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venerdì 4 novembre 2016

#libri: Cari mostri, Stefano Benni


Una Madonna che, invece di piangere sangue, se la ride di gusto.
   Un direttore di museo che sfida l'ira vendicativa di una mummia decisamente... vivace.
Demoni in crisi mistica, superati in malvagità dal genere umano.

Questi sono soltanto alcuni dei “mostri” che popolano la poliedrica raccolta di racconti, ben venticinque, che costituisce la tragicomica silloge di Stefano Benni (per l'appunto, Cari Mostri, Feltrinelli, 2015), autore “diabolicamente” bravo a mescolare generi e sottogeneri letterari anche molto differenti tra loro: si va dalla comicità più amara e tagliente all'orrore, elemento predominante insieme a una costante ironia, dall'elemento tragico al thriller più inquietante, dalla rivisitazione di spunti della letteratura classica a versioni “riviste e corrette” di personaggi e fatti di cronaca realmente accaduti.

Sesso, indulgenza verso il pulp e lo splatter più palese aggiungono ulteriore pepe alle storie offerte al lettore su un piatto d'argento, una più divertente e gustosa dell'altra.
   Benni, da veterano qual è, insegna al lettore che i mostri non sono soltanto quelli rannicchiati sotto i letti dei bambini o dentro gli armadi, sarebbe forse troppo semplice scacciarli: i mostri, quelli veri, si nascondono dietro un'apparenza normale, quasi banale, un fedele smartphone può trasformarsi d'un tratto in un mostro che imprigiona nella solitudine più nera, un codice Iban dimenticato può tenerci in scacco per diverse ore, una cartella di Equitalia può trasformarsi nel peggiore degli incubi reali.

La contemporaneità si fa strada e si impone prepotentemente, tuttavia i patiti dell'horror più tradizionale non storcano il naso: non mancano certamente vampiri, alberi maledetti, mummie egizie assetate di sangue, creature malvagie a go – go, compreso un sentito (e, forse, dovuto) omaggio a Edgar Allan Poe, maestro del racconto di genere che ha fortemente ispirato quest'opera, ma in chiave assolutamente personale e originale.

Nel complesso, una sfida con un genere particolarmente difficile vinta cum laude da Benni, che si fa voce delle paure e dei problemi che assillano la società contemporanea, e lo fa con uno stile riconoscibile a prima lettura, fluido, ritmato, facilmente leggibile, avvincente fino all'ultima pagina.
E, fra le pagine, non è poi così difficile scovare l'insegnamento che l'autore dona al suo fedele lettore: la paura si può sconfiggere, ma soltanto con un pizzico di (auto)ironia. 

"Questo articolo è apparso su Paper Street in data 02/11/2016. Per gentile concessione".
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/cari-mostri-stefano-benni.html

mercoledì 28 settembre 2016

#film: Dark Water, Walter Salles

Se, quando si parla di horror, l’unica cosa che vi viene in mente è lo splatter più spinto e becero, allora sicuramente mi verrete a dire che Dark Water è una cagata pazzesca.
   Se invece dramma, percezione claustrofobica della realtà e dimensione intimistica sono il vostro pane quotidiano, allora sicuramente avrete apprezzato la storia di Dahlia Williams, giovane madre che, in seguito al travagliato divorzio dal marito fedifrago, decide di trasferirsi con la piccola Cecilia in uno squallido palazzo in un quartiere di periferia di Manhattan.
   Oltre alla battaglia legale all’ultimo sangue per l’affidamento esclusivo della piccola, una strana infiltrazione d’acqua sul soffitto perseguiterà la donna, portando segni di squilibrio nella vita della piccola Cecilia, che inizierà a comunicare con un’amichetta immaginaria che porta il nome di una bimba misteriosamente scomparsa tempo prima dall’appartamento superiore.


Insomma, detta così la trama sa di trito e ritrito, lo so, ma la peculiarità di questo film (e mi sto riferendo alla sua versione a stelle e strisce del 2005, poiché l’originale è l’omonimo film giapponese di Hideo Nakata – già autore dei due episodi di Ringu, da cui la saga The Ring, per intenderci – tratto dal racconto di Kōji Suzuki) è sicuramente il tocco delicato che si avverte dietro la macchina da presa, quello della mano del regista brasiliano Walter Salles, un tocco intimo, quasi femminile, tutto giocato sull’intensità del legame madre – figlia e sulle atmosfere inquietanti, dove il fattore paesaggio/ contesto diventa ben più che semplice cornice del dramma che si consuma nella vita delle protagoniste. Atmosfere dense, plumbee, pesanti, dove l’umidità e l’angoscia che permeano ogni cosa si possono toccare con mano, si appiccicano alla pelle in maniera epidermica e, volutamente, fastidiosa.

D’altro canto, se un’infiltrazione d’acqua (un po’ nera, ok, ma pur sempre d’acqua) nel muro riesce a catalizzare l’attenzione dello spettatore e a trasmettergli uno sgradevole senso di ansia, vuol dire che il nostro amico Salles (già regista de I diari della motocicletta e On the Road) la sa lunga.

Per quanto riguarda il cast, ritroviamo con affetto la nostra solita Jennifer Connelly, aficionada dell’horror più o meno psicologico (ve la ricordate la bella Jennifer di Phenomena?), sempre impeccabile e terrorizzata al punto giusto, perfettamente calata nel suo ruolo di madre ossessiva e fragile, ma un plauso particolare va ad Ariel Gade, la piccola protagonista, un faccino paffuto che, oltre a fare una tenerezza assurda con quelle guanciotte da ganascini, mostra un’espressività altissima, specialmente per la sua tenera età.
   La caratterizzazione dei personaggi è forte e ben definita, l’intento del regista perfettamente raggiunto: creare una ghost story che, più che terrorizzare, commuove, rende l’impatto con lo spettatore forte e intenso, portandolo fino all’epilogo, leggermente prevedibile ma assolutamente “giusto” per l’evoluzione della narrazione.


In Dark Water le scene più agghiaccianti non sfumano nel sangue, ma mostrano, sempre e comunque, una dolcezza struggente; anche l’ossessione, elemento ricorrente, presenta una notevole finezza di particolari, fatta di eleganti silenzi, di momenti intimi, che si mescolano perfettamente a oggetti e azioni disturbanti, in grado di mantenere alta la tensione, ma quasi senza darlo a vedere.

Insomma, un film che, finalmente, va oltre i soliti cliché legati al genere, che permette a chi lo guarda di immedesimarsi nelle nevrosi quotidiane della protagonista; un film che ci conduce per mano, con delicatezza, in una dimensione tristemente reale, aggiungendo soltanto un pizzico di sovrannaturale, metafora della fragilità dei rapporti umani; un film che sa emozionarci parlandoci di abbandono, sofferenza e, forse, anche di una possibile redenzione.
   Perché, in fondo, l’happy ending non è sempre come ce lo aspettiamo.

"Questo articolo è apparso su http://www.themacguffin.it/". 

giovedì 1 settembre 2016

#cinema: Carrie, lo (spento) sguardo di Satana

Ok, lo ammetto, sto vivendo uno dei miei difficili periodi di revival - horror e mi sto incarognendo sempre di più. Oggi bersaglio della mia ira più funesta sarà il buon Carrie. Lo sguardo di Satana, la versione del 2014 diretta da Kimberly Peirce, un remake dell'originale (ben più cazzuto) di Brian De Palma (e non c'è bisogno di aggiungere altro) di cui, francamente, in pochi sentivano la necessità.


In effetti, questa Carrie mi lascia alquanto perplessa, devo ammetterlo: ok, anche nell'omonimo libro di Sua Maestà King era una ragazzina depressa, asociale, sociopatica e vessata da una madre psicotica nonché fanatica religiosa, ma qui la resa è poco credibile.
   Sarà perché Chloë Moretz è un po' troppo gnocca per sembrare un'emarginata, sarà perché la storia è ambientata in un classico liceo americano patinato, dove tutti mostrano sorrisi plastici da paresi facciale uniti al turpiloquio del peggior camallo al porto di Genova, fatto sta che l'impressione è quella di prodotto finto, asettico, sostanzialmente inutile, dopo il successo generazionale dell'originale.
   Le bionde sono buone s stupide, e i ragazzi pensano solo allo sport e alla Jolanda, per intenderci.

Insomma, stiamo parlando di Carrie o una puntata di Beverly Hills 90210?! La domanda sorge spontanea, dal primo istante fino al bagno di sangue conclusivo, una cafonata che più splatter non si può.

Il paragone con il filmone di De Palma è ovvio e doloroso, anche perché la Peirce non aggiunge assolutamente nulla di nuovo né originale alla sua pellicola se non, forse, la scena dei telefonini, che ovviamente negli anni Settanta non si sapeva manco cosa fossero.
   A quale scena mi sto riferendo? A una Carrie impanicata per l'avvento del suo primo ciclo mestruale, e alle sua compagne di scuola un po' zoccolette che, invece di aiutarla e illuminarla in merito (ovviamente la nostra figlia di Satana era stata tenuta all'oscura di tutto dalla psicolabile mammina), la filmano con il cellulare per poi sbattere la sanguinolenta scena sul web.
   Momento squallido, nel complesso, ma a ben pensarci, e facendo un rapido paragone con la realtà quotidiana contemporanea, forse anche nella realtà sarebbe andata proprio così...


Arriviamo all'ennesima nota dolente, gli interpreti: nulla da dire sulla splendida Chloë, credibile sia in versione verginella timorata di Dio che in quella "degna figlia di Satana", ma la vera caduta di stile sta nell'interpretazione di Julianne Mooore.
   Da lei non ce lo saremmo proprio aspettato. Perennemente in overacting, stavolta, cara Julianne, è davvero troppo.
   Ok che devi fare l'esaltata autolesionista ma insomma, tutte queste faccette sconvolte e i mugolii sconnessi rischiano di scivolare velocemente verso la macchietta, e da una veterana del cinema proprio non ce lo aspettavamo.

Anche il dono di Carrie, la telecinesi, né tantomeno la sua presunta origine demoniaca vengono minimamente spiegati durante il passare dei minuti: non si capisce assolutamente nulla, la trama è poco chiara e mal strutturata, addirittura la stessa Carrie scopre la natura dei suoi "superpoteri" banalmente, navigando su Internet.
   Altro che Belzebù con tanto di corna e coda appuntita...

Nonostante il tentativo di coinvolgimento emotivo e l'eccesso di pathos sulle vicende giovanili della protagonista, empatia ed emozione (positiva o negativa che sia) stanno a zero, e la regista riesce ad ammosciare anche le scene decisive, come il confronto finale tra madre e figlia, a tratti ridicolo.

Più che un film, o l’adattamento di un romanzo, Carrie è un malriuscito condensato dell’originale, una sintesi confezionata esclusivamente per conquistare un pubblico immaturo, alla ricerca di allusioni sessuali, sangue e battute da b-movie.

Horror asfittico che nulla ha a che vedere con il romanzo di King (pur essendo già questo la sua opera più atipica), assomiglia più alla storia strappalacrime di una supereroina incarognita che a un film horror con gli attributi risultando, quindi, decisamente inutile.


Insomma, resto sempre del mio parere: mai mettere le zampe su vecchie glorie del cinema horror, che più che danni non fate... 

"Questo articolo è apparso su TheMacGuffin,it" Per gentile concessione".

venerdì 12 agosto 2016

#film: Poltergeist, Gil Kenan

Quando una roba viene bene, andrebbe lasciata esattamente com'è.
   Questo vale per le ricette, per le relazioni interpersonali, per i libri e... soprattutto per i film.
Sì perché, quando ti vai a confrontare con un filmone cazzuto, che ha segnato una generazione intera di cinefili, è quasi scontato che tu ti faccia malissimo, e che non possano che venir fuori delle cazzate disumane.
   E, infatti, è proprio quel che è successo al povero Poltergeist, quello sfigatello del 2015, s'intende, una pellicola che ci fa nascere, in maniera del tutto spontanea, direttamente dal più profondo del nostro cuoricino, una sola domanda: ma perché, porco mondo?!
   Ma perché, caro Gil Kenan, ti sei andato a impelagare in un tale ginepraio, invece di spremerti le meningi e farti venire una mezza (e dico mezza, non pretendo molto) idea originale?


Insomma, avrete capito che una roba più inutile non si poteva fare: il film, in effetti, fa paura. 
   Ma non nel senso che tutti noi, anime innocenti, vorremmo ardentemente, giammai, fa paura nel senso che fa proprio cagare, è semplicemente un copia - incolla della trama e della struttura del film originale, il vero Poltergeist. Demoniache Presenze del 1985, un remake infarcito di idiozie e inutili gingilli tecnologici, atti soltanto a farci capire, casomai fossimo tonti e non lo avessimo compreso, che siamo nel Ventunesimo secolo.

Cellulari che sfrigolano ed elettrizzano capelli che manco la 220 di casa, elettrodomestici posseduti ma, chicca assoluta, l'esplorazione di ciò che resta del cimitero infestato sotto casa fatta tramite un... drone.
   Sì, avete capito bene: avete presente quei bei giocattolini che son più le volte che spaccano la testa a ignari turisti di quelle che vagano per l'aere indisturbati?
   Proprio quello.
Immaginatevi il trauma e lo sconcerto di questi poveri e irrequieti morti stecchiti quando si sono visti arrivare addosso un aggeggio pilotato da un ragazzino di 10 anni, roba da pauuura.



Inoltre, tutto questo uso/abuso della tecnologia toglie valore alla scena madre del film originale, qui ripresa paro paro, quella del televisore, catalizzatore delle presenze demoniache che infestano la casa, capace addirittura di inglobare la piccola di casa, Maddy.

Ma come se non bastasse, a far crollare inesorabilmente l'intera pellicola nel mondo della parodia è il surreale personaggio di Carrigan Burke (un improbabile e un po' cazzone Jared Harris), chiamato dalla famiglia Bowen per salvare la piccola Madison: una sorta di "acchiappafantasmi" televisivo dal carisma irresistibile (?), l'unione sopraffina del fascino di Gordon Ramsey + una pungente ironia alla Bastianich + la viulenza di Antonino Cannavacciuolo nei suoi momenti peggiori, un Giacobbo de 'noantri che irrompe sulla scena come un elefante in una cristalleria, trasformando l'intera operazione nella più totale confusione cinematografica.


Anche i personaggi (e i rispettivi interpreti) zoppicano parecchio: una mamma (Rosemary DeWitt) che dà della psicotica alla propria bambina (Kennedi Clements), una sorella maggiore col mestruo perenne (Saxon Sharbino), un papà ebete come solo i papà nei film horror sanno essere (Sam Rockwell), insomma il delirio più totale e completo.

A 'sto punto, direi che, più che Poltergeist, sembra uno Scary Movie mal riuscito, uno degli ultimi, per intenderci e, nonostante gli effetti speciali si siano ovviamente evoluti, il film non ha nulla da aggiungere alla pellicola originale, ben congegnata ed equilibrata, grazie a quel pizzico di ironia che Tobe Hooper, con lo zampino di Steven Spielberg, aveva saputo infondere nella sua creatura.

Tirando le somme... un film da guardare soltanto se siete under 12 (tanto si sa, a quell'età non capiscono una cippa). O masochisti. O stitici.  O se non sapete nemmeno che cosa sia un vero film horror, e allora, che vi parlo a fare, tzè... 



"Questo articolo è apparso su TheMacGuffin.it. Per gentile concessione".

martedì 9 agosto 2016

#libri: L'orrore invisibile, Steve Santori

Ecco con un nuovo appuntamento dedicato agli scrittori esordienti, nato in collaborazione con il sito http://www.recensioniperesordienti.it/ per proporvi recensioni, focus e interviste agli autori che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo letterario che noi lettori famelici tanto amiamo.

Per chi di voi ancora non li conoscesse, provvedete subito, mi raccomando: RecensioniPerEsordienti e ChanceinComune sono due portali online nati dalla passione di un gruppo di ragazzi per la lettura, la scrittura e la narrativa, un team che ha tanta voglia di mettersi in gioco e diffondere la cultura nel web, un team ben consolidato di cui faccio parte anch'io, con grande piacere.

E allora proseguiamo con la nostra avventurosa partnership con la recensione di un romanzo affascinante e inquietante, L'orrore invisibile, di Steve Santori: buona lettura!


Una vecchia casa coloniale che nasconde un inenarrabile segreto. Un gruppo di adolescenti apparentemente impazziti, immersi in una scia di orrore, violenza, sangue e follia che sembra non avere mai fine. Uno psichiatra chiamato a salvare da pessima sorte un liceo classico della provincia marchigiana, un compito che potrebbe rivelarsi fatale anche per un luminare della scienza...

Gli ingredienti per fare di “L'orrore invisibile”, libro d'esordio del talentuoso Steve Santori, un ottimo thriller ci sono tutti: l'intreccio narrativo è incalzante, il ritmo serrato non lascia un solo istante di tregua al lettore, i personaggi sono bizzarri, spregevoli, perfettamente caratterizzati e, perlopiù, repellenti quanto basta per farsi ricordare per lungo tempo.

Ma “L'orrore invisibile” non è soltanto un thriller ben congegnato, poiché l'elemento più prezioso dell'intera opera è sicuramente la capacità dell'autore di aggiungere un pizzico di ironia anche nei momenti più drammatici: un esempio su tutti l'azzeccato paragone tra il liceo, microhabitat variegato tenuto costantemente sotto controllo da professori vigili e telecamere a circuito chiuso, e la casa del Grande Fratello, ricovero di derelitti e personaggi di dubbio gusto.
   Un paragone che ci mostra il gusto, tutto orwelliano, che l'autore prova nel sondare l'animo umano, le sue reazioni, emozioni, desideri e pulsioni, spesso più assimilabili all'ambito animale che prettamente umano, prendendolo in giro con salace sarcasmo. 
   Sarcasmo percepibile anche nello stile linguistico enfatico, talvolta esagerato, comunque sopra le righe, come del resto l'intera narrazione.

Indubbiamente uno spunto che fornisce il perfetto aggancio per un pensiero che va a scuotere energicamente il mondo della letteratura contemporanea: chi ha stabilito che un buon thriller, per essere tale, debba necessariamente affidarsi soltanto all'elemento triviale, alla crudezza degli omicidi più efferati, magari fini a se stessi?

Perché nel volume di Santori gli omicidi, il sangue, l'elemento orrorifico ci sono, eccome se ci sono, ma diventano fattori propedeutici a riflessioni ben più importanti: i giovani protagonisti che conosciamo pagina dopo pagina mostrano un disagio che, al di là dell'elemento surreale che caratterizza talvolta questo genere letterario, diventa manifesto delle nuove generazioni, sempre in lotta per conquistarsi il proprio spazio nel mondo, spesso alle prese con difficoltà e un senso di scoramento difficilmente assimilabile.
   Insomma, thriller ma anche metafora di una società in pieno disfacimento, in balia di slogan pubblicitari, smartphone e un profondo, difficilmente colmabile senso di solitudine che nulla (e nessuno) risparmia.

giovedì 21 luglio 2016

#cinema: "Esci da questo... film!": i 5 cult più posseduti di sempre

Fiumi di vomito verdino, bestemmioni tonanti, frasi sacrileghe pronunciate in lingue arcane, sparachiodi umane, tizi posseduti, sangue e preti allo sbaraglio, Esci da questo corpo! e compagnia bella: pochi, rodati ingredienti et voilà, l’esorcismo è servito.

Un fattore che, al cinema, ha fatto la fortuna di un genere horror che più prolifico non si può, ma anche alquanto controverso: l’elemento mistico, la curiosità un po’ morbosa, la trasposizione spesso grossolana rischiano di farci sprofondare in un abisso di terrore o, più facilmente, in una marea di risate.
   D’altronde, ne è passata di acqua sotto i ponti da quel benedetto (o maledetto, già che siamo a tema) 4 ottobre 1974, data di uscita italiana del capostipite del filone demoniaco, L’esorcista (che all’epoca fece non poco scandalo, nonché riempire il pannolino anche al più duro dei duri), e spesso lo standard si è abbassato in favore delle classiche, pacchiane, americanate tutte azione e violenza gratuita.


Ed ora, in onore dei cari vecchi demoni appena tornati al cinema con The Conjuring 2, ecco una top five dei migliori film horror sulle possessioni demoniache degli ultimi anni, pellicole che si salvano dal mare magnum contemporaneo: tenete a portata di mano crocifisso, acqua santa e il vocabolario di latino, mi raccomando. 


Se volete scoprire di che si tratta, vi basta un piccolo click qui,  per un articolo decisamente... in stile #TheMacGuffin.it! 

venerdì 10 giugno 2016

#cinema: Evil Selfie, quando un autoscatto può essere... fatale

Classe ’88, ternano doc, faccia pulita da bravo ragazzo, ma è tutto un trucco: oggi conosciamo meglio insieme Eros Bosi, giovane attore e filmaker umbro che, a dispetto dell’aspetto apparentemente tranquillo, possiede in realtà una passione sfrenata per i film horror, di cui è regista e interprete ormai da diversi anni.


Ma parliamone direttamente con lui: Eros, chi sei? Presentati in breve, cercando di attirare su di te l’attenzione di quei pessimi elementi dei lettori di TheMacGuffin.it.

Allora, tanto per cominciare sono da sempre un cinefilo incallito, non amo solo gli horror, anche se è sicuramente il mio genere preferito, ma guardo con piacere e colleziono praticamente ogni tipologia di film in DVD. Vado pazzo anche per i film comici all’italiana, in particolare con Pippo Franco, Tomas Milian, Adriano Celentano e Lino Banfi.

Oltre al cinema, tra le mie passioni c’è senz’altro quella musicale: stravedo per le chitarre elettriche distorte, mi posso definire un rockettaro/metallaro scatenato, ma non disdegno affatto nemmeno l’elettronica anni ’80. 

Abbiamo detto che sei un “film-horror-dipendente”: come nasce la tua passione per il mondo cinematografico, ma soprattutto per il genere più truculento che c’è?

Beh, innanzitutto permettetemi una riflessione: spesso sono molto più truculenti i film sulla malavita, sulle bande di quartiere, come accade in Arancia meccanica o ne I guerrieri della notte. Stessa cosa vale per i polizieschi e i film d’azione: mi è capitato recentemente di vedere Il grande racket, pellicola particolarmente violenta, ma di grande qualità.

Detto questo, la passione per il truculento ce l’ho da quando avevo 11 anni, l’illuminazione mi ha colto dopo aver visto Vampires di John Carpenter; da lì ho iniziato a divorare horror a manetta, tutte le settimane controllavo quale film dell’orrore davano in TV e li registravo. D’altronde, da un accanito lettore di Dylan Dog cos’altro potevate aspettarvi? 

Per quanto riguarda la passione per questo mondo, più in generale, nel 2008 ho iniziato a lavorare sul set di Porta per l’inferno di Lorenzo Buscaino e da lì la passione, ma soprattutto il desiderio di fare cinema, hanno iniziato a prendere forma. Sono partito dallo staff per arrivare prima al ruolo di attore principale e poi di regista.

Sei un ragazzo di provincia, nato in una zona d’Italia apparentemente lontana dai grandi centri di produzione cinematografica, come Roma e Milano: come sei riuscito ad affermarti in questo settore, è stata dura?

Tutto sommato Roma è abbastanza vicino a Terni, dista circa 100 km, infatti spesso mi reco nella Capitale per fare da comparsa in alcuni film. In realtà non è stata dura affermarmi nel settore perché a Terni ci sono molti film-maker, si tratta di una città molto viva sotto questo punto di vista. E pensare che avrebbe potuto evolversi ancora di più nell’ambito cinematografico, grazie agli studi di Roberto Benigni che ormai, purtroppo, non sono più attivi da anni.

Ma veniamo al motivo principale per cui siamo qui ad intervistarti: l’uscita del tuo ultimo corto, Evil Selfie, un comedy horror sul quale ci devi assolutamente svelare qualche dettaglio in più. Come ti è venuta l’idea? E la scelta di genere, a metà tra orrore e ironia: quale componente prevale maggiormente?

Siccome subisco molto il fascino delle creepy photos, letteralmente “fotografie che fanno paura”, il tutto è nato dal desiderio di realizzare un film su uno spettro che appare improvvisamente tra due fidanzati proprio in un selfie, così con l’occasione ho sfruttato anche la crescente e inarrestabile moda degli autoscatti. L’idea di mescolare orrore e ironia è molto frequente nei film d’orrore, anche nel mio film precedente, Circondato dalle tenebre, sono presenti scene che scivolano a tratti nella commedia, come quella girata in un bar o quella di sapore fetish. E poi un horror/commedia ha il pregio di spaventare e far ridere allo stesso tempo.



Leggendone la trama, possiamo intuire una certa critica, piuttosto aspra, all’uso/abuso della tecnologia ai giorni nostri. Considerando il crescente numero di persone che, ogni anno, ci restano secchi per immortalarsi in selfie spericolati sul bordo di scogliere e precipizi, come darti torto, in effetti…

Infatti il messaggio che vorrei dare è proprio di critica alla dipendenza dallo smartphone, al fatto che, oggigiorno, siamo ossessionati dai selfie e dai social network; ne siamo tutti un po’ malati, io per primo, lo ammetto.

Quanto impegno c’è dietro questo film (parliamo di tempistiche, difficoltà incontrare sul set, etc. etc)? Hai qualche aneddoto in merito da raccontarci?

Avendo lavorato con uno staff dalla provenienza decisamente variegata (Luca Alessandro da Roma e Luigi Nappa da Caserta), in effetti è stata dura trovare un fine settimana in cui fossero tutti presenti, attori, fotografi di scena, truccatori e così via. In realtà, il primo week end di lavorazione è stato un disastro, siamo riusciti a girare veramente poco.


Ma, fortunatamente, non tutto il male viene per nuocere poiché, anche grazie a Luca Alessandro, sono riuscito a coinvolgere alla lavorazione del film Alex Visani e due amici, Diletta Vedovelli, attrice professionista, e un effettista speciale di tutto rispetto, Pasquale Miele, che hanno dato man forte al mio film. Oltre a questo, per il ruolo di Isabella ho voluto la bravissima Chiara Palombi, ruolo che inizialmente doveva andare a Serena Meloni, l’attrice narnese che in Circondato dalle tenebre interpreta Irene, impegnata su un altro set proprio in quei giorni.




Ironia, suspense, paura: qual è il segreto per miscelare al meglio questi ingredienti, e come tenere accesa la curiosità (e l’adrenalina) dello spettatore?

Realizzando delle scene di iniziale calma e tranquillità, per poi sconvolgere il tutto con uno scoppio improvviso di paura e suspense, il tutto condito da una buona dose di ironia. Insomma, stupire lo spettatore, spiazzarlo, questo è il segreto. 

Quanto c’è della tua Umbria nelle ambientazioni di questo film? Al lettore medio magari non fregherà una cippa, ma io ci sono stata in vacanza l’anno scorso e me ne sono innamorata, per cui la domanda la inserisco lo stesso!

C’è c’è, infatti ho scelto una location immersa nel verde per la scena principale, a ulteriore dimostrazione che l’Umbria, oltre ad essere bellissima, è veramente il cuore verde dell’Italia.

Volevo tenere la domanda clou per la fine, ma non tengo più, lo ammetto: come ca… spita hai fatto a piazzare Gene Gnocchi nel cast?! Per carità, tutti attori giovani ma di tutto rispetto, ma Gene è Gene, un mito! Com’è nata questa vostra conoscenza/amicizia?


L’ho conosciuto nel febbraio 2010 dopo lo spettacolo The legend is Back che ha fatto al Teatro Verdi per gli eventi Valentiniani, ci siamo conosciuti ma non siamo rimasti in contatto. Circa tre anni dopo, dopo aver stretto amicizia col figlio Ercole su Facebook, mi è stato chiesto di inviargli il DVD di La mano infernale e Gene, di sua volontà, lo ha recensito in un video, candidandosi addirittura per un ruolo da interprete in un mio futuro film (“Se vi serve un attore stagionato esperto di horror io ci sono assolutamente”, queste le sue parole). Inizialmente credevo scherzasse, ma poi non ho perso occasione per farlo partecipare ad Evil Selfie, dove lo vedrete in un cammeo decisamente inaspettato…



Per quanto riguarda la tua carriera, abbiamo detto che hai lavorato in diverse vesti, in pellicole come il tuo film precedente, Circondato dalle tenebre, e ancora ne La mano infernale (2012) e nella commedia fantascientifica Passepartout – Tutte le porte sono aperte (2013), entrambe di Lorenzo Buscaino: meglio davanti o dietro la videocamera? Quale ruolo senti più tuo?

Io nasco come attore ma amo entrambi i ruoli, mi danno grande soddisfazione e mi stimolano a dare sempre il meglio.

Qual è stata la tua miglior esperienza lavorativa sul set? Hai lavorato con attori esordienti o anche con professionisti già noti?

Ovviamente quella di Circondato dalle tenebre, che mi ha donato l’emozione di vedere per la prima volta realizzato un soggetto interamente nato da me. In Evil Selfie ho recitato al fianco di Diletta Vedovelli, bravissima attrice professionista, e un po’ di inferiorità rispetto al suo talento l’ho percepita chiaramente. Diletta ha tre anni meno di me, ma molta più esperienza. Oltre a questo, ho recitato due volte accanto ad attori noti a livello nazionale: in due puntate di Al di là del lago, nel 2010, dove interpretavo il ruolo del carabiniere, insieme ad Alessandro Partexano e Roberto Farnesi, e l’anno successivo, sul set de La vita che corre (2012), accanto a Flavio Parenti

Per quanto riguarda la diffusione di Evil Selfie, abbiamo letto che verrà proiettato in occasione del festival cinematografico horror Narnia Terror Night 2016, e farà parte del progetto collettivo 17 Dopo Mezzanotte: di che si tratta?

Esatto, si tratta di un lungometraggio ideato da Davide Pesca che unisce vari cortometraggi di registi vari. Il primo capitolo, 17 a mezzanotte, è uscito due anni fa, ma il suo successo non accenna a scemare.

Sogni, progetti per il futuro? Insomma, dacci anche qualche anticipazione gustosa…

Sicuramente continuerò a girare film horror, ma mi piacerebbe provare anche altri generi e, perché no, anche un film romantico. Attualmente mi sto concentrando sulla promozione di Evil Selfie e del Narnia Terror Night – Speciale Dylan Dog, in occasione dei trent’anni dall’uscita del mio fumetto preferito, evento che si terrà all’Arena di Via delle rose di Narni Scalo (Terni) il prossimo 23 luglio 2016. 

Chiudiamo l’intervista con la consegna di rito: convinci i lettori di TheMacGuffin.it a non perdersi il tuo corto per nulla al mondo, in una manciata di poche, pregnanti parole!


Amici lettori, non perdetevi il mio corto Evil Selfie, anzi sostenetelo iscrivendovi alla pagina Facebook, perché ridere fa bene alla salute (e qui si ride, eccome!). Spaventarsi un po’ meno, ma sono dettagli… 

"Questo articolo è apparso sul TheMacGuffin.it. Per gentile concessione".
http://www.themacguffin.it/focus/evil-selfie-un-autoscatto-puo-fatale/

venerdì 11 marzo 2016

#libri: Orbeth, l'Oscura Minaccia, Marco Perrone


Se siete tra la nutrita schiera di detrattori del genere fantasy, se pensate che questa tipologia narrativa sia fatta soltanto di draghi, elfi e folletti, “Orbeth. L'oscura minaccia”, maestosa opera del giovane scrittore Marco Perrone, è pronto a darvi una sonora smentita.
   Un libro coinvolgente, che miscela con sapienza fantasia e orrore, realismo e tematiche forti, un volume da leggere tutto d'un fiato, dove adrenalina, curiosità e anche una buona dose di tensione emotiva restano altissime fino all'ultima pagina.



Appena apriamo questo poderoso volume, ci ritroviamo catapultati nel continente di Orbeth, un luogo remoto e arcano dilaniato da un lungo e sanguinoso conflitto tra i popoli del nord e gli invasori meridionali.
   Al termine della guerra, la tanto agognata pace verrà presto eclissata da un nuovo, oscuro pericolo, assai più letale della guerra stessa.
   Un mondo ostile, insomma, dai toni gotici e decisamente dark, narrato con uno stile sobrio e completo al tempo stesso; un'intensa narrazione infarcita di suggestive sequenze descrittive, personaggi ben caratterizzati e tanto, tanto altro, tutti elementi funzionali a rendere accattivante il racconto, appetibile anche per il lettore più scettico.

Protagonisti di questa vicenda intricata sono Raek e Jean, due fratelli pronti a intraprendere una spedizione tanto difficile quanto azzardata, due giovani guidati da un forte senso di libertà e giustizia, due eroi fuori dalle righe che, ben presto, conosceranno una realtà più minacciosa che mai, che li porterà ad affrontare un'altra importante battaglia per la salvezza del mondo in cui vivono.
   Le descrizioni minuziose e ben dettagliate fanno sentire il lettore parte di questa mirabolante avventura: le battaglie sono descritte con toni vividi, realistici, le sensazioni e le emozioni traspaiono dal romanzo senza alcun ostacolo, e si muovono fluide all'interno di un universo onirico che si mescola con la più graffiante veridicità.

Innumerevoli, poi, i colpi di scena, dai quali il lettore si ritroverà spiazzato, preso alla sprovvista, dove il ritmo si mantiene costantemente incalzante e teso nonostante il corposo numero delle pagine, e intrattiene il lettore senza mai annoiare o risultare pesante o prolisso (rischio che, specialmente nel genere fantasy, è sempre dietro l'angolo...). 
   Insomma, con questo primo capitolo Marco Perrone ha dato il via ad una Trilogia della quale si sta già parlando molto, e bene, un successo che è soltanto al suo inizio, e che potrebbe raggiungere vette altissime, anche a livello nazionale (Licia Troisi docet).

venerdì 4 dicembre 2015

#SerieTv: American Horror Story, un trash di qualità




Ebbene sì, in ritardo, ma ci sono arrivata anch'io.

   Dopo mesi e mesi di insistenze da parte di amici/conoscenti e via dicendo, mi sono decisa: ho iniziato a guardare la prima stagione di American Horror Story, una delle serie più amate e discusse degli ultimi anni.
   Per farlo, ho dovuto vincere l'iniziale astio che mi crea, puntualmente, la serie cool del momento, la componente horror mi ha dato la spinta finale, e devo ammettere che non saprei dare un parere certo e univoco.




Infatti, ho avuto, e ho tutt'ora, una serie di reazioni contrastanti: inizialmente delusione totale, durante le prime puntate il caos regna sovrano, gli episodi si affastellano e accumulano senza un preciso criterio, rendendo la trama fumosa e poco chiara ma, proseguendo, l'ansia e la tensione salgono, la suspense pure, e mi sono ritrovata a guardare 4 episodi consecutivi per scoprire il finale a sorpresa.
   Sarà capitato sicuramente anche a voi di ritrovarvi a leggerne la trama, pensando "Ecco, la solita serie sulla casa infestata, che barba che noia", ma in effetti non è proprio così: il pretesto è sì banale, il contesto visto e rivisto, la casa abitata da presenze oscure è davvero un classico del cinema horror, ma in questo caso la differenza la fanno i personaggi, in primis, e lo sviluppo della narrazione.

Per quanto riguarda i personaggi, magistrale l'interpretazione di Jessica Lange, la vera protagonista della serie, che interpreta un personaggio controverso, contraddittorio, altalenante tra compassione, crudeltà, a tratti aberrante ma non completamente negativo, personaggio che, tra l'altro, è valso alla Lange un Golden Globe.
   Interessante anche il giovane Evan Peters, nuovo idolo delle teen agers mondiali (basta un attimo, è proprio vero...), sensuale e aberrante, ma deludente la resa sul piccolo schermo di Dylan McDermott, decisamente poco espressivo, a tratti amorfo, forse l'unico elemento discordante all'interno di un cast di altissimo livello.


Per quanto riguarda la narrazione, è sicuramente qui che troviamo la vera novità di American Horror Story: la storia procede per continui flashback che, dopo la confusione iniziale (tanta, fidatevi, tanta da far quasi passare la voglia di proseguire nella visione), svelano quello che diventa, pian piano e sotto gli occhi dell'attonito e basito spettatore, una trama affascinante e disturbante al tempo stesso.
  Tra violenze, momenti di shock (pochi, ma ci accontentiamo) decisamente inaspettati, "mostri" più o meno paurosi, l'asticella sale, e anche la sensazione di fastidio e ribrezzo nei confronti di scene e personaggi concepiti appositamente per suscitare queste reazioni nel pubblico.

Ma l'elemento principale, quello che connota profondamente questa serie, quello che caratterizza in maniera pressoché assoluta American Horror Story, è il concetto di "trash": trash è l'accumulo di situazioni spaventose e grottesche al tempo stesso, trash è il voler spaventare a tutti i costi, trash sono le continue allusioni sessuali più o meno velate e spesso gratuite ma comunque contestualizzate, trash è il cliché della sexy governante, trash sono i dialoghi surreali e le musichette allegre in sottofondo, quasi da giostra, trash è il finale, trash è la dicitura "Horror Story", perché di horror questa storia tutto sommato ha poco, ma riesce comunque a calamitare l'attenzione dello spettatore con originalità e fantasia.

Insomma, consigliato se siete alla ricerca di un prodotto televisivo nuovo e sconcertante, fuori dagli schemi e non semplice da apprezzare, ma che merita comunque una chance, anche da parte del telespettatore più scettico.

giovedì 29 ottobre 2015

#film: Crimson Peak, Guillermo Del Toro

Sarà che, da quando ho visto quel capolavoro di ingegno e suggestione che è, secondo me, "Il Labirinto del Fauno", me ne sono innamorata, sarà che, fin da ragazzina, la trama e l'ambientazione di libri come "Cime Tempestose" mi ha sempre affascinata profondamente, sarà che, secondo me, Guillermo Del Toro è un artista, ma a me "Crimson Peak", il suo ultimo film, uscito nelle sale cinematografiche mondiali appena lo scorso 22 ottobre, non è dispiaciuto affatto.
   Criticato, giudicato banale, massacrato dalla critica più spietata, risulta forse poco innovativo nello sviluppo della trama e della narrazione: la classica casa infestata dai fantasmi che, tuttavia, viene lasciata in secondo piano, anteponendo la storia di una sordida passione e di una spirale di violenza apparentemente senza fine.


Tuttavia, storia a parte, è doveroso sottolineare l'assoluta bellezza delle ambientazioni e della scenografia, l'eleganza della fotografia che ci riporta, fin dalle prime immagini apparse sullo schermo del cinema, all'interno di quel Gotico Romantico che ha affascinato decine di generazioni.
   Un fascino antico e suggestivo, una sottile seduzione che pervade ogni scena del film, un pizzico di malizia che si mescola abilmente ai sentimenti più forti e puri, lo scandalo che travolge i protagonisti senza mezze misure, indulgendo sul valore distruttivo dei sentimenti, in quell'eterno contrasto tra Eros e Thanatos tanto caro ad un filone letterario e artistico che ha segnato l'inizio di un'epoca, il XIX secolo.

A mio modesto parere, soltanto Del Toro avrebbe potuto toccare vette immaginifiche tanto alte, e mi sto riferendo ad un registro totalmente estetico ed edonistico: un regista che ama questo genere con la passione di un ragazzino cresciuto a pane e fiabe dark, un sentito omaggio al filone letterario che ha visto, tra i capostipiti, scrittori del calibro di Emily Bronte, Anne Radcliffe, Edgar Allan Poe e Nathaniel Hawtorne. ma anche all'opera del più grande e inarrivabile artigiano del genere made in Italy, Mario Bava, maestro abile nel dosare alla perfezione luci e colori, riecheggiati splendidamente nel lavoro del direttore della fotografia danese Dan Laustsen.
   Altro chiaro riferimento, il cinema di Dario Argento, al quale rimandano la violenza grafica degli omicidi o le angosciose sequenze in ascensore.

"Crimson Peak" può essere considerato, forse, il divertissement di un autore che si è stancato dei meccanismi stereotipati degli Studios statunitensi, e che ha scelto di riavvicinarsi progressivamente a una dimensione più personale del film, il preludio ad un ritorno, già annunciato, a progetti più piccoli e con un budget minore.
   Non stupisce, per questo, che la sceneggiatura risalga al 2006, subito dopo l'uscita de "Il labirinto del fauno", del quale riecheggia le atmosfere surreali.


A donare un valore aggiunto al film sicuramente la bravura degli attori, partecipi di questo continuo susseguirsi di amore e morte: un'eterea Mia Wasikowska, un romantico, inedito e sensuale Tom Hiddleston, che finalmente si svincola del tutto dall'immagine di Loki, malvagio fratello del biondo Thor firmato Marvel, ma soprattutto la sublime Jessica Chastain, che con la sua Lucille porta sul grande schermo un personaggio passionale e feroce al tempo stesso, mentre Charlie Hunnam interpreta comunque con sapienza il piccolo ruolo che gli è stato affidato.

Insomma, "Crimson Peak" è uno di quei film che non va valutato sulla base della trama, altrimenti perderebbe buona parte del suo fascino: è una pellicola in grado di trascinarvi in una dimensione parallela, antica, terrificante e paradossalmente verosimile, affascinante e ipnotica.
   Un film che avvolge lo spettatore, lo catapulta in un romanzo ottocentesco in costume, lo seduce e e lo cattura, fino al classico, tragico e ahimé immaginabile epilogo, che comunque non toglie smalto all'ultima creatura di Del Toro.

martedì 1 settembre 2015

#cinema: Addio a Wes Craven, il "papà" di Nightmare e Scream.

Ho avuto bisogno di 24 ore buone per metabolizzare la notizia del lutto che ha colpito il mondo del cinema horror e dello spettacolo in generale, lasciando tutti i cinefili orfani di uno dei padri fondatori del genere, un maestro indiscusso.
   Stiamo parlando di Wes Craven, leggenda vivente e "papà" di Nightmare e Scream, due film di indiscussa qualità, che hanno terrorizzato generazioni e generazioni di ragazzi (e non solo).
   Sconfitto da un male che lo consumava ormai da anni, un tumore maligno al cervello, se n'è andato all'età di 76 anni, e ha portato con sé anche un pezzo di storia del cinema contemporaneo.




Chiunque abbia solo anche un briciolo di passione per l'horror non può prescindere da queste due pellicole, pregne di angoscia e paura, violenza e suspense, terrore allo stato puro.
   Craven è entrato nell'Olimpo del cinema horror mondiale nel 1984, creando un personaggio che sarebbe poi diventato un'icona cinematografica assoluta, Freddy Krueger (Robert Englund), dai tratti distintivi ben caratterizzati: cappellaccio, maglione a righe verde e rosso, volto devastato dalle ustioni, in grado di insinuarsi nei sogni delle proprie vittime e uccidere i poveri malcapitati.    
   Ammettiamolo, dopo averlo visto nessuno è più andato a dormire tranquillo e beato, almeno per qualche tempo dopo la visione del film.
   Pensate che la fama di Freddy è tale che l'American Film Institute lo ha inserito nella lista dei 50 migliori cattivi di sempre della storia del cinema, al quarantesimo posto.




A Craven va anche attribuito il merito di aver lanciato, nello stesso film, l'esordiente e giovanissimo Johnny Depp, alla sua prima esperienza cinematografica, un talent scouting tra i più riusciti della storia del cinema americano.

L'altro film culto di Craven è Scream, che ruota attorno alla figura di un serial killer, il cui volto resta celato da una maschera dai lineamenti distorti che ricorda un po' l'Urlo di Munch, il quadro che ispirò il regista durante le fasi preparatorie del film.

Tuttavia, forse non tutti sanno che il primo film di Wes Craven risale al lontano 1972,  L'ultima casa a sinistra, un successo noto ancor oggi; stesso discorso per un altro grande capolavoro sui generis del 1977, Le colline hanno gli occhi.

Un regista "anomalo", che per primo decise di esplicitare al suo pubblico le regole e i meccanismi del film horror, come accade in una delle scene più famose di Scream, dove uno dei personaggi, ironicamente, quasi rivolgendosi al pubblico di spettatori, spiegò le cose "da non fare mai" in un film di questo genere, ovvero:
"Ci sono delle regole precise che devono essere rispettate se si vuole sopravvivere in un horror, va bene? E vado a incominciare. Numero uno: non si deve mai fare sesso. Mai! No! È proibito! È proibito! Sesso uguale morte! Va bene?! Numero due: mai ubriacarsi o drogarsi. No, perché è il peccato, peccato per estensione della regola numero uno. E numero tre, mai, mai e poi mai in nessun caso dire: torno subito. Perché non si torna più."
La prova che si può essere ironici e terrorizzare il prossimo senza perdere fascino e raffinatezza stilistica.



Craven appartenne ai cosiddetti “masters of horror”, quel gruppo di artisti, tra cui spiccano anche George Romero, Tobe Hooper e John Carpenter, nutrito di controcultura giovanile anarchica a libertaria, basata sul contrasto degli ideali stereotipati di una nazione sulla via della dissoluzione, gli Stati Uniti degli anni Sessanta, zeppi di morti, violenza e privazione della libertà individuale e collettiva.

Craven ha fatto parte di quell’avanguardia cinematografica che ha raffigurato, nei propri film, l’orrore del proprio tempo, la paura di non poter esprimere il proprio pensiero, il suicidio di uno Stato in diretta mondiale.
   Un significato politico, etico e sociale che vena tutte le sue opere, in controtendenza con il cinema horror attuale, che propone violenze inaudite e fini a se stesse, totale assenza di ideali e di una preparazione culturale di base imprescindibile in un mestiere di questo genere, che diventa vocazione, specialmente quando si raggiungono questi livelli.

Riposa in pace, Wes, sono sicura che i tuoi sogni non verranno turbati dalle tue creature, rimaste orfane ma non per questo meno amate dagli horror addicted di tutto il mondo.    

lunedì 20 luglio 2015

#film: Ba... ba... dook?!?

Attenzione, questo articolo contiene spoiler!
(ve lo dico subito, così evito di beccarmi maledizioni a profusione). 


Quando ho visto per la prima volta il trailer di "Babadook", nuovissimo film horror diretto dalla regista australiana Jennifer Kent (una donna, e già m'ispirava), mi son detta: "Oh là, è la volta buona che ci siamo, stai a vedere che stavolta mi spavento un po' anch'io". 

Sì, perché ho scoperto, nell'arco di lunghe e approfondite indagini condotte in compagnia delle amiche più fedeli, che ho serissime difficoltà a spaventarmi davvero, e non è un'affermazione dettata dalla sboronaggine insita in ciascun italiano medio.
In effetti, è dall'età di 14 anni, cioè da quando ho iniziato a sviluppare una vera e propria passione per il genere più-truculento-è-meglio-è, che sono alla disperata ricerca del Film Perfetto, quello che mixa adrenalina, terrore puro e sottile ansia psicologica, ma niente da fare.

Ritornando al nostro caro Babadook, dicevo, le premesse c'erano tutte: splendida fotografia, con elementi gotici e suggestioni oniriche a go go (Murnau e Méliès docet), immagini potenti e una trama decisamente interessante: al centro della vicenda c'è il rapporto controverso e doloroso di una madre in crisi, distrutta dalla perdita del marito (morto 6 anni prima nel tragitto verso l'ospedale, nel giorno in cui è venuto al mondo il loro unico figlio) e logorata dal senso di frustrazione e fallimento, e il suo bambino, dolce, ribelle e terribilmente fragile al tempo stesso.

In effetti, per un buon 3/4 della sua durata il film mi è piaciuto davvero molto, grazie ad un ritmo coinvolgente e a quel tocco femminile dietro la macchina da presa, incredibilmente tangibile nell'analisi psicologica dei personaggi, nella loro caratterizzazione estrema e a tratti esasperata.
A questo proposito, nel film ci sono scene che danno fastidio e fanno riflettere, scene che sono un vero e proprio pugno nello stomaco: le litanie ossessive di un bambino turbato e sconvolto, che vuole proteggere sua madre da un pericolo tanto terribile quanto difficile da comprendere, la solitudine di una donna che ha scelto di rassegnarsi ad una vita che non le appartiene più, la dolcezza alternata ad una follia che esplode con violenza, incontrollabile.

Perché in fondo Babadook, malvagio demone fuggito dalle pagine di un libro, non è altro che una metafora per descrivere il male di vivere che, talvolta, si annida all'interno delle persone più fragili e vulnerabili, le consuma e le logora fino a spingerle a commettere gesti irreparabili.

Oltre alla sapiente regia e alla potenza delle immagini, merita una menzione speciale il suono: se Shining metteva un'ansia terribile grazie alle scene di completo silenzio, in questo caso è l'esatto contrario: urla disperate che ti fanno accapponare la pelle, e un doppiaggio che rende giustizia alla bravura dei due attori protagonisti, la splendida Essie Davis e il piccolo e talentuoso Noah Wieseman. 

Insomma, dopo tutto questo, uno si aspetta un finale epico, sangue a fiumi o almeno una qualche scena grandiosa, e invece no: l'unico a rimanerci secco è il cane (poraccio, l'unico che non ne poteva niente, finisce nelle grinfie della nostra Essie - Amelia in versione posseduta), mentre la scena finale sembra la pubblicità di un antidepressivo: "Sei giù di morale? Tutto va storto e non sai come uscirne? Comprati un Babadook, e tutto si risolverà!".

No, non ho bevuto un cicchetto mattutino, è proprio così: infatti nell'epilogo del film vediamo madre e figlio finalmente sereni, intenti a festeggiare il compleanno del piccolo Samuel in un lussureggiante giardino, per poi rientrare in casa tutti sorridenti con una ciotola piena di... VERMI?!? E per chi saranno mai questi simpatici animaletti, rigorosamente vivi? Per il caro vecchio Babadook, of course, che ormai si è stabilito in cantina, e viene allevato amorevolmente da Amelia.

Che sia un'altra metafora del'accettazione e del superamento dei demoni che la tormentavano in passato mi sta anche bene però, sinceramente, 'sto Babadook poteva applicarsi un po' di più nel suo ruolo di cattivo per antonomasia; a questo punto devo dire che il Babau, l'uomo nero che popolava i nostri peggiori incubi da bambini, quello che ti inibiva dal mettere fuori il piede dal letto perché, altrimenti, te l'avrebbe divorato, batte il mostro da film horror 1 a 0.