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venerdì 10 giugno 2016

#cinema: Evil Selfie, quando un autoscatto può essere... fatale

Classe ’88, ternano doc, faccia pulita da bravo ragazzo, ma è tutto un trucco: oggi conosciamo meglio insieme Eros Bosi, giovane attore e filmaker umbro che, a dispetto dell’aspetto apparentemente tranquillo, possiede in realtà una passione sfrenata per i film horror, di cui è regista e interprete ormai da diversi anni.


Ma parliamone direttamente con lui: Eros, chi sei? Presentati in breve, cercando di attirare su di te l’attenzione di quei pessimi elementi dei lettori di TheMacGuffin.it.

Allora, tanto per cominciare sono da sempre un cinefilo incallito, non amo solo gli horror, anche se è sicuramente il mio genere preferito, ma guardo con piacere e colleziono praticamente ogni tipologia di film in DVD. Vado pazzo anche per i film comici all’italiana, in particolare con Pippo Franco, Tomas Milian, Adriano Celentano e Lino Banfi.

Oltre al cinema, tra le mie passioni c’è senz’altro quella musicale: stravedo per le chitarre elettriche distorte, mi posso definire un rockettaro/metallaro scatenato, ma non disdegno affatto nemmeno l’elettronica anni ’80. 

Abbiamo detto che sei un “film-horror-dipendente”: come nasce la tua passione per il mondo cinematografico, ma soprattutto per il genere più truculento che c’è?

Beh, innanzitutto permettetemi una riflessione: spesso sono molto più truculenti i film sulla malavita, sulle bande di quartiere, come accade in Arancia meccanica o ne I guerrieri della notte. Stessa cosa vale per i polizieschi e i film d’azione: mi è capitato recentemente di vedere Il grande racket, pellicola particolarmente violenta, ma di grande qualità.

Detto questo, la passione per il truculento ce l’ho da quando avevo 11 anni, l’illuminazione mi ha colto dopo aver visto Vampires di John Carpenter; da lì ho iniziato a divorare horror a manetta, tutte le settimane controllavo quale film dell’orrore davano in TV e li registravo. D’altronde, da un accanito lettore di Dylan Dog cos’altro potevate aspettarvi? 

Per quanto riguarda la passione per questo mondo, più in generale, nel 2008 ho iniziato a lavorare sul set di Porta per l’inferno di Lorenzo Buscaino e da lì la passione, ma soprattutto il desiderio di fare cinema, hanno iniziato a prendere forma. Sono partito dallo staff per arrivare prima al ruolo di attore principale e poi di regista.

Sei un ragazzo di provincia, nato in una zona d’Italia apparentemente lontana dai grandi centri di produzione cinematografica, come Roma e Milano: come sei riuscito ad affermarti in questo settore, è stata dura?

Tutto sommato Roma è abbastanza vicino a Terni, dista circa 100 km, infatti spesso mi reco nella Capitale per fare da comparsa in alcuni film. In realtà non è stata dura affermarmi nel settore perché a Terni ci sono molti film-maker, si tratta di una città molto viva sotto questo punto di vista. E pensare che avrebbe potuto evolversi ancora di più nell’ambito cinematografico, grazie agli studi di Roberto Benigni che ormai, purtroppo, non sono più attivi da anni.

Ma veniamo al motivo principale per cui siamo qui ad intervistarti: l’uscita del tuo ultimo corto, Evil Selfie, un comedy horror sul quale ci devi assolutamente svelare qualche dettaglio in più. Come ti è venuta l’idea? E la scelta di genere, a metà tra orrore e ironia: quale componente prevale maggiormente?

Siccome subisco molto il fascino delle creepy photos, letteralmente “fotografie che fanno paura”, il tutto è nato dal desiderio di realizzare un film su uno spettro che appare improvvisamente tra due fidanzati proprio in un selfie, così con l’occasione ho sfruttato anche la crescente e inarrestabile moda degli autoscatti. L’idea di mescolare orrore e ironia è molto frequente nei film d’orrore, anche nel mio film precedente, Circondato dalle tenebre, sono presenti scene che scivolano a tratti nella commedia, come quella girata in un bar o quella di sapore fetish. E poi un horror/commedia ha il pregio di spaventare e far ridere allo stesso tempo.



