Di tutto un po', arte, libri, fotografia, musica, viaggi e tanto, tanto altro...
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venerdì 14 ottobre 2016
#libri: Keep calm e impara a capire l'arte, Alessandra Redaelli
Oggi non voglio proporvi una recensione, ma un vero e proprio consiglio per gli acquisti: sto parlando del libro "Keep calm e impara a capire l'arte", della storica dell'arte Alessandra Redaelli, un libro che, a vederlo, non gli daresti una cicca: troppo pop, dal titolo troppo commerciale, troppo... giallo, per i miei gusti.
E invece sorpresa: abbiamo magicamente tra le mani un volume completo ed esaustivo su quella che è l'arte contemporanea, quella dei giorni nostri, quella che, troppo spesso, ci appare assurda, troppo distante dall'umana comprensione, difficile da capire e, soprattutto, da amare.
"Keep Calm e impara a capire l’arte" (Newton Compton, euro 9,90), traccia una serie di profili ben definiti di artisti contemporanei, accompagnandoci per mano alla scoperta delle loro opere più significative; un libro leggero, di piacevolissima lettura ma estremamente efficace, in grado di analizzare puntualmente i concetti base dell’opera degli artisti, partendo dalle domande che tutti noi ci porremmo davanti ai loro lavori.
I protagonisti vengono raccontati per quello che sono, e l'autrice ci permette di capire a fondo quali sono le motivazioni che li hanno spinti a dipingere quadri completamente bianchi o blu, a inscatolare i propri escrementi o a farsi filmare durante i propri momenti più intimi.
Diviso in quattordici capitoli che trattano i temi dell’identità, della morte, del cibo, del denaro e del sesso, questo libro ci invita a essere curiosi e ad approfondire i temi che caratterizzano tutta l’arte contemporanea; d'altronde, il suggerimento iniziale arriva al lettore forte e chiaro: occorre “abbandonarsi al piacere”, lasciarsi guidare dal proprio istinto, dimenticare il pregiudizio, e il gioco è fatto.
Un libro che ha tanto da insegnare ai profani della materia, ma decisamente godibile anche per chi, di arte contemporanea, ne mastica parecchia.
venerdì 26 febbraio 2016
#arte: "Tranquillo Cremona e la Scapigliatura", Pavia, Scuderie del Castello Visconteo
Dopo la mostra “I Macchiaioli. Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo”, il programma espositivo delle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia prosegue con un’altra importante corrente artistica italiana dell’Ottocento: la Scapigliatura.
Dal 26 febbraio al 5 giugno 2016 le sale delle Scuderie ospiteranno “Tranquillo Cremona e la Scapigliatura”, un progetto ideato, prodotto e organizzato da ViDi in collaborazione con il Comune di Pavia, e curato da Simona Bartolena e Susanna Zatti, direttore dei Musei Civici di Pavia.
Collegandosi idealmente con la grande esposizione “Tranquillo Cremona e gli artisti lombardi del suo tempo”, allestita nel 1938 nel Castello Visconteo e inaugurata dal Re Vittorio Emanuele III, la mostra intende rendere omaggio al gruppo scapigliato, partendo dalla ricerca dell’iniziatore del nuovo linguaggio stilistico, Tranquillo Cremona - che a Pavia è nato e si è formato alla Civica Scuola di pittura - per indagare il movimento in tutte le sue diverse espressioni artistiche.
Ma facciamo una breve parentesi storico/artistica su questo movimento così innovativa nel panorama artistica italiano: il termine “scapigliatura” - libera traduzione dal francese bohême - deriva da “La scapigliatura e il 6 febbraio” del 1862, un testo misto di riflessioni critiche e di narrativa dello scrittore Cletto Arrighi.
Nella Milano postunitaria, centro dinamico della borghesia italiana, si riunisce un gruppo di intellettuali, diversi per temperamento, ma accomunati da atteggiamenti anticonformistici e dal rifiuto delle regole imposte dalla società dell’epoca.
Questo spirito di rivolta, nato dapprima in ambito letterario, si evolve in una vera e propria corrente che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino all’inizio del Novecento, coinvolge tutte le arti e pone le basi per un importante rinnovamento ideologico del mondo culturale italiano.
Al fine di offrire una panoramica completa del mondo degli scapigliati, l’esposizione svilupperà un percorso tra pittura, scultura, letteratura e musica per far rivivere al pubblico l’atmosfera di questo movimento nelle sue principali forme espressive.
La mostra presenta una selezione di circa sessanta opere degli artisti più rappresentativi della Scapigliatura tra i quali appunto Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Giuseppe Grandi, Luigi Conconi, provenienti da prestigiose sedi come la Galleria d’Arte Moderna di Milano, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Casa Museo Pisani Dossi, la Fondazione Lamberti di Codogno, il Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Castello di Masnago, Raccolte Frugone Musei di Genova, Civico Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco e diverse collezioni private.
Un racconto pittorico, ma anche letterario e musicale, secondo la teoria, fermamente sostenuta dagli Scapigliati, delle “arti sorelle”, ovvero della necessaria contaminazione e del reciproco scambio di suggestioni tra le diverse discipline.
Tra i personaggi che hanno frequentato gli ambienti scapigliati si annoverano infatti celebri scrittori, musicisti o librettisti come Cletto Arrighi, Iginio Ugo Tarchetti, Carlo Dossi, Giuseppe Rovani, Emilio Praga, Arrigo Boito, Antonio Ghislanzoni, Giacomo Puccini, Alfredo Catalani e molti altri.
Per offrire, quindi, una lettura completa di un movimento che costituì un vero e proprio fenomeno culturale nell’Italia postunitaria, in mostra saranno approfonditi – con ascolti musicali, manoscritti e partiture originali e pannelli didattici – anche le opere letterarie e musicali della scapigliatura.
Lungo le sale delle Scuderie i visitatori saranno accompagnati dalle parole del capogruppo degli scapigliati, lo stesso Tranquillo Cremona, che porterà il visitatore a rivivere lo straordinario fermento culturale dell’epoca alla scoperta della vita, dell’opera e delle forti personalità dei suoi compagni.
Il progetto espositivo vanta la collaborazione di Gianfranca Lavezzi, docente dell'Università di Pavia, per gli approfondimenti letterari, e di Daniela Gatti e Candida Felici dell'Istituto Superiore di Studi musicali Franco Vittadini di Pavia, per gli aspetti legati alla musica.
ViDi, in collaborazione con l’Associazione ARTpiù Creative Project propone inoltre una serie di attività didattiche, incontri e visite guidate gratuite per bambini e adulti con l’obiettivo di approfondire le tematiche affrontate dalla mostra.
Info utili:
Scuderie del Castello Visconteo
Viale XI Febbraio, 35 - 27100 Pavia
Orari
Dal lunedì al venerdì: 10.00-13.00/14.00-18.30
Sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00
(La biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti
Intero: 10,00 euro | Ridotto: 8,00 euro Audioguida inclusa nel prezzo
Scuole: 5,00 euro
Informazioni e prenotazioni
www.scuderiepavia.com | info@scuderiepavia.com | Tel: +39 0382 33676
www.vivipavia.it
Dal 26 febbraio al 5 giugno 2016 le sale delle Scuderie ospiteranno “Tranquillo Cremona e la Scapigliatura”, un progetto ideato, prodotto e organizzato da ViDi in collaborazione con il Comune di Pavia, e curato da Simona Bartolena e Susanna Zatti, direttore dei Musei Civici di Pavia.
Collegandosi idealmente con la grande esposizione “Tranquillo Cremona e gli artisti lombardi del suo tempo”, allestita nel 1938 nel Castello Visconteo e inaugurata dal Re Vittorio Emanuele III, la mostra intende rendere omaggio al gruppo scapigliato, partendo dalla ricerca dell’iniziatore del nuovo linguaggio stilistico, Tranquillo Cremona - che a Pavia è nato e si è formato alla Civica Scuola di pittura - per indagare il movimento in tutte le sue diverse espressioni artistiche.
Ma facciamo una breve parentesi storico/artistica su questo movimento così innovativa nel panorama artistica italiano: il termine “scapigliatura” - libera traduzione dal francese bohême - deriva da “La scapigliatura e il 6 febbraio” del 1862, un testo misto di riflessioni critiche e di narrativa dello scrittore Cletto Arrighi.
Nella Milano postunitaria, centro dinamico della borghesia italiana, si riunisce un gruppo di intellettuali, diversi per temperamento, ma accomunati da atteggiamenti anticonformistici e dal rifiuto delle regole imposte dalla società dell’epoca.
Questo spirito di rivolta, nato dapprima in ambito letterario, si evolve in una vera e propria corrente che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino all’inizio del Novecento, coinvolge tutte le arti e pone le basi per un importante rinnovamento ideologico del mondo culturale italiano.
Al fine di offrire una panoramica completa del mondo degli scapigliati, l’esposizione svilupperà un percorso tra pittura, scultura, letteratura e musica per far rivivere al pubblico l’atmosfera di questo movimento nelle sue principali forme espressive.
La mostra presenta una selezione di circa sessanta opere degli artisti più rappresentativi della Scapigliatura tra i quali appunto Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Giuseppe Grandi, Luigi Conconi, provenienti da prestigiose sedi come la Galleria d’Arte Moderna di Milano, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Casa Museo Pisani Dossi, la Fondazione Lamberti di Codogno, il Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Castello di Masnago, Raccolte Frugone Musei di Genova, Civico Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco e diverse collezioni private.
Un racconto pittorico, ma anche letterario e musicale, secondo la teoria, fermamente sostenuta dagli Scapigliati, delle “arti sorelle”, ovvero della necessaria contaminazione e del reciproco scambio di suggestioni tra le diverse discipline.
Tra i personaggi che hanno frequentato gli ambienti scapigliati si annoverano infatti celebri scrittori, musicisti o librettisti come Cletto Arrighi, Iginio Ugo Tarchetti, Carlo Dossi, Giuseppe Rovani, Emilio Praga, Arrigo Boito, Antonio Ghislanzoni, Giacomo Puccini, Alfredo Catalani e molti altri.
Per offrire, quindi, una lettura completa di un movimento che costituì un vero e proprio fenomeno culturale nell’Italia postunitaria, in mostra saranno approfonditi – con ascolti musicali, manoscritti e partiture originali e pannelli didattici – anche le opere letterarie e musicali della scapigliatura.
Lungo le sale delle Scuderie i visitatori saranno accompagnati dalle parole del capogruppo degli scapigliati, lo stesso Tranquillo Cremona, che porterà il visitatore a rivivere lo straordinario fermento culturale dell’epoca alla scoperta della vita, dell’opera e delle forti personalità dei suoi compagni.
Il progetto espositivo vanta la collaborazione di Gianfranca Lavezzi, docente dell'Università di Pavia, per gli approfondimenti letterari, e di Daniela Gatti e Candida Felici dell'Istituto Superiore di Studi musicali Franco Vittadini di Pavia, per gli aspetti legati alla musica.
ViDi, in collaborazione con l’Associazione ARTpiù Creative Project propone inoltre una serie di attività didattiche, incontri e visite guidate gratuite per bambini e adulti con l’obiettivo di approfondire le tematiche affrontate dalla mostra.
Info utili:
Scuderie del Castello Visconteo
Viale XI Febbraio, 35 - 27100 Pavia
Orari
Dal lunedì al venerdì: 10.00-13.00/14.00-18.30
Sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00
(La biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti
Intero: 10,00 euro | Ridotto: 8,00 euro Audioguida inclusa nel prezzo
Scuole: 5,00 euro
Informazioni e prenotazioni
www.scuderiepavia.com | info@scuderiepavia.com | Tel: +39 0382 33676
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lunedì 22 febbraio 2016
#viaggi: Firenze, diario di una vacanza (quasi) in solitaria
Mi sono fatta un po' attendere, lo ammetto, ma finalmente ho avuto il tempo di sedermi a tavolino, davanti all'inseparabile pc, per potervi raccontare, brevemente, del mio viaggetto in Toscana, e più precisamente nella splendida Firenze.
L'occasione è capitata quasi per caso, decisamente inaspettata, e con pochissimo preavviso, rispetto ai miei soliti 2/3 mesi di cui necessito per studiare tappe e itinerari che manco Alberto Angela nei suoi momenti migliori riuscirebbe ad eguagliar peer precisione e maniacalità assoluta e totale.
Come vi dicevo, ho colto l'occasione: il ferroviere che mi sta accanto da ormai 7 anni ha dovuto fare un corso di aggiornamento proprio nel capoluogo fiorentino, e io potevo forse starmene a casa buona buona?!
Giammai, carpe diem e, valigia dal peso improponibile al seguito, sono saltata sul treno (sì, perché noialtri si viaggia sempre così, ormai lo sapete..), pronta ad esplorare il "mondo".
In realtà a Firenze ero già stata due volte, ma durante dei classici weekend romantici, durante i quali si gira ma in modo non sufficientemente approfondito per i miei ossessivi gusti.
Questa volta, invece, posso dire di aver girato praticamente sempre in solitaria, e ammetto che è stata un'esperienza assolutamente utile e decisamente piacevole: sola 9 ore al giorno circa, ho imparato a cavarmela nella difficile attitudine dell'orientamento, che è forse il mio più grande limite: portatemi in un qualsiasi luogo, e anche dopo 20 volte, sarò ancora in grado di perdermi nei meandri della mia confusione totale.
Invece ho appurato sulla mia pelle che, quando non hai nessuno su cui contare, se non su una banalissima cartina della città very very used, allora sì che ci si sveglia, eccome.
Mi sono ripromessa di basarmi soltanto su questa, niente informazioni chieste in giro, né tantomeno navigatore satellitare sul cellulare, soltanto me medesima e un foglio di carta in mano: il primo giorno credo di aver girato a vuoto complessivamente un paio d'ore, forse più, per riuscire a capire da che parte fossi girata, ma da lì la strada è stata tutta in discesa.
E poi diciamocelo, perdersi all'interno del centro storico di una delle città più belle al mondo, non può che essere un'esperienza più che piacevole.
Per quanto riguarda il viaggio vero e proprio, il primo giorno tappa d'obbligo al Duomo di Santa Maria Novella e al Battistero; c'ero già stata, ma rivederli è sempre un'emozione per cui vale la pena ritornare.
Inoltre, sempre all'interno della Cattedrale, è possibile visitare un interessante museo che mostra, oltre a reperti di epoca romana, anche le preesistenze sotto lo strato pavimentale odierno, veri e propri scavi decisamente suggestivi.
Per non parlare del Museo dell'Opera del Duomo: la maestosità e la bellezza dell'architettura si fondono con la sapienza di maestri cesellatori di incredibile ricchezza.
E il primo giorno è stato sicuramente quello più strong, come già vi avevo anticipato in diretta durante la mia permanenza fiorentina: la salita in cima al campanile di Giotto, 85 metri per un totale di 414 scalini, un'esperienza da cardiopalma, che tuttavia merita ogni singola goccia di sudore versato, grazie al magnifico panorama che potrete godervi da lassù.
Oltre alle mete più scontate, dalle quali è impossibile prescindere, vi consiglio una piccola chicca: la Sinagoga ebraica di Firenze, testimonianza storica di rara bellezza, un tripudio di oro, decorazioni, il tutto condito da quell'alone di misteriosa soggezione che soltanto le chiese di altre confessioni, a mio parere, sanno dare.
Altra tappa obbligatoria Palazzo Vecchio, nella splendida Piazza della Signoria: all'interno troverete un interessante museo, e non perdete la parte degli scavi romani, proposti in maniera semplice ma decisamente affascinante, con tanto di video interattivi che faranno la gioia anche dei più piccini.
Stesso discorso per il Museo del Bargello, sul quale non mi dilungo poiché esiste già un sito riccamente fornito di informazioni dettagliate.
E degli Uffizi? Ne vogliamo parlare? Se non ci siete ancora stati vedete di rimediare subito. Sì, è una minaccia...
Scherzi a parte, questo è sicuramente un ottimo periodo per visitarli: code pressoché inesistenti, fattore eccezionalmente raro, poiché solitamente è quasi necessaria la prenotazione, onde evitare di dover attendere fuori per ore.
E ora una carrellata di tutto ciò che non potete perdere assolutamente nel cento storico di Firenze, con una top ten mordi e fuggi:
L'occasione è capitata quasi per caso, decisamente inaspettata, e con pochissimo preavviso, rispetto ai miei soliti 2/3 mesi di cui necessito per studiare tappe e itinerari che manco Alberto Angela nei suoi momenti migliori riuscirebbe ad eguagliar peer precisione e maniacalità assoluta e totale.
Come vi dicevo, ho colto l'occasione: il ferroviere che mi sta accanto da ormai 7 anni ha dovuto fare un corso di aggiornamento proprio nel capoluogo fiorentino, e io potevo forse starmene a casa buona buona?!
Giammai, carpe diem e, valigia dal peso improponibile al seguito, sono saltata sul treno (sì, perché noialtri si viaggia sempre così, ormai lo sapete..), pronta ad esplorare il "mondo".
In realtà a Firenze ero già stata due volte, ma durante dei classici weekend romantici, durante i quali si gira ma in modo non sufficientemente approfondito per i miei ossessivi gusti.
Questa volta, invece, posso dire di aver girato praticamente sempre in solitaria, e ammetto che è stata un'esperienza assolutamente utile e decisamente piacevole: sola 9 ore al giorno circa, ho imparato a cavarmela nella difficile attitudine dell'orientamento, che è forse il mio più grande limite: portatemi in un qualsiasi luogo, e anche dopo 20 volte, sarò ancora in grado di perdermi nei meandri della mia confusione totale.
Invece ho appurato sulla mia pelle che, quando non hai nessuno su cui contare, se non su una banalissima cartina della città very very used, allora sì che ci si sveglia, eccome.
Mi sono ripromessa di basarmi soltanto su questa, niente informazioni chieste in giro, né tantomeno navigatore satellitare sul cellulare, soltanto me medesima e un foglio di carta in mano: il primo giorno credo di aver girato a vuoto complessivamente un paio d'ore, forse più, per riuscire a capire da che parte fossi girata, ma da lì la strada è stata tutta in discesa.
E poi diciamocelo, perdersi all'interno del centro storico di una delle città più belle al mondo, non può che essere un'esperienza più che piacevole.
Per quanto riguarda il viaggio vero e proprio, il primo giorno tappa d'obbligo al Duomo di Santa Maria Novella e al Battistero; c'ero già stata, ma rivederli è sempre un'emozione per cui vale la pena ritornare.
Inoltre, sempre all'interno della Cattedrale, è possibile visitare un interessante museo che mostra, oltre a reperti di epoca romana, anche le preesistenze sotto lo strato pavimentale odierno, veri e propri scavi decisamente suggestivi.
Per non parlare del Museo dell'Opera del Duomo: la maestosità e la bellezza dell'architettura si fondono con la sapienza di maestri cesellatori di incredibile ricchezza.
E il primo giorno è stato sicuramente quello più strong, come già vi avevo anticipato in diretta durante la mia permanenza fiorentina: la salita in cima al campanile di Giotto, 85 metri per un totale di 414 scalini, un'esperienza da cardiopalma, che tuttavia merita ogni singola goccia di sudore versato, grazie al magnifico panorama che potrete godervi da lassù.
Oltre alle mete più scontate, dalle quali è impossibile prescindere, vi consiglio una piccola chicca: la Sinagoga ebraica di Firenze, testimonianza storica di rara bellezza, un tripudio di oro, decorazioni, il tutto condito da quell'alone di misteriosa soggezione che soltanto le chiese di altre confessioni, a mio parere, sanno dare.
Altra tappa obbligatoria Palazzo Vecchio, nella splendida Piazza della Signoria: all'interno troverete un interessante museo, e non perdete la parte degli scavi romani, proposti in maniera semplice ma decisamente affascinante, con tanto di video interattivi che faranno la gioia anche dei più piccini.
Stesso discorso per il Museo del Bargello, sul quale non mi dilungo poiché esiste già un sito riccamente fornito di informazioni dettagliate.
E degli Uffizi? Ne vogliamo parlare? Se non ci siete ancora stati vedete di rimediare subito. Sì, è una minaccia...
Scherzi a parte, questo è sicuramente un ottimo periodo per visitarli: code pressoché inesistenti, fattore eccezionalmente raro, poiché solitamente è quasi necessaria la prenotazione, onde evitare di dover attendere fuori per ore.
E ora una carrellata di tutto ciò che non potete perdere assolutamente nel cento storico di Firenze, con una top ten mordi e fuggi:
- Palazzo Medici Riccardi
- Badia Fiorentina
- Chiese di OrSanMichele, Santa Croce, San Lorenzo e Cappelle Medicee
- Chiesa e annesso Museo di San Marco (per gli appassionati di pittura medievale, specialmente di Beato Angelico)
- Casa di Michelangelo Buonarroti
- Gallerie dell'Accademia (non vedere almeno una volta nella vita il David di Michelangelo - quello in piazza è una copia, dunque non vale - e i Prigioni è un delitto, e dovrebbe essere penalmente punito!)
- Ponte Vecchio (se avete i soldi per acquistare anche qualche manufatto di oreficeria, avete tutta la mia più cocente invidia, sappiatelo...)
- Palazzo Pitti con relativi Museo degli Argenti e del Costume (mi raccomando scarpe comode, la ricchezza del percorso potrebbe stremarvi)
- Giardini di Boboli e Giardini Bardini (vedi sopra)
- Cene abbondanti presso qualsiasi ristorante/trattoria locale: si mangia non bene, si mangia divinamente (e almeno una volta, la Fiorentina, rigorosamente con filetto e al sangue, ci sta tutta, non fare i taccagni, su su...)
E per quanto riguarda la panza?
Niente paura, come sempre ho dato abbondantemente anche in questo campo, tra fiorentina, ribollita, crostini e bruschette, taglieri di salumi, pappardelle al cinghiale, trippa e cantucci col vin santo.
Qualche consiglio su dove mangiare? Sicuramente consigliatissime le trattorie "Da Giorgio", "L'Antico Fattore", "Il cantastorie" e "Da Zazà", tutte in pieno centro.
E infine, una piccola parentesi: lo shopping.
Ebbene sì, mi sono lasciata tentare, e un giretto al mercato del Porcellino e a quello del quartiere San Lorenzo (decisamente più economico) non potevo non concedermeli: per i profani sappiate che qui troverete tutti prodotti in classica pelle e cuoio fiorentini, tra cui borse di ogni foggia, cinture, giubbotti e scarpe, ma anche agende realizzate con la pregiata carta fiorentina e foulard in seta finissima.
Insomma, partite con due soldini in tasca se potete, tornerete a casa certamente soddisfatti.
Nel complesso non vi avrò fornito dettagli particolarmente arcani, ma una cosa ve la posso dire con certezza: Firenze è una città decisamente vivibile, a misura d'uomo, sia a livello di comodità (pur essendo ricchissima di attrazioni da non perdere, si riesce a girare tranquillamente a piedi) che di tranquillità, dove una ragazza può andare ovunque, e da sola, senza trovare la benché minima difficoltà, anche grazie all'incredibile calore e all'accoglienza che caratterizza la gente che abita questa meravigliosa città.
Se siete in procinto di organizzare una piccola vacanza proprio qui, vi consiglio di girarla senza fretta, godendovi ogni suo angolo, ogni via, ogni piazza; potrete così immergervi in quella che è pura bellezza, tra quei prodotti dell'ingegno umano che ci fanno un po' rivalutare la nostra razza impestata (e ne abbiamo taaanto bisogno, viste le boiate che ci tocca ascoltare quotidianamente...).
E dopo un sacco di parole, lasciamo spazio alle immagini, un piccolo assaggio del mio diario di viaggio fotografico...
martedì 2 febbraio 2016
#viaggi: La mansarda dei ravatti in trasferta a Firenze!
Come avrete notato in questi giorni i post si sono un po' diradati. Il motivo? Semplice, la Mansarda dei Ravatti (e la sua legittima proprietaria, of course) è in trasferta a Firenze, per un'inaspettata vacanza toscana. Come sempre, di ritorno dal viaggio proporrò un breve resoconto ricco di consigli e dritte per partire all'arrembaggio, ma nel frattempo vi voglio salutare con un'immagine piuttosto significativa, legata ad un'esperienza che tutti noi dovremmo fare, almeno una volta nella vita: vincere le vertigini, la paura dell'altezza, lasciarci andare e salire su, sempre più su, fino a quando sembra quasi di toccare il cielo con un dito.
A me è successo in solitaria, sul Campanile di Giotto, elemento prezioso della splendida cattedrale di Santa Maria del Fiore, vero e proprio gioiello di Firenze: dopo ben 414 scalini, senza ascensore, il premio è quello di godere dello spettacolare panorama di una delle città più belle al mondo, viste da un'altezza di circa 85 metri.
Insomma, ne vale la pena, garantito al 100%! ;)
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giovedì 26 novembre 2015
#arte: Il fumetto in epoca Pop, una forma d'arte contemporanea.
Oggi vi voglio parlare di un fenomeno mondiale che segnò un'epoca, un testo che avevo scritto ai tempi dell'Università per un corso di Grafica Contemporanea, e che ho rispolverato proprio in questi giorni perché considero ancora fortemente attuale.
Questo viaggio inizia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, specialmente negli Stati Uniti, dove si assiste allo sviluppo di numerose tendenze artistiche alternative, che si distaccano marcatamente dalle forme espressive tradizionali.
Prende campo la Pop Art, una corrente artistica della seconda metà del XX secolo che prende il nome dalla parola inglese “popular art”, ovvero arte popolare, non da intendersi come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie, ed è una delle più importanti correnti artistiche del dopoguerra.
L'altro grande fenomeno di massa è il fumetto, che proprio in questi anni viene elevato a vera e propria forma d'arte.
Per quanto riguarda la Pop Art, questo movimento discende direttamente dal graffiante cinismo del Dadaismo e della Nuova Oggettività, ma anche dalla semplicità equilibrata e dalla sintesi cromatica del Suprematismo russo di Malevic.
La nascita della Pop Art avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’50, con le prime ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns, ma la sua esplosione avviene soprattutto nel decennio degli anni ’60, conoscendo una prima diffusione e consacrazione con la Biennale di Venezia del 1964.
I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono tutti artisti americani: Andy Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein.
Una corrente apparentemente passeggera ed effimera, ma che in realtà, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, ha avuto nuova vita, con un secondo movimento che va sotto il nome di NeoPop, frantumandosi però in numerosi sottogruppi con diversi rimandi culturali: dal graffitismo urbano al mondo dell’undergound, dall’uso di materiali diversi come plastiche, resine ecc… al mondo dei fumetti giapponesi, dalla urban art al web design, fino a mescolarsi con riferimenti “alti”, letterari o concettuali.
Tra gli artisti più noti: Jeff Koons, Takashi Murakami, ma anche Gary Baseman, Jenny Holzer o, in Europa, Sigmar Polke, Katharina Fritsch, Gary Hume, Tim Noble.
Caratteristica interessante della Pop Art è che si serviva di oggetti presenti nella vita quotidiana trasformandoli in opere d’arte: la rappresentazione degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che si pone sul mercato (dell'arte) completamente calato nella logica mercantile.
La sfrontata mercificazione dell'uomo moderno, l'ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo eletto a sistema di vita, il fumetto quale unico, residuo veicolo di comunicazione scritta, sono i fenomeni dai quali gli artisti pop attingono le loro motivazioni.
In altre parole, la Pop Art attinge i propri soggetti dall'universo del quotidiano – in specie della società americana – e fonda la propria comprensibilità sul fatto che quei soggetti sono per tutti assolutamente noti e riconoscibili: poiché la massa non ha volto, l'arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone. In un mondo dominato dal consumo, la Pop Art respinge l'espressione dell'interiorità e dell'istintività e guarda, invece, al mondo esterno, al complesso di stimoli visivi che circondano l'uomo contemporaneo: il cosiddetto "folclore urbano”, che porta con sé dalle bandiere americane di Jasper Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di Rosenquist.
Gli artisti di questo movimento hanno svolto un ruolo rivoluzionario, introducendo nella loro produzione l’uso di strumenti e mezzi non tradizionali della pittura come il collage, la fotografia, il cinema, il video e la musica, dalla quale gli stessi Beatles per alcune canzoni hanno trovato ispirazione.
La Pop Art infatti usa il medesimo linguaggio della pubblicità e risulta dunque perfettamente omogenea alla società dei consumi che l'ha prodotta.
L'artista, di conseguenza, non trova più spazio per alcuna esperienza soggettiva e ciò lo configura quale puro manipolatore di immagini, oggetti e simboli già fabbricati a scopo industriale, pubblicitario o economico.
Questi oggetti, riprodotti attraverso la scultura e la pittura, sono completamente personalizzati. Nelle mani di un artista pop le immagini della strada si trasformano nelle immagini "ben fatte" dell'arte colta.
I temi raffigurati sono estremamente vari: prodotti di largo consumo, oggetti di uso comune, personaggi del cinema e della televisione, immagini dei cartelloni pubblicitari, insegne, foto di giornali, riviste.
L'artista sa di operare all'interno di un contesto sociale, non più caratterizzato dalla netta contrapposizione tra avanguardia e conservazione, ma nell'ambito di una situazione più complessa e intricata in cui coesistono diversi livelli culturali. Porsi al di fuori di questo contesto non è possibile, né avrebbe senso, o avrebbe il senso di una nuova evasione, di un rinchiudersi nuovamente in una ristretta posizione aristocratica: l'artista pop lo sa e accetta di operare dentro il sistema abbandonando la pretesa di una redenzione totale e accettando di lavorare mediante interventi circoscritti dentro situazioni particolari e ben determinate.
Il denominatore comune a tutti questi artisti è una stessa fondamentale esigenza di realismo, di prendere coscienza della nuova condizione antropologica determinata dallo sviluppo industriale e dai mezzi di comunicazione di massa.
Ma si tratta di un realismo consapevole della convenzionalità del linguaggio artistico, del filtro che i nuovi strumenti tecnici di rappresentazione pongono tra noi e i dati della realtà.
Volendo indicare un precedente storico della pop art, è possibile risalire fino al realismo di Courbet, che si era già dato il compito di rappresentare la vita moderna. Nel catalogo della sua mostra all'Esposizione universale del 1855 l'artista aveva infatti esplicitamente dichiarato: ‟Sapere per potere, questa fu la mia idea. Essere in grado di tradurre i costumi, le idee, l'aspetto della mia epoca, secondo la mia valutazione, essere non solo un pittore, ma un uomo; in una parola, fare dell'arte viva, questo è il mio scopo".
Anche il Futurismo può essere identificato come un possibile precedente storico della ricognizione urbana condotta dalla Pop Art.
Infatti il Futurismo è stato un movimento programmaticamente pro-urbano che ha celebrato la città e la folla amplificando l'iconografia della vita moderna proposta dagli impressionisti e dai postimpressionisti.
Il primo manifesto marinettiano contiene ‟il resoconto di un incidente automobilistico, riportato come un'esilarante esperienza". Occorre aggiungere che i futuristi non si rivolgono alla scena urbana soltanto come a un repertorio tematico, di ordine contenutistico, ma si rifanno soprattutto alle mutate condizioni ambientali per cogliere nuovi procedimenti di formazione dell'arte introducendo le nozioni di coinvolgimento e di simultaneità.
Come già indicato, grande elemento di riferimento della Pop Art fu proprio il fumetto.
Questo genere di lettura era già diffuso dagli anni ‘40 ma riusciva ad attrarre a sé solo un pubblico di ragazzini: infatti proprio a questi ultimi si riferivano le grandi case editrici fumettistiche, escludendo completamente l’idea di diffondere i fumetti tra un pubblico molto più vasto.
Grazie all’artista Roy Lichtenstein, che negli anni ‘50-60 ha riprodotto in grande scala vignette tratte da giornali come Dick Tracy e anche da personaggi dei cartoni animati, trasformando le vignette in veri e proprio quadri, questo genere si è diffuso anche tra il pubblico adulto.
L'artista ha aperto la strada a una nuova considerazione del fumetto da parte della cultura e, in particolare, del mondo dell'arte: con l'artista newyorkese il linguaggio fumettistico, con le sue figure e le parole stereotipate, viene ad assumere un ruolo privilegiato.
Negli stessi anni Andy Warhol realizzava quadri con immagini di comics e, successivamente, molti altri artisti hanno utilizzato nelle loro opere elementi tratti da questo universo iconico.
Spesso si è cercato di “sbarazzarsi” di Lichtenstein come di “quello che ingrandisce i fumetti”; adolescente durante la “Golden Era” dei comics, nella maturità l'artista non torna ai racconti a fumetti per un irrazionale richiamo sentimentale, ma in realtà esplora le “moderne mitologie volgari di pathos adolescenziale e di distruzione dell'uomo adulto, con un lessico visivo che ha la potenza dell'espressionismo astratto”.
In fumetti come “Drowning Girl” o “Ok hot shot”, entrambi del 1963, oppure in “Hopeless” e in “Eddie Diptych”, dello stesso anno, l'artista americano lucidamente condensa l'anonimo e industrializzato repertorio delle immagini prodotte per la comunicazione di massa.
Roy Lichtenstein realizzò una sua personale visione dell’America, grazie a una particolare tecnica che si avvaleva del linguaggio puntinato, un metodo usato per realizzare i fumetti, che veniva ottenuto grazie alla sovrapposizione di una retina metallica sopra alla tela.
Lichtenstein utilizzò questa tecnica non solo per esplorare un altro metodo espressivo ma anche per criticare la tecnica pittorica dell’astrattismo e per trovare una nuova forma artistica che coniugasse arte e cultura popolare.
Il fumetto non era considerato un’opera d’arte ma era invece visto più come una popolare forma alternativa di comunicare in modo sintetico un racconto.
Naturalmente le cose in seguito cambiarono e il fumetto divenne anche un’opera d’arte e sicuramente un mezzo espressivo che poteva contenere canoni artistici.
Fu comunque Lichtenstein ad utilizzarlo per la prima volta in questo senso, benché le sue opere non possano essere paragonate al fumetto.
Infatti, osservando con attenzione i suoi quadri, si distanziano in modo sostanziale dalla vignetta o dalla tavola del fumetto. Innanzi tutto i suoi disegni sembrano non suscitare alcun sentimento o stato d’animo, a guardarli sembrano distaccati, come se riuscissero a rarefare uno stato d’animo all’infinito, senza bisogno di avere un’immagine successiva, ma raccontando la loro storia dentro all’immagine che rappresentano. In questo sono senso quadri totalizzanti, che contengono una storia dall’inizio alla fine.
Anche nell'opera di Roy Lichtenstein l'universo quotidiano è sottoposto a un procedimento sorretto da una fortissima intenzione formalizzante.
L'artista si rivolge ai mezzi di comunicazione di massa e in particolare alle ‛storie' dei fumetti e, più in generale, ai prodotti dell'industria culturale, ma crea uno stacco marcato tra il messaggio di questi prodotti e le immagini che vengono rese, invece, con una definizione asciutta, ironicamente aristocratica della forma.
Si comprende perciò come un quadro di Lichtenstein, che si presenta in superficie come una mera riproduzione dei comics, finisca in realtà con il riassumere in sé, nel suo contesto circoscritto, una vera e propria ‛storia' delle correnti visive contemporanee. Di qui il largo impiego della ‛citazione' (le riprese testuali da Cézanne, Mondrian, Léger e altri, ma, per quanto riguarda più specificamente il segno, anche da Seurat e da Gauguin, da Van de Velde e dall'Art Nouveau).

Per quanto riguarda l'ambito prettamente fumettistico, un disegnatore che introdusse la Pop Art mescolata al Surrealismo e atmosfere psichedeliche fu Jim Steranko.
Questi ebbe la grande idea di inserire immagini in collage nelle sue vignette e colori molto accesi e surrealistici che si ispiravano all’arte di Warhol, creando atmosfere uniche e affascinanti; si possono vedere queste tavole negli albi del personaggio della Marvel Nick Fury (anni ‘70-80).
Molti critici definirono il suo stile come “Zap Art”, cioè un'arte di strada, metropolitana, vicina alla Street Art.
Steranko si ispirò ai romanzi di Ian Fleming sull’agente 007, ma in seguito furono i registi dei film sulla spia britannica che vennero influenzati dalle vicende di Nick Fury.
Steranko assorbì e adattò il suo stile alle tecniche di Jack Kirby, uno dei più celebri ed influenti autori di fumetti della storia, che ha collaborato per molti anni per la casa fumettistica Marvel.
Prolifico e con uno stile riconoscibile a prima vista, divenne il modello per generazioni di autori, grazie all’uso di fotomontaggi (in particolare per gli sfondi cittadini) e il frequente ricorso ai disegni a piena pagina privi di vignette, che occupavano uno, due o addirittura quattro fogli.
Un fumettista che utilizzò queste tecniche fu Will Eisner,considerato il padre dell’“arte sequenziale” perché reinventò completamente la struttura delle vignette, dei dialoghi e del movimento dei personaggi con i racconti del suo personaggio “The Spirit”.
Un altro fumettista che ha sfruttato lo stile della Pop Art è sicuramente Frank Miller, creatore e disegnatore dell’affascinante serie di fumetti “Sin City”, pubblicata dalla “Dark Hours”.
In questi cartoon non ci sono figure in bianco e nero, ma una vera e proprio lotta tra la luce e le ombre in cui non è presente alcun tipo di sfumatura e dove il bianco è quasi abbagliante e il nero è color pece.
Questo viaggio inizia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, specialmente negli Stati Uniti, dove si assiste allo sviluppo di numerose tendenze artistiche alternative, che si distaccano marcatamente dalle forme espressive tradizionali.
Prende campo la Pop Art, una corrente artistica della seconda metà del XX secolo che prende il nome dalla parola inglese “popular art”, ovvero arte popolare, non da intendersi come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie, ed è una delle più importanti correnti artistiche del dopoguerra.
L'altro grande fenomeno di massa è il fumetto, che proprio in questi anni viene elevato a vera e propria forma d'arte.
Per quanto riguarda la Pop Art, questo movimento discende direttamente dal graffiante cinismo del Dadaismo e della Nuova Oggettività, ma anche dalla semplicità equilibrata e dalla sintesi cromatica del Suprematismo russo di Malevic.
La nascita della Pop Art avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’50, con le prime ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns, ma la sua esplosione avviene soprattutto nel decennio degli anni ’60, conoscendo una prima diffusione e consacrazione con la Biennale di Venezia del 1964.
I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono tutti artisti americani: Andy Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein.
Una corrente apparentemente passeggera ed effimera, ma che in realtà, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, ha avuto nuova vita, con un secondo movimento che va sotto il nome di NeoPop, frantumandosi però in numerosi sottogruppi con diversi rimandi culturali: dal graffitismo urbano al mondo dell’undergound, dall’uso di materiali diversi come plastiche, resine ecc… al mondo dei fumetti giapponesi, dalla urban art al web design, fino a mescolarsi con riferimenti “alti”, letterari o concettuali.
Tra gli artisti più noti: Jeff Koons, Takashi Murakami, ma anche Gary Baseman, Jenny Holzer o, in Europa, Sigmar Polke, Katharina Fritsch, Gary Hume, Tim Noble.
Caratteristica interessante della Pop Art è che si serviva di oggetti presenti nella vita quotidiana trasformandoli in opere d’arte: la rappresentazione degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che si pone sul mercato (dell'arte) completamente calato nella logica mercantile.
La sfrontata mercificazione dell'uomo moderno, l'ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo eletto a sistema di vita, il fumetto quale unico, residuo veicolo di comunicazione scritta, sono i fenomeni dai quali gli artisti pop attingono le loro motivazioni.
In altre parole, la Pop Art attinge i propri soggetti dall'universo del quotidiano – in specie della società americana – e fonda la propria comprensibilità sul fatto che quei soggetti sono per tutti assolutamente noti e riconoscibili: poiché la massa non ha volto, l'arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone. In un mondo dominato dal consumo, la Pop Art respinge l'espressione dell'interiorità e dell'istintività e guarda, invece, al mondo esterno, al complesso di stimoli visivi che circondano l'uomo contemporaneo: il cosiddetto "folclore urbano”, che porta con sé dalle bandiere americane di Jasper Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di Rosenquist.
Gli artisti di questo movimento hanno svolto un ruolo rivoluzionario, introducendo nella loro produzione l’uso di strumenti e mezzi non tradizionali della pittura come il collage, la fotografia, il cinema, il video e la musica, dalla quale gli stessi Beatles per alcune canzoni hanno trovato ispirazione.
La Pop Art infatti usa il medesimo linguaggio della pubblicità e risulta dunque perfettamente omogenea alla società dei consumi che l'ha prodotta.
L'artista, di conseguenza, non trova più spazio per alcuna esperienza soggettiva e ciò lo configura quale puro manipolatore di immagini, oggetti e simboli già fabbricati a scopo industriale, pubblicitario o economico.
Questi oggetti, riprodotti attraverso la scultura e la pittura, sono completamente personalizzati. Nelle mani di un artista pop le immagini della strada si trasformano nelle immagini "ben fatte" dell'arte colta.
I temi raffigurati sono estremamente vari: prodotti di largo consumo, oggetti di uso comune, personaggi del cinema e della televisione, immagini dei cartelloni pubblicitari, insegne, foto di giornali, riviste.
L'artista sa di operare all'interno di un contesto sociale, non più caratterizzato dalla netta contrapposizione tra avanguardia e conservazione, ma nell'ambito di una situazione più complessa e intricata in cui coesistono diversi livelli culturali. Porsi al di fuori di questo contesto non è possibile, né avrebbe senso, o avrebbe il senso di una nuova evasione, di un rinchiudersi nuovamente in una ristretta posizione aristocratica: l'artista pop lo sa e accetta di operare dentro il sistema abbandonando la pretesa di una redenzione totale e accettando di lavorare mediante interventi circoscritti dentro situazioni particolari e ben determinate.
Il denominatore comune a tutti questi artisti è una stessa fondamentale esigenza di realismo, di prendere coscienza della nuova condizione antropologica determinata dallo sviluppo industriale e dai mezzi di comunicazione di massa.
Ma si tratta di un realismo consapevole della convenzionalità del linguaggio artistico, del filtro che i nuovi strumenti tecnici di rappresentazione pongono tra noi e i dati della realtà.
Volendo indicare un precedente storico della pop art, è possibile risalire fino al realismo di Courbet, che si era già dato il compito di rappresentare la vita moderna. Nel catalogo della sua mostra all'Esposizione universale del 1855 l'artista aveva infatti esplicitamente dichiarato: ‟Sapere per potere, questa fu la mia idea. Essere in grado di tradurre i costumi, le idee, l'aspetto della mia epoca, secondo la mia valutazione, essere non solo un pittore, ma un uomo; in una parola, fare dell'arte viva, questo è il mio scopo".
Anche il Futurismo può essere identificato come un possibile precedente storico della ricognizione urbana condotta dalla Pop Art.
Infatti il Futurismo è stato un movimento programmaticamente pro-urbano che ha celebrato la città e la folla amplificando l'iconografia della vita moderna proposta dagli impressionisti e dai postimpressionisti.
Il primo manifesto marinettiano contiene ‟il resoconto di un incidente automobilistico, riportato come un'esilarante esperienza". Occorre aggiungere che i futuristi non si rivolgono alla scena urbana soltanto come a un repertorio tematico, di ordine contenutistico, ma si rifanno soprattutto alle mutate condizioni ambientali per cogliere nuovi procedimenti di formazione dell'arte introducendo le nozioni di coinvolgimento e di simultaneità.
Come già indicato, grande elemento di riferimento della Pop Art fu proprio il fumetto.
Questo genere di lettura era già diffuso dagli anni ‘40 ma riusciva ad attrarre a sé solo un pubblico di ragazzini: infatti proprio a questi ultimi si riferivano le grandi case editrici fumettistiche, escludendo completamente l’idea di diffondere i fumetti tra un pubblico molto più vasto.
Grazie all’artista Roy Lichtenstein, che negli anni ‘50-60 ha riprodotto in grande scala vignette tratte da giornali come Dick Tracy e anche da personaggi dei cartoni animati, trasformando le vignette in veri e proprio quadri, questo genere si è diffuso anche tra il pubblico adulto.
L'artista ha aperto la strada a una nuova considerazione del fumetto da parte della cultura e, in particolare, del mondo dell'arte: con l'artista newyorkese il linguaggio fumettistico, con le sue figure e le parole stereotipate, viene ad assumere un ruolo privilegiato.
Negli stessi anni Andy Warhol realizzava quadri con immagini di comics e, successivamente, molti altri artisti hanno utilizzato nelle loro opere elementi tratti da questo universo iconico.
Spesso si è cercato di “sbarazzarsi” di Lichtenstein come di “quello che ingrandisce i fumetti”; adolescente durante la “Golden Era” dei comics, nella maturità l'artista non torna ai racconti a fumetti per un irrazionale richiamo sentimentale, ma in realtà esplora le “moderne mitologie volgari di pathos adolescenziale e di distruzione dell'uomo adulto, con un lessico visivo che ha la potenza dell'espressionismo astratto”.
In fumetti come “Drowning Girl” o “Ok hot shot”, entrambi del 1963, oppure in “Hopeless” e in “Eddie Diptych”, dello stesso anno, l'artista americano lucidamente condensa l'anonimo e industrializzato repertorio delle immagini prodotte per la comunicazione di massa.
Roy Lichtenstein realizzò una sua personale visione dell’America, grazie a una particolare tecnica che si avvaleva del linguaggio puntinato, un metodo usato per realizzare i fumetti, che veniva ottenuto grazie alla sovrapposizione di una retina metallica sopra alla tela.
Lichtenstein utilizzò questa tecnica non solo per esplorare un altro metodo espressivo ma anche per criticare la tecnica pittorica dell’astrattismo e per trovare una nuova forma artistica che coniugasse arte e cultura popolare.
Il fumetto non era considerato un’opera d’arte ma era invece visto più come una popolare forma alternativa di comunicare in modo sintetico un racconto.
Naturalmente le cose in seguito cambiarono e il fumetto divenne anche un’opera d’arte e sicuramente un mezzo espressivo che poteva contenere canoni artistici.
Fu comunque Lichtenstein ad utilizzarlo per la prima volta in questo senso, benché le sue opere non possano essere paragonate al fumetto.
Infatti, osservando con attenzione i suoi quadri, si distanziano in modo sostanziale dalla vignetta o dalla tavola del fumetto. Innanzi tutto i suoi disegni sembrano non suscitare alcun sentimento o stato d’animo, a guardarli sembrano distaccati, come se riuscissero a rarefare uno stato d’animo all’infinito, senza bisogno di avere un’immagine successiva, ma raccontando la loro storia dentro all’immagine che rappresentano. In questo sono senso quadri totalizzanti, che contengono una storia dall’inizio alla fine.
Anche nell'opera di Roy Lichtenstein l'universo quotidiano è sottoposto a un procedimento sorretto da una fortissima intenzione formalizzante.
L'artista si rivolge ai mezzi di comunicazione di massa e in particolare alle ‛storie' dei fumetti e, più in generale, ai prodotti dell'industria culturale, ma crea uno stacco marcato tra il messaggio di questi prodotti e le immagini che vengono rese, invece, con una definizione asciutta, ironicamente aristocratica della forma.
Si comprende perciò come un quadro di Lichtenstein, che si presenta in superficie come una mera riproduzione dei comics, finisca in realtà con il riassumere in sé, nel suo contesto circoscritto, una vera e propria ‛storia' delle correnti visive contemporanee. Di qui il largo impiego della ‛citazione' (le riprese testuali da Cézanne, Mondrian, Léger e altri, ma, per quanto riguarda più specificamente il segno, anche da Seurat e da Gauguin, da Van de Velde e dall'Art Nouveau).

Per quanto riguarda l'ambito prettamente fumettistico, un disegnatore che introdusse la Pop Art mescolata al Surrealismo e atmosfere psichedeliche fu Jim Steranko.
Questi ebbe la grande idea di inserire immagini in collage nelle sue vignette e colori molto accesi e surrealistici che si ispiravano all’arte di Warhol, creando atmosfere uniche e affascinanti; si possono vedere queste tavole negli albi del personaggio della Marvel Nick Fury (anni ‘70-80).
Molti critici definirono il suo stile come “Zap Art”, cioè un'arte di strada, metropolitana, vicina alla Street Art.
Steranko si ispirò ai romanzi di Ian Fleming sull’agente 007, ma in seguito furono i registi dei film sulla spia britannica che vennero influenzati dalle vicende di Nick Fury.
Steranko assorbì e adattò il suo stile alle tecniche di Jack Kirby, uno dei più celebri ed influenti autori di fumetti della storia, che ha collaborato per molti anni per la casa fumettistica Marvel.
Prolifico e con uno stile riconoscibile a prima vista, divenne il modello per generazioni di autori, grazie all’uso di fotomontaggi (in particolare per gli sfondi cittadini) e il frequente ricorso ai disegni a piena pagina privi di vignette, che occupavano uno, due o addirittura quattro fogli.
Un fumettista che utilizzò queste tecniche fu Will Eisner,considerato il padre dell’“arte sequenziale” perché reinventò completamente la struttura delle vignette, dei dialoghi e del movimento dei personaggi con i racconti del suo personaggio “The Spirit”.
Un altro fumettista che ha sfruttato lo stile della Pop Art è sicuramente Frank Miller, creatore e disegnatore dell’affascinante serie di fumetti “Sin City”, pubblicata dalla “Dark Hours”.
In questi cartoon non ci sono figure in bianco e nero, ma una vera e proprio lotta tra la luce e le ombre in cui non è presente alcun tipo di sfumatura e dove il bianco è quasi abbagliante e il nero è color pece.
martedì 17 novembre 2015
#arte: "De Chirico e Nunziante. Oltre le apparenze", quando l'arte si mescola ad una realtà trascendentale
Oggi vi racconto la mia esperienza presso una delle mostre più interessanti della stagione, che si è appena conclusa a Bra, presso il sontuoso Palazzo Mathis, situato in una piazza affascinante e suggestiva di questa bella cittadina piemontese: sto parlando di "De Chirico e Nunziante. Oltre le apparenze", 50 opere che evidenziano il legame e la continuità tra le poetiche di due grandi artisti, l'uno ideatore della corrente artistica della Metafisica, l'altro suo continuatore e maggiore esponente contemporaneo.
Due artisti che propongono interpretazioni differenti, accomunate dalla creatività e dalla voglia di raccontare la realtà circostante attraverso una concezione onirica e profondamente evocativa.
Nelle opere di Antonio Nunziante si ripetono, con grandissima inventiva, i principi estetici e i cardini concettuali della pittura di Giorgio De Chirico, tra scenari che valicano l’apparenza fisica e tangibile della realtà, mondi solitari abitati da oggetti enigmatici, dove la presenza umana non viene contemplata, ma sostituita da inquietanti figure, manichini senza volto o busti di sapore classico.
Sia nelle opere di De Chirico che in quelle di Nunziante la costruzione prospettica è destabilizzante per l'osservatore, il tempo appare congelato e le ombre sono insolite, non corrispondenti agli elementi presenti nei quadri, e si avvicinano a quelle prodotte dalla luce di riflettori teatrali, gli oggetti sono decontestualizzati, i richiami si succedono senza fine.
Ma da che cosa trae origine tutto questo? Sicuramente dal fatto che la Metafisica nasce in un periodo storico pieno d'incertezze quale fu quello della Prima Guerra Mondiale, quando le persone comuni, coloro che detenevano il potere, coloro che si ribellarono e coloro che acconsentirono senza opposizioni, ma soprattutto coloro che cercarono di dare espressione alle loro emozioni ed ideologie tramite l'arte, ebbero reazioni e manifestazioni contrastanti.
Una versione profonda e unica dell'uomo che si prepara a combattere, o a subire, la guerra, totalmente spersonalizzato, che mi ricorda tanto il nostro presente, specialmente alla luce delle spaventose immagini di una Parigi devastata nel suo intimo, immagini crude e spaventose che rimbalzano sui canali televisivi senza sosta.
Una tipologia di arte a tratti pessimistica, le cui influenze si possono individuare nella filosofia storica di Nietzsche e nella solennità della mitologia greca, trasposta in una dimensione angosciosa e ambigua.
Un esempio tangibile di questi concetti, che ho potuto osservare personalmente alla mostra di Bra, sta proprio nelle opere facenti parte della serie delle "Piazze d'Italia", caratterizzate da un'architettura classica che non permette di comprendere né il luogo né il momento in cui ci si trova, e che spesso si mescola ad elementi di modernità come le fabbriche, di cui si scorgono le ciminiere, in un continuo richiamo tra passato e presente.
Tra le caratteristiche che più colpiscono, i molteplici punti di fuga incongruenti tra loro, le campiture di colore piatte, uniformi, prive di sfumature e chiaroscuri, le figure assolutamente statiche, immobili, fuori dal tempo e dallo spazio.
Analogo discorso vale per le nature morte, dove ai consueti soggetti si aggiungono elementi della classicità greca, come maschere o parti di statue. L'angoscia aleggia in ogni opera.
La differenza tra i due artisti sta principalmente qui: De Chirico ci mostra tutta il malessere che deriva dall'entrata in guerra, una percezione perlopiù fortemente negativa, Nunziante ci propone immagini liberamente interpretabili, spiazzanti, nelle quali l'osservatore può riconoscere le proprie ansie, ambizioni, paure, sogni, pensieri, in uno spazio del tutto soggettivo, ma non necