà del mitico duo storicamente formato con Terence Hill.


Tutti noi lo ricordiamo per la celeberrima sequenza "doppio sganassone potente - pugno in testa", ma Bud è stato molto di più: protagonista di una carriera lunga ed eclettica nella quale, accanto ai film più popolari, ha interpretato thriller (diretto da Dario Argento in Quattro mosche di velluto grigio), si è misurato con il cinema d'autore con Ermanno Olmi e persino con il dramma di denuncia civile con Torino nera di Carlo Lizzani.
Per non parlare della sua carriera di sportivo: come nuotatore è stato il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 metri stile libero, oltre ad essere stato più volte campione italiano di nuoto a stile libero e in staffetta. 

Insieme, Bud Spencer e Terence Hill hanno scritto momenti indimenticabili del cinema italiano: dalla serie indimenticabile degli "Spaghetti western" all'avventura comica, un duo che ha fatto sganasciare dalle risate diverse generazioni di giovani (e diversamente giovani).

Tante esperienze, tanti successi, una lunga vita fatta di tante soddisfazioni ma condita anche da un pizzico di amarezza per non esser stato abbastanza considerato da quel mondo del cinema in cui era entrato un po' per caso, finendo poi per dedicargli una vita intera; aveva infatti dichiarato alla stampa nazionale: "In Italia io e Terence Hill semplicemente non esistiamo, nonostante la grande popolarità che abbiamo anche oggi tra i bambini e i più giovani. Non ci hanno mai dato un premio, non ci invitano neppure ai festival".

Ma d'altronde si sa, nello showbusiness va avanti soltanto chi sgomita, chi si impone senza tanti scrupoli e lui, nonostante i cazzotti volati in quantità sul grande schermo, nella realtà quotidiana era veramente un gigante buono e gentile, forse troppo, in un mondo di serpi.

E il modo in cui se n'è andato lo testimonia, in silenzio, senza clamore, in punta di piedi, come annunciato dal figlio Giuseppe: "Papà è volato via serenamente alle 18.15. Non ha sofferto, aveva tutti noi accanto e la sua ultima parola è stata grazie".

Una serenità che aveva già manifestato in precedenza, come presagendo l'approssimarsi dell'ultimo viaggio: "Non temo la morte. Dalla vita non ne esci vivo, disse qualcuno: siamo tutti destinati a morire. Da cattolico, provo curiosità, piuttosto: la curiosità di sbirciare oltre, come il ragazzino che smonta il giocattolo per vedere come funziona. Naturalmente è una curiosità che non ho alcuna fretta di soddisfare, ma non vivo nell'attesa e nel timore. C'è una mia canzone che racchiude bene la mia filosofia: “Futtetenne”, ovvero fregatene".


E allora freghiamocene dei mancati riconoscimenti, e auguriamo a Bud l'unica cosa possibile: una scorpacciata di fagioli insieme agli angeli tra i quali, sicuramente, è finito. 




lunedì 13 giugno 2016

#cinema: Siamo cosììì… 10 donne coi contro… fiocchi al cinema

Coraggiose, sensuali, malvagie, affascinanti, ostinate, fragili… potremmo andare avanti all’infinito con gli aggettivi per descrivere la poliedricità della presenza femminile nel mondo del cinema, perché diciamocelo, la bellezza e la suggestione di certi ruoli in rosa sul grande schermo, i signori uomini, se le scordano.

Madri, mogli, figlie, amanti, donne in carriera, donne che vi hanno rinunciato per amore della famiglia, donne ingabbiate all’interno di cliché dai quali è ben difficile liberarsi, ma anche donne che hanno saputo spiccare il volo, con le proprie ali, come dimostra questa mia top ten mooolto personale e sentita. 

E allora non dilunghiamoci troppo, e andiamo alla scoperta dei 10 migliori ruoli femminili sul grande schermo, ruoli che hanno fatto la storia, facendoci sognare ad occhi aperti e scatenando in nutrite schiere di adolescenti folli deliri di autentica emulazione.

Solo su TheMacGuffin.it... ;) 


venerdì 10 giugno 2016

#cinema: Evil Selfie, quando un autoscatto può essere... fatale

Classe ’88, ternano doc, faccia pulita da bravo ragazzo, ma è tutto un trucco: oggi conosciamo meglio insieme Eros Bosi, giovane attore e filmaker umbro che, a dispetto dell’aspetto apparentemente tranquillo, possiede in realtà una passione sfrenata per i film horror, di cui è regista e interprete ormai da diversi anni.


Ma parliamone direttamente con lui: Eros, chi sei? Presentati in breve, cercando di attirare su di te l’attenzione di quei pessimi elementi dei lettori di TheMacGuffin.it.

Allora, tanto per cominciare sono da sempre un cinefilo incallito, non amo solo gli horror, anche se è sicuramente il mio genere preferito, ma guardo con piacere e colleziono praticamente ogni tipologia di film in DVD. Vado pazzo anche per i film comici all’italiana, in particolare con Pippo Franco, Tomas Milian, Adriano Celentano e Lino Banfi.

Oltre al cinema, tra le mie passioni c’è senz’altro quella musicale: stravedo per le chitarre elettriche distorte, mi posso definire un rockettaro/metallaro scatenato, ma non disdegno affatto nemmeno l’elettronica anni ’80. 

Abbiamo detto che sei un “film-horror-dipendente”: come nasce la tua passione per il mondo cinematografico, ma soprattutto per il genere più truculento che c’è?

Beh, innanzitutto permettetemi una riflessione: spesso sono molto più truculenti i film sulla malavita, sulle bande di quartiere, come accade in Arancia meccanica o ne I guerrieri della notte. Stessa cosa vale per i polizieschi e i film d’azione: mi è capitato recentemente di vedere Il grande racket, pellicola particolarmente violenta, ma di grande qualità.

Detto questo, la passione per il truculento ce l’ho da quando avevo 11 anni, l’illuminazione mi ha colto dopo aver visto Vampires di John Carpenter; da lì ho iniziato a divorare horror a manetta, tutte le settimane controllavo quale film dell’orrore davano in TV e li registravo. D’altronde, da un accanito lettore di Dylan Dog cos’altro potevate aspettarvi? 

Per quanto riguarda la passione per questo mondo, più in generale, nel 2008 ho iniziato a lavorare sul set di Porta per l’inferno di Lorenzo Buscaino e da lì la passione, ma soprattutto il desiderio di fare cinema, hanno iniziato a prendere forma. Sono partito dallo staff per arrivare prima al ruolo di attore principale e poi di regista.

Sei un ragazzo di provincia, nato in una zona d’Italia apparentemente lontana dai grandi centri di produzione cinematografica, come Roma e Milano: come sei riuscito ad affermarti in questo settore, è stata dura?

Tutto sommato Roma è abbastanza vicino a Terni, dista circa 100 km, infatti spesso mi reco nella Capitale per fare da comparsa in alcuni film. In realtà non è stata dura affermarmi nel settore perché a Terni ci sono molti film-maker, si tratta di una città molto viva sotto questo punto di vista. E pensare che avrebbe potuto evolversi ancora di più nell’ambito cinematografico, grazie agli studi di Roberto Benigni che ormai, purtroppo, non sono più attivi da anni.

Ma veniamo al motivo principale per cui siamo qui ad intervistarti: l’uscita del tuo ultimo corto, Evil Selfie, un comedy horror sul quale ci devi assolutamente svelare qualche dettaglio in più. Come ti è venuta l’idea? E la scelta di genere, a metà tra orrore e ironia: quale componente prevale maggiormente?

Siccome subisco molto il fascino delle creepy photos, letteralmente “fotografie che fanno paura”, il tutto è nato dal desiderio di realizzare un film su uno spettro che appare improvvisamente tra due fidanzati proprio in un selfie, così con l’occasione ho sfruttato anche la crescente e inarrestabile moda degli autoscatti. L’idea di mescolare orrore e ironia è molto frequente nei film d’orrore, anche nel mio film precedente, Circondato dalle tenebre, sono presenti scene che scivolano a tratti nella commedia, come quella girata in un bar o quella di sapore fetish. E poi un horror/commedia ha il pregio di spaventare e far ridere allo stesso tempo.



Leggendone la trama, possiamo intuire una certa critica, piuttosto aspra, all’uso/abuso della tecnologia ai giorni nostri. Considerando il crescente numero di persone che, ogni anno, ci restano secchi per immortalarsi in selfie spericolati sul bordo di scogliere e precipizi, come darti torto, in effetti…

Infatti il messaggio che vorrei dare è proprio di critica alla dipendenza dallo smartphone, al fatto che, oggigiorno, siamo ossessionati dai selfie e dai social network; ne siamo tutti un po’ malati, io per primo, lo ammetto.

Quanto impegno c’è dietro questo film (parliamo di tempistiche, difficoltà incontrare sul set, etc. etc)? Hai qualche aneddoto in merito da raccontarci?

Avendo lavorato con uno staff dalla provenienza decisamente variegata (Luca Alessandro da Roma e Luigi Nappa da Caserta), in effetti è stata dura trovare un fine settimana in cui fossero tutti presenti, attori, fotografi di scena, truccatori e così via. In realtà, il primo week end di lavorazione è stato un disastro, siamo riusciti a girare veramente poco.


Ma, fortunatamente, non tutto il male viene per nuocere poiché, anche grazie a Luca Alessandro, sono riuscito a coinvolgere alla lavorazione del film Alex Visani e due amici, Diletta Vedovelli, attrice professionista, e un effettista speciale di tutto rispetto, Pasquale Miele, che hanno dato man forte al mio film. Oltre a questo, per il ruolo di Isabella ho voluto la bravissima Chiara Palombi, ruolo che inizialmente doveva andare a Serena Meloni, l’attrice narnese che in Circondato dalle tenebre interpreta Irene, impegnata su un altro set proprio in quei giorni.




Ironia, suspense, paura: qual è il segreto per miscelare al meglio questi ingredienti, e come tenere accesa la curiosità (e l’adrenalina) dello spettatore?

Realizzando delle scene di iniziale calma e tranquillità, per poi sconvolgere il tutto con uno scoppio improvviso di paura e suspense, il tutto condito da una buona dose di ironia. Insomma, stupire lo spettatore, spiazzarlo, questo è il segreto. 

Quanto c’è della tua Umbria nelle ambientazioni di questo film? Al lettore medio magari non fregherà una cippa, ma io ci sono stata in vacanza l’anno scorso e me ne sono innamorata, per cui la domanda la inserisco lo stesso!

C’è c’è, infatti ho scelto una location immersa nel verde per la scena principale, a ulteriore dimostrazione che l’Umbria, oltre ad essere bellissima, è veramente il cuore verde dell’Italia.

Volevo tenere la domanda clou per la fine, ma non tengo più, lo ammetto: come ca… spita hai fatto a piazzare Gene Gnocchi nel cast?! Per carità, tutti attori giovani ma di tutto rispetto, ma Gene è Gene, un mito! Com’è nata questa vostra conoscenza/amicizia?


L’ho conosciuto nel febbraio 2010 dopo lo spettacolo The legend is Back che ha fatto al Teatro Verdi per gli eventi Valentiniani, ci siamo conosciuti ma non siamo rimasti in contatto. Circa tre anni dopo, dopo aver stretto amicizia col figlio Ercole su Facebook, mi è stato chiesto di inviargli il DVD di La mano infernale e Gene, di sua volontà, lo ha recensito in un video, candidandosi addirittura per un ruolo da interprete in un mio futuro film (“Se vi serve un attore stagionato esperto di horror io ci sono assolutamente”, queste le sue parole). Inizialmente credevo scherzasse, ma poi non ho perso occasione per farlo partecipare ad Evil Selfie, dove lo vedrete in un cammeo decisamente inaspettato…



Per quanto riguarda la tua carriera, abbiamo detto che hai lavorato in diverse vesti, in pellicole come il tuo film precedente, Circondato dalle tenebre, e ancora ne La mano infernale (2012) e nella commedia fantascientifica Passepartout – Tutte le porte sono aperte (2013), entrambe di Lorenzo Buscaino: meglio davanti o dietro la videocamera? Quale ruolo senti più tuo?

Io nasco come attore ma amo entrambi i ruoli, mi danno grande soddisfazione e mi stimolano a dare sempre il meglio.

Qual è stata la tua miglior esperienza lavorativa sul set? Hai lavorato con attori esordienti o anche con professionisti già noti?

Ovviamente quella di Circondato dalle tenebre, che mi ha donato l’emozione di vedere per la prima volta realizzato un soggetto interamente nato da me. In Evil Selfie ho recitato al fianco di Diletta Vedovelli, bravissima attrice professionista, e un po’ di inferiorità rispetto al suo talento l’ho percepita chiaramente. Diletta ha tre anni meno di me, ma molta più esperienza. Oltre a questo, ho recitato due volte accanto ad attori noti a livello nazionale: in due puntate di Al di là del lago, nel 2010, dove interpretavo il ruolo del carabiniere, insieme ad Alessandro Partexano e Roberto Farnesi, e l’anno successivo, sul set de La vita che corre (2012), accanto a Flavio Parenti

Per quanto riguarda la diffusione di Evil Selfie, abbiamo letto che verrà proiettato in occasione del festival cinematografico horror Narnia Terror Night 2016, e farà parte del progetto collettivo 17 Dopo Mezzanotte: di che si tratta?

Esatto, si tratta di un lungometraggio ideato da Davide Pesca che unisce vari cortometraggi di registi vari. Il primo capitolo, 17 a mezzanotte, è uscito due anni fa, ma il suo successo non accenna a scemare.

Sogni, progetti per il futuro? Insomma, dacci anche qualche anticipazione gustosa…

Sicuramente continuerò a girare film horror, ma mi piacerebbe provare anche altri generi e, perché no, anche un film romantico. Attualmente mi sto concentrando sulla promozione di Evil Selfie e del Narnia Terror Night – Speciale Dylan Dog, in occasione dei trent’anni dall’uscita del mio fumetto preferito, evento che si terrà all’Arena di Via delle rose di Narni Scalo (Terni) il prossimo 23 luglio 2016. 

Chiudiamo l’intervista con la consegna di rito: convinci i lettori di TheMacGuffin.it a non perdersi il tuo corto per nulla al mondo, in una manciata di poche, pregnanti parole!


Amici lettori, non perdetevi il mio corto Evil Selfie, anzi sostenetelo iscrivendovi alla pagina Facebook, perché ridere fa bene alla salute (e qui si ride, eccome!). Spaventarsi un po’ meno, ma sono dettagli… 

"Questo articolo è apparso sul TheMacGuffin.it. Per gentile concessione".
http://www.themacguffin.it/focus/evil-selfie-un-autoscatto-puo-fatale/

lunedì 23 maggio 2016

#cinema: Il bavaglio al cinema: i 5 film più censurati di sempre

Oggi al cinema si va con i popcorn, gli occhialini per la visione in 3D e tanta leggerezza, pronti a metabolizzare sesso estremo, fiumi di sangue, violenza senza limiti senza battere ciglio. Ma non è sempre stato così: fino a qualche anno fa la censura, anche nel mondo del cinema, funzionava a pieno regime, impedendo la diffusione di moltissime pellicole, alcune addirittura impensabili, specialmente se paragonate alle cazzatone che circolano liberamente sul mercato cinematografico odierno.

Sì sì, lo so che, se vi dico censura, davanti ai vostri occhietti deviati passeranno panetti di burro e Marlon Brando, inni al dubbio gusto in stile Borat, deliri mistico/ religiosi che manco Mel Gibson nei suoi momenti peggiori, ma niente, voglio proporvi qualcos'altro.

E allora bando alle ciance, e beccatevi questo quintetto di film perfetti per traumatizzare la vostra nuova, puritana fidanzata in stile Olivia Newton - John. 

L'esorcista - William Friedkin (1973)



Poteva forse non inaugurare questa classifica?! Ok, questa scelta non sarà il top dell'originalità.
   Ok, per il vostro stomaco forte, potrebbe riassumersi nella sequenza "vomito verde - bestemmioni pesanti in aramaico o giù di lì - preti spretati in crisi mistica.
   Ma, ragazzi miei, si tratta di un film di ben 43 anni fa e, fidatevi, all'epoca ha fatto riempire pannolini a gente ben più cazzuta di voi, per cui non fate troppo gli sboroni.
   Nel '73, infatti, il film fu accolto con grande scandalo, registrato nel National Film Registry, l’elenco dei film preservati dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, classificato negli Stati Uniti con un rating R, che imponeva ai minorenni di essere accompagnati dai genitori, mentre in Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Nuova Zelanda, Argentina, Brasile, Israele fu vietato ai minori di 18 anni.
   Paradossalmente, nella stra - cattolica Italia fu imposto uno dei visti censori meno pesanti, ai minori di 14 anni, caso unico in Europa, questo grazie alla presenza di preti cattolici all'interno della narrazione filmica.

Cannibal Holocaust - Ruggero Deodato (1980)



Tralasciare questa porc... questo capolavoro del cinema horror sarebbe stato un delitto (e fidatevi, nel film ce ne sono già abbastanza): tra le scene più controverse, numerose sequenze di stupro (aberranti, con insistenti e gratuiti focus ad hoc sui genitali dei protagonisti), l’impalamento di una donna, l’uccisione e la tortura – REALI - di alcuni animali...
   Può bastare? Per voi non so, per la censura senz'altro, infatti in Italia il film fu vietato ai minori di 18 anni e, successivamente, addirittura ritirato, provvedimento che ne minò fortemente gli incassi; in molti paesi (Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Norvegia, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Malesia, Filippine, Singapore) il film fu completamente vietato ma, al contrario, in Giappone si rivelò un successo clamoroso: nella sola Tokyo incassò ben 21 milioni di dollari.
   Eh, i giappo e il loro particolare senso del divertissement...

A Serbian Film - Srđan Spasojević (2010)



Penso che una roba più brutta, fastidiosa, ripugnante e perversa non si potesse concepire, anche per i canoni contemporanei: protagonista della storia un attore pornografico serbo chiamato a lavorare ad un nuovo film, dove si ritroverà a stuprare donne e bambini come se non ci fosse un domani, in un crescendo continuo di violenza inaudita.
   L’intento del regista pare fosse quello di fornire una metafora delle violenze subite dal popolo serbo, intento che, obiettivamente, resta ben celato per tutto il film, che infatti è stato completamente vietato in numerosi paesi, come Spagna, Norvegia, Australia e Nuova Zelanda, e pesantemente tagliato in Italia, USA, Germania, Gran Bretagna, Corea del Sud.

Le facce della morte - Conan LeCilaire (1978)



Vietato in Finlandia, Australia, Norvegia e Nuova Zelanda, bloccato per il pubblico britannico per quasi 20 anni, privato delle scene più forti in Italia, si tratta del primo  "shockumentary" (parola odiosa, lo so, abbiate pazienza) della storia del cinema, un documentario contenente filmati di repertorio autentici e ricostruzioni effettuate dai cineasti che hanno un unico denominatore comune: la morte, declinata in ogni sua sfumatura, dalla pena capitale alla tortura, dall'omicidio alla violenza su animali, dall'autopsia ai più crudi incidenti stradali.
   Raccapricciante, anche per gli stomaci più temprati.

Salò o Le 120 giornate di Sodoma - Pier Paolo Pasolini (1975)



Ispirato all'omonimo romanzo del marchese De Sade (ma anche agli scritti di Barthes), con un'ambientazione trasferita nella Repubblica di Salò del '44, Pasolini mette in scena un film potente, prima respinto dalla censura poi, dopo l'omicidio del celebre regista, riabilitato nelle sale, ma comunque tagliato e vietato ai minori, e poi ancora sequestrato perché oggetto di attacchi neofascisti, mentre il produttore Alberto Grimaldi subì addirittura processi per oscenità e corruzione di minori . Insomma, una storia lunga e travagliata accompagna questo film, censurato perché giudicato troppo forte per l'epoca, o forse perché l'attacco ai veri mostri della contemporaneità - capitalismo, consumismo, superficialità e corruzione - era troppo manifesto? La grama fine che ha fatto Pasolini ne è una prova abbastanza eloquente...

Questo articolo è comparso su http://www.themacguffin.it/.



lunedì 18 aprile 2016

#cinema: In principio fu il libro... poi il film

Quest'oggi piccolo richiamo a quei pessimi elementi di http://www.themacguffin.it/, per cui ho scritto un pezzo particolarmente nelle mie corde, alla scoperta di cinque eccellenti adattamenti cinematografici di libri decisamente celebri e pluripremiati; tra questi, Il buio oltre la siepe, della recentemente scomparsa Premio Pulitzer Harper Lee, e il cult generazionale per eccellenza, Trainspotting


Se vi siete incuriositi, vi basta un click qui... e buona lettura/ visione!