Leggendone la trama, possiamo intuire una certa critica, piuttosto aspra, all’uso/abuso della tecnologia ai giorni nostri. Considerando il crescente numero di persone che, ogni anno, ci restano secchi per immortalarsi in selfie spericolati sul bordo di scogliere e precipizi, come darti torto, in effetti…

Infatti il messaggio che vorrei dare è proprio di critica alla dipendenza dallo smartphone, al fatto che, oggigiorno, siamo ossessionati dai selfie e dai social network; ne siamo tutti un po’ malati, io per primo, lo ammetto.

Quanto impegno c’è dietro questo film (parliamo di tempistiche, difficoltà incontrare sul set, etc. etc)? Hai qualche aneddoto in merito da raccontarci?

Avendo lavorato con uno staff dalla provenienza decisamente variegata (Luca Alessandro da Roma e Luigi Nappa da Caserta), in effetti è stata dura trovare un fine settimana in cui fossero tutti presenti, attori, fotografi di scena, truccatori e così via. In realtà, il primo week end di lavorazione è stato un disastro, siamo riusciti a girare veramente poco.


Ma, fortunatamente, non tutto il male viene per nuocere poiché, anche grazie a Luca Alessandro, sono riuscito a coinvolgere alla lavorazione del film Alex Visani e due amici, Diletta Vedovelli, attrice professionista, e un effettista speciale di tutto rispetto, Pasquale Miele, che hanno dato man forte al mio film. Oltre a questo, per il ruolo di Isabella ho voluto la bravissima Chiara Palombi, ruolo che inizialmente doveva andare a Serena Meloni, l’attrice narnese che in Circondato dalle tenebre interpreta Irene, impegnata su un altro set proprio in quei giorni.




Ironia, suspense, paura: qual è il segreto per miscelare al meglio questi ingredienti, e come tenere accesa la curiosità (e l’adrenalina) dello spettatore?

Realizzando delle scene di iniziale calma e tranquillità, per poi sconvolgere il tutto con uno scoppio improvviso di paura e suspense, il tutto condito da una buona dose di ironia. Insomma, stupire lo spettatore, spiazzarlo, questo è il segreto. 

Quanto c’è della tua Umbria nelle ambientazioni di questo film? Al lettore medio magari non fregherà una cippa, ma io ci sono stata in vacanza l’anno scorso e me ne sono innamorata, per cui la domanda la inserisco lo stesso!

C’è c’è, infatti ho scelto una location immersa nel verde per la scena principale, a ulteriore dimostrazione che l’Umbria, oltre ad essere bellissima, è veramente il cuore verde dell’Italia.

Volevo tenere la domanda clou per la fine, ma non tengo più, lo ammetto: come ca… spita hai fatto a piazzare Gene Gnocchi nel cast?! Per carità, tutti attori giovani ma di tutto rispetto, ma Gene è Gene, un mito! Com’è nata questa vostra conoscenza/amicizia?


L’ho conosciuto nel febbraio 2010 dopo lo spettacolo The legend is Back che ha fatto al Teatro Verdi per gli eventi Valentiniani, ci siamo conosciuti ma non siamo rimasti in contatto. Circa tre anni dopo, dopo aver stretto amicizia col figlio Ercole su Facebook, mi è stato chiesto di inviargli il DVD di La mano infernale e Gene, di sua volontà, lo ha recensito in un video, candidandosi addirittura per un ruolo da interprete in un mio futuro film (“Se vi serve un attore stagionato esperto di horror io ci sono assolutamente”, queste le sue parole). Inizialmente credevo scherzasse, ma poi non ho perso occasione per farlo partecipare ad Evil Selfie, dove lo vedrete in un cammeo decisamente inaspettato…



Per quanto riguarda la tua carriera, abbiamo detto che hai lavorato in diverse vesti, in pellicole come il tuo film precedente, Circondato dalle tenebre, e ancora ne La mano infernale (2012) e nella commedia fantascientifica Passepartout – Tutte le porte sono aperte (2013), entrambe di Lorenzo Buscaino: meglio davanti o dietro la videocamera? Quale ruolo senti più tuo?

Io nasco come attore ma amo entrambi i ruoli, mi danno grande soddisfazione e mi stimolano a dare sempre il meglio.

Qual è stata la tua miglior esperienza lavorativa sul set? Hai lavorato con attori esordienti o anche con professionisti già noti?

Ovviamente quella di Circondato dalle tenebre, che mi ha donato l’emozione di vedere per la prima volta realizzato un soggetto interamente nato da me. In Evil Selfie ho recitato al fianco di Diletta Vedovelli, bravissima attrice professionista, e un po’ di inferiorità rispetto al suo talento l’ho percepita chiaramente. Diletta ha tre anni meno di me, ma molta più esperienza. Oltre a questo, ho recitato due volte accanto ad attori noti a livello nazionale: in due puntate di Al di là del lago, nel 2010, dove interpretavo il ruolo del carabiniere, insieme ad Alessandro Partexano e Roberto Farnesi, e l’anno successivo, sul set de La vita che corre (2012), accanto a Flavio Parenti

Per quanto riguarda la diffusione di Evil Selfie, abbiamo letto che verrà proiettato in occasione del festival cinematografico horror Narnia Terror Night 2016, e farà parte del progetto collettivo 17 Dopo Mezzanotte: di che si tratta?

Esatto, si tratta di un lungometraggio ideato da Davide Pesca che unisce vari cortometraggi di registi vari. Il primo capitolo, 17 a mezzanotte, è uscito due anni fa, ma il suo successo non accenna a scemare.

Sogni, progetti per il futuro? Insomma, dacci anche qualche anticipazione gustosa…

Sicuramente continuerò a girare film horror, ma mi piacerebbe provare anche altri generi e, perché no, anche un film romantico. Attualmente mi sto concentrando sulla promozione di Evil Selfie e del Narnia Terror Night – Speciale Dylan Dog, in occasione dei trent’anni dall’uscita del mio fumetto preferito, evento che si terrà all’Arena di Via delle rose di Narni Scalo (Terni) il prossimo 23 luglio 2016. 

Chiudiamo l’intervista con la consegna di rito: convinci i lettori di TheMacGuffin.it a non perdersi il tuo corto per nulla al mondo, in una manciata di poche, pregnanti parole!


Amici lettori, non perdetevi il mio corto Evil Selfie, anzi sostenetelo iscrivendovi alla pagina Facebook, perché ridere fa bene alla salute (e qui si ride, eccome!). Spaventarsi un po’ meno, ma sono dettagli… 

"Questo articolo è apparso sul TheMacGuffin.it. Per gentile concessione".
http://www.themacguffin.it/focus/evil-selfie-un-autoscatto-puo-fatale/

mercoledì 11 maggio 2016

#film: Su Marte non c'è il mare. Parola di Lucio Laugelli!

Oggi ho posto sotto interrogatorio serrato fatto due amabili chiacchiere con Lucio Laugelli, alessandrino classe 1987, giovane regista nostrano con un curriculum di tutto rispetto: fondatore dello Stan Wood Studio, direttore esecutivo della rivista culturale online Paper Street, ha vinto numerosi riconoscimenti grazie ai suoi cortometraggi e documentari, e i suoi lavori sono stati pubblicati da svariate testate nazionali tra cui RepubblicaTV, Panorama, Wired, Rolling Stone, Mymovies, TGcom, Il Fatto Quotidiano, Gazzetta Tv, La Stampa, Roxy Bar TV e Rockit.

Insomma, un alessandrino coi contro… fiocchi, non c’è che dire, che ho avuto il piacere di intervistare a proposito della sua ultima fatica, la webserie Su Marte non c’è il mare, la cui prima puntata, trasmessa sull’online de La Stampa, è già diventata un fenomeno virale.

Bando alle ciance, sotto con l’intervista!



Buongiorno Lucio, innanzitutto ti becchi subito la classica domanda per iniziare la nostra intervista con originalità: com’è nata l’idea di una webserie, e per quale motivo hai scelto questa forma? Avevi in mente un target ben preciso di pubblico?

L’idea era quella di realizzare un prodotto multipiattaforma: una mini-serie per il web e, al contempo, un lungometraggio per i festival. Con il budget a disposizione era fondamentale cercare di essere elastici e tenersi più strade possibili aperte. Il soggetto l’ho scritto nell’estate del 2014: mi interessava incuriosire lo spettatore con un meccanismo che lo portasse a chiedersi, minuto dopo minuto, cosa succedesse dall’altra parte del muro. 

Il protagonista è un ragazzo di trent’anni: qualche analogia dal sapore autobiografico, o magari ti sei ispirato a conoscenti e amici per tratteggiare il tuo personaggio?

Credo che si debba raccontare di quello che meglio si conosce senza però sconfinare nella mera autobiografia. Mi piacerebbe scrivere un soggetto su un pescatore norvegese ma non conosco il suo lavoro né la sua nazione e, probabilmente, con i miei limiti da sceneggiatore, verrebbe fuori qualcosa di insensato. Invece se parlo di provincia, di una generazione che varca (o sta per varcare) la soglia dei trent’anni ecco che mi trovo a mio agio. Per quel che riguarda l’ispirazione dei personaggi principali… sicuramente Giulio (interpretato da Christian Bellomo – ndr), il quasi avvocato, è ispirato ad un mio caro amico, Enrico, che però fa l’ingegnere. 

Il linguaggio, l’età, il contesto nel quale si muovono i personaggi rispecchiano la realtà del giorno d’oggi, e le difficoltà che si trovano ad affrontare i trentenni contemporanei, né carne né pesce, speso costretti in una sorta di limbo dov’è difficile trovare la propria strada? Insomma, una generazione per certi versi un po’ sfigata?

Siamo una generazione, com’è noto e come scrivi, un po’ sfigata… però poteva andarci peggio, mio nonno alla mia età aveva già combattuto nella Seconda Guerra Mondiale. E poi siamo una generazione che è costretta, spesso, a reinventarsi, ad improvvisare: nel lavoro, nel quotidiano. E improvvisare è bellissimo. 

La scelta del tema e lo sviluppo della trama risultano molto particolari: come ti è venuto in mente di venare di noir una storia apparentemente quotidiana? Si tratta proprio di quel coup de théâtre, di quel MacGuffin che ha dato il nome anche al nostro sito?

Raccontare la provincia e basta è molto complicato, lo dico spesso a chi me lo chiede nelle ultime settimane: o sei un genio come Fellini e giri I vitelloni (e allora la storia noir non ti serve) oppure devi saper tenere alta l’attenzione dello spettatore sennò dopo un po’ si stufa del tuo racconto sulla quotidianità. Io adoro i MacGuffin: il titolo stesso di questa mini-serie lo è…

E già che parliamo di originalità: com’è nato il titolo della serie, Su Marte non c’è il mare?

Un giorno ero in macchina, guidavo… e pensavo al fatto che, se un domani conquistassimo Marte e riuscissimo a vivere là… comunque non potremmo sederci a bere una birra lungo il mare. Perché il mare non c’è su Marte. Lo so… sono un cretino. 

Assolutamente no, il ragionamento non fa una piega. Proseguendo, quanto impegno c’è dietro questa serie, parliamo di tempistiche, difficoltà incontrare sul set, etc. etc?

10 giorni di set, 12 settimane di pre-produzione, 4 mesi di post-produzione. Le difficoltà sono legate, come spesso accade nei progetti indipendenti, al poco tempo e al budget esile: 10 giorni per 52 scene… una follia. Ma è grazie a macchine da guerra tipo il mio dop Paolo Bernadotti o a Giacomo Franzoso (con cui ho lavorato fianco a fianco sia sul set che in montaggio) che ce l’abbiamo fatta… perlomeno a finire in tempo e a portare a casa il girato (poi, sui risultati, lascio che si esprimano gli altri). Anche gli attori sono stati bravi e ho avuto la fortuna di avere una bella squadra coordinata, a distanza, da Giacomo Lamborizio con cui divido queste esperienze audiovisive fin dai primi corti no-budget dei tempi dell’università. 

Ironia, suspense, quotidianità: qual è il segreto per miscelare al meglio questi ingredienti, e come tenere accesa la curiosità dello spettatore? Io, personalmente, non vedo l’ora di godermi la prossima puntata… (e non lo dico soltanto perché sei il mio Direttore a Paper Street, giuro!).

(ride di gusto alla battuta sul direttore di Paper Street – ndr). Intanto sono davvero contento che tu voglia andare avanti con la storia: tanti sconosciuti in questi giorni mi hanno scritto dicendomi che non vedono l’ora di vedere come prosegue… non mi aspettavo tutte queste mail, davvero. 

Guardando il primo episodio, mi viene da fare una considerazione in pieno stile macguffiniano: sei riuscito a far sembrare bella anche Alessandria, solo per questo meriteresti fior fior di riconoscimenti artistici… scherzi a parte, la tua camera indugia molto spesso, e a lungo, su scorci cittadini più o meno affollati, più o meno conosciuti, fattore che denota, presumo, un certo amore per la tua città natale. Quanto è importante l’ambientazione in questa serie? Attraverso il tuo lavoro, hai voluto omaggiare Alessandria e sfatare una volta per tutte il mito di città grigia e anonima?

Per quel che riguarda Alessandria, non sono tra quelli che la esaltano (pochi, credo) ma neanche tra quelli che ne parlano male. Credo che sia piuttosto normale lamentarsi della città da cui si proviene, soprattutto se è una città di provincia. Non è un problema di Alessandria ma un problema comune a quelle città che stanno a metà tra il paese e la metropoli e non hanno grandissime attrattive turistiche, storiche (anche se ho sentito compagni di università lamentarsi delle loro città natali, Siena e Firenze). Quanto al cercare di rappresentare al meglio la mia città in questo lavoro, beh, era un passo abbastanza obbligato: la Fondazione CRAL mi ha supportato a livello economico e se facevo sembrare Alessandria tipo Gotham City… non sarei stato molto riconoscente nei confronti di chi ha creduto nel mio progetto. 

Sempre parlando di Alessandria, come hanno reagito i tuoi concittadini, nel vederti a spasso per le vie del centro armato di telecamera, cast e affini? Solita, proverbiale diffidenza piemontese, o entusiasmo al primo ciak? 

La maggior parte delle persone che hanno sfiorato il nostro set in giro per la città è stata gentile con noi. Un episodio divertente è avvenuto il primo giorno: un paio di passanti hanno chiesto all’organizzatore di produzione Giovanni Pesce (che ha anche una piccola parte nelle serie) se stessimo girando un film porno. Non chiedetemi perché!



Dai su su, ammettilo che vi sarete gasati come pochi dopo questa! Proprio parlando del cast, già dalla prima puntata risulta preparato, spontaneo, e il risultato è assolutamente godibile: ti sei avvalso di attori professionisti, o tra i giovani che vediamo sullo schermo si nasconde anche qualche esordiente?

Sono quasi tutti attori che han fatto per tanti anni teatro e girato altri corti. Però sono stati in gamba perché non è detto che uno molto bravo a teatro riesca a essere convincente anche in un prodotto audiovisivo. 

Parlaci un po’ di te: com’è nata la passione per questo mestiere, sogni, progetti per il futuro, insomma dacci anche qualche anticipazione gustosa, mi raccomando, altrimenti ci vediamo costretti a eliminarti definitivamente dalla programmazione del nostro portale, se non fisicamente…

Oddio, di colpo mi avete fatto paura a parlare di eliminazioni varie (ride): la passione è nata da bambino, lo racconto volentieri a chi me lo domanda… invece di guardare i cartoni animati facevo compagnia a mio padre mentre guardava film “proibiti” per la mia età. Buñuel, Ferreri, Kubrick, Fassbinder, Wenders, eccetera: certo, non sono venuto su molto normale guardando Intolleranza: Simon del deserto a 10 anni… ma se non altro ho scoperto di amare moltissimo il cinema, da subito. 

... Anticipazione gustosa sul prossimo episodio? Marco Lana, il protagonista, incontrerà una lei. Una lei molto rassicurante…

Per concludere, non possiamo che attendere la prossima puntata, la seconda di quattro in tutto, che andrà in onda online sul sito de La Stampa proprio domani… e a te, caro Lucio, non resta che convincere i lettori di TheMacGuffin.it a non perdersela per nulla al mondo, in una manciata di poche, pregnanti parole!

Lettori di TheMacguffin.it, guardate la prossima puntata e poi quella dopo ancora… per scoprire cosa succede al di là del muro. E soprattutto perché sennò Puleio aka Marco Lana piange. E mi scrive su WhatsApp a orari strani della notte chiedendomi spiegazioni… 

"Questo articolo è apparso su http://www.themacguffin.it/ in data 03/05/2016; per gentile concessione". 

lunedì 21 dicembre 2015

#libri - Non solo Tannenbaum, Patrizia Ferrando



Chi l'ha detto che le presentazioni dei libri si tengono in auditorium, librerie, saloni formali e affini?      
   Assolutamente no, le presentazioni dei libri si possono tenere anche in una pasticceria, com'è successo lo scorso venerdì, in occasione della nascita del volumetto "Non solo Tannenbaum", scritto da Patrizia Ferrando, giornalista e scrittrice locale di Arquata Scrivia.
 
La location, il bar pasticceria Carletto di Novi Ligure, storico locale che vanta la miglior cioccolata del novese, con tanto di deliziosi pasticcini annessi; l'argomento, il Nataleça va sans dire, e più nello specifico il simbolo per eccellenza di queste festività, l'albero di Natale.






Un piccolo libro che nasce dalla voglia di divertirsi e dalla voglia di raccontare un argomento tanto amato dall'autrice, che ha scelto volontariamente di tralasciare l'argomento "presepe", eccessivamente ampio, che avrebbe meritato un volume a parte.
   Una chiacchierata piacevole e salottiera, intima e gioiosa, che si è aperta con il racconto della genesi della passione per la scrittura che caratterizza Patrizia, con l'immagine di lei bambina, di appena 5 anni, e del suo rapporto particolare con le fiabe: tanto amate alcune, quanto fonte di disagio altre, una su tutte
"La piccola fiammiferaia".
 
Una bimba che amava raccontare a sua volta le fiabe, modificandone il finale a proprio piacimento, manifestando già in tenera età una notevole propensione per la scrittura, e una fervida immaginazione (se vi siete incuriositi, sappiate che nella sua nuova versione la piccola fiammiferaia veniva salvata e portata in una casa con un bellissimo albero... vi dice nulla?).

Patrizia, di origini genovesi, inizia il suo excursus dalla versione più tradizionale dell'albero di Natale, quello fatto con alloro e ginepro, per arrivare al classico e intramontabile abete (compreso quello sintetico), che lei ogni anno decora seguendo un tema ben preciso e sempre diverso.
   Esatto, avete capito bene: un albero di Natale che diventa sinonimo di albero della vita, che contiene e racchiude tutte le testimonianze della vita e della famiglia dell'autrice, come accade a tutti noi, che conserviamo gelosamente veri e propri cimeli familiari, talvolta anche molto antichi, splendido pretesto per ricordi e momenti di bellissima condivisione.

Tornando all'albero tematico, Patrizia ce ne propone davvero di ogni tipologia, da lei stessa realizzati nel corso degli anni, tra cui i temi Vittoriano, con angeli, country, patchwork, con mele e corteccia, provenzale, toscano, Shabby Chic, musicale, steampunk, rockabilly, suq, boudoir, ecopelliccia, fattoria e moltissimi altri, tutti da scoprire.

Ma quando è nata questa passione? "Ho preso il controllo dell'albero di Natale di casa - ricorda scherzosamente l'autrice - durante la quarta Ginnasio, quando ho proposto il mio primo albero strano, se così si può definire, ovvero quello a tema musicale, che amo particolarmente. Da lì ho iniziato ogni anno a cercare idee, senza necessariamente prendere ispirazione dalle vetrine natalizie, ma semplicemente dalla quotidianità, come le stagioni, i libri, la natura, ecc".

Alla mia domanda su quali fossero i suoi ricordi più significativi legati al periodo natalizio, Patrizia ne ha ricordati due, davvero speciali: "Il primo è legato all'infanzia, avevo 4 anni circa, e conservo il ricordo di uno splendido Natale dal sapore Ottocentesco, arricchito dall'occasione del fidanzamento di mia cugina e da moltissimi parenti, al punto da dover preparare la tavola delle feste nell'ingresso della nostra casa genovese, enorme e incredibilmente imbandita. Per quanto riguarda il secondo, avevo 24 anni, fu un anno caratterizzato da una grande gelata, che impedì ai nostri parenti di raggiungerci: per questo trascorremmo il Natale a casa io e i miei genitori, guardando "Il piccolo lord" e passando una dolcissima giornata".



Insomma, abbiamo appurato che il Natale trascende il significato prettamente religioso, e anche quello consumistico, fortunatamente: il Natale è condivisione, calore, voglia di stare insieme alle persone care. 

Infine, concludiamo questa nostra chiacchierata con una piccola curiosità letteraria: sapete quando comparve il primo albero di Natale nella storia della letteratura? Ne "I dolori del giovane Werther" di Goethe, dove l'atmosfera natalizia contribuiva alla malinconia del tormentato protagonista.
   A questo punto non resta che augurarvi buone feste, e non lasciatevi sfuggire questo libello a tutto Natale!!! ;) 

lunedì 21 settembre 2015

#libri: Intervista a Daria Colombo, autrice del romanzo "Alla nostra età, con la nostra bellezza"

Un libro sulle donne per le donne, un messaggio di solidarietà che ci invita a farci forza l'un l'altra, a unirci per raggiungere obiettivi comuni, perché l'amicizia femminile è un dono raro, da non lasciarsi sfuggire. 
   Questo il richiamo che traspare dal libro, ma soprattutto dalle parole di Daria Colombo, scrittrice e giornalista politicamente e socialmente impegnata, una donna forte che parla al cuore del suo interlocutore senza mezze misure, con spontaneità e una semplicità disarmanti. 

Compagna di vita di Roberto Vecchioni, ha saputo svincolarsi dalla semplicistica immagine di “moglie di” e trovare il proprio spazio nel panorama culturale italiano, con la pubblicazione di due romanzi di successo, Meglio dirselo (Rizzoli, 2010) e Alla nostra età, con la nostra bellezza (Rizzoli, 2015), e in quello politico con la nascita del Movimento dei Girotondi. 

Durante l'intervista in occasione della presentazione del suo libro, nel contesto della prima edizione della Festa del Pensiero di Alessandria, si è parlato di donne, femminismo 2.0, politica, cultura e molto altro. 




Com'è nata l'idea di scrivere questo libro, dalla trama decisamente realistica, una storia di donne che, contando sul sostegno reciproco, riescono ad affrontare con il sorriso sulle labbra le tante difficoltà della vita? C'è qualche elemento autobiografico, o magari anche tu hai avuto il dono di un'amicizia al femminile così salda e radicata nel tempo? 
   
Ho scritto questo libro perché volevo raccontare una storia sulla forza delle donne, il racconto di un'amicizia vera, un legame indissolubile seguito per quindici anni ma che prosegue anche oltre la narrazione. 
   Lo spunto è sicuramente autobiografico, non nei fatti narrati quanto nell'idea che ha dato vita a quest'opera: infatti, nei ringraziamenti, ho dedicato questo mio secondo libro a una donna, Annalisa, un'amica conosciuta ai tempi dell'Università, a Padova, una donna molto più grande di me, sposata e madre di tre figli, che ha avuto un ruolo particolarmente importante nella mia vita. 
   Una cosiddetta “studentessa di ritorno”, che ha saputo dimostrarmi, una volta di più, quanto l'amicizia sia fondamentale nelle nostre vite, e quanto l'età anagrafica non conti minimamente, e al contrario possa arricchirci con esperienze condivise. 

Il libro ci dona un messaggio positivo e ci spiega come, anche quando si trova in difficoltà, l'essere umano rimanga sempre e comunque legato a valori fondamentali come l'amicizia e la complicità femminile. Nutri ancora fiducia in questo nostro genere umano, così fragile e forte al tempo stesso? 
   
Ogni tanto vacillo anch'io, ascoltando i telegiornali e leggendo i giornali, specialmente alla luce delle ultime stragi di migranti, delle foto di bambini annegati ancor prima di aver vissuto una vita dignitosa che potesse risarcirli di ciò che hanno patito ingiustamente. 
   Tuttavia il mio ottimismo di base rimane, e mi riconosco appieno in una frase contenuta proprio in "Alla nostra età, con la nostra bellezza": “C'è sempre una donna che offre una tazza di tè e tiene sulle spalle il destino del mondo”, ovvero c'è sempre qualcuno pronto a sostenerci, e dobbiamo farlo vicendevolmente. 
   Io non smetterò mai di ringraziare le mie amiche, che anche nei momenti drammatici della mia vita hanno dimostrato che la solidarietà femminile, anche quando è silenziosa e non viene urlata o sbandierata, esiste. 

Visto che si parla di donne, dimmi, ma tu ti senti un po' femminista? Pensi che questo termine abbia ancora ragione d'essere nel 2015? 
   
Non credo nel femminismo in senso lato perché uomini e donne sono troppo differenti tra loro, sono due mondi che devono trovare un punto d'incontro, ma sempre senza snaturarsi.
   Le donne devono avere le stesse possibilità di cui gode il mondo maschile, senza rinunciare alla propria diversità e alla propria femminilità. 
   In Italia questo è un traguardo ancora lontano, e la crisi di certo non aiuta: nei momenti di difficoltà economiche, nella stragrande maggioranza dei casi è la donna a rinunciare al proprio lavoro e alle proprie ambizioni in favore dell'occupazione del proprio compagno, e questo non è giusto. 

A tal proposito, trovi che nella società e nella politica odierna le donne abbiano uno spazio e una libertà adeguate? Hai da sempre dimostrato un forte interesse verso il mondo della politica, l'hai mantenuto inalterato nonostante il caos partitico nel quale stiamo annegando? 
   
Abbiamo ancora molta strada da percorrere e, nonostante le quotidiane bagarre, gli insulti ai quali assistiamo in talk show e programmi tv e tutto il penoso contorno mediatico, io credo ancora nella politica. 
   Come è stato sottolineato ironicamente in più di un'intervista, sono cresciuta in una famiglia dove, dopo l'omicidio, il delitto peggiore che si potesse commettere era non andare a votare.
   La politica la considero un valore profondo, quello che regola la civile convivenza tra i cittadini, per questo imprescindibile dalla nostra esistenza. 
   La mia vita, e la mia produzione narrativa, seguono due linee direttrici: il sentimento, che muove i legami con le persone care e amate, e il filone politico, quello che determina i rapporti con gli altri, coloro che non conosciamo ancora. 
   Infatti ho scelto di ambientare il mio romanzo in un periodo storico ben preciso, gli anni dal 1992 al 2007, ovvero dallo scandalo di “Mani Pulite” alla nascita del Partito Democratico, due momenti salienti nella nostra storia, positivi o negativi che siano. 

Una domanda estremamente soggettiva: qual è, secondo te, la vera forza delle donne? 
   Oggi ci sentiamo quasi costrette ad essere multitasking, un termine ormai imprescindibile, specialmente per i mass media, ma è davvero così? 
   Abbiamo perso il diritto di “essere stanche”, nascoste dietro una maschera da Wonder Woman che ci è stata cucita addosso, magari involontariamente? 

Sono assolutamente d'accordo con questa considerazione, troppo spesso ci sentiamo in trappola, oppresse da una mole eccessiva di responsabilità, ma l'errore è nostro, che non ci sentiamo mai all'altezza. 
   Dobbiamo imparare a rieducarci, e a insegnare alle nostre figlie a volersi bene, a essere multitasking, per usare questo termine, ma senza esagerare. 

Hai scelto di ambientare questo tuo romanzo a Milano: com'è cambiata negli anni questa città, quali metamorfosi ha subito? E soprattutto, in bene o in male?

Milano nel corso degli anni è cambiata moltissimo, ha saputo rinnovarsi soprattutto dal punto di vista culturale, ha conquistato una dimensione europea se non mondiale, e non ha nulla da invidiare alle grandi capitali estere. 
   Potrà sembrare azzardato, ma secondo me sta vivendo una sorta di secondo Rinascimento, di cui sono estremamente felice. 
   L'esempio più eclatante è sicuramente l'Expo 2015, un grande successo nonostante le numerose critiche, e una scommessa da vincere: cosa succederà dopo, che ne sarà dell'area espositiva dopo il 31 ottobre? 

Per scrivere Alla nostra età, con la nostra bellezza ti sei ispirata all'opera di qualche scrittore celebre, o magari a qualche libro che ami in particolar modo?

Nessuno in particolare, amo tutta la letteratura, italiana e straniera, dalla Mazzantini a Poe, da Pino Roveredo ai grandi classici del passato. 
   Credo di avere uno stile molto personale, mi piacciono le descrizioni semplici e immediate, in grado di arrivare subito al lettore, tralasciando il lirismo eccessivo che potrebbe privarmi della mia spontaneità, anche sulla carta stampata. 

Un'ultima domanda, che ti avranno già fatto mille volte, ma da cui non puoi sottrarti: hai un marito dal nome decisamente impegnativo, ti ha sostenuta durante la stesura del libro? Ha contribuito attivamente alla sua realizzazione, oppure ti soltanto fornito un sostegno affettivo? 

(ride) Nella stesura del mio primo romanzo non era intervenuto assolutamente, gli avevo permesso di leggerlo solamente una volta completato, ma stavolta è stato diverso, mi ha sostenuta psicologicamente durante l'intero lavoro, che è stato sicuramente più difficile: quando il primo libro ha successo le aspettative si alzano, e occorre impegnarsi al massimo per non deludere i lettori e, in primis, se stessi. 



Ecco come possiamo riassumere questa chiacchierata, e il messaggio di Alla nostra età, con la nostra bellezza: che questa ricercata bellezza sta nelle cose semplici, nella forza della normalità, nelle piccole gioie e negli altrettanto piccoli drammi del vissuto quotidiano; che l'età, soprattutto nell'amicizia al femminile, è qualcosa di totalmente irrilevante; che la parola “amicizia” è il contrario di “solitudine”; che le nuove generazioni hanno subito una profonda delusione politica, ma non per questo devono darsi per vinte; e infine, che la bellezza non è quella esteriore, superficiale ed effimera, ma quella che nasce dall'esperienza, quella che non ha età, insita in ogni donna, che aspetta soltanto di venire fuori.

"Questo articolo è apparso il 18/09/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/paper-street-intervista-daria-colombo.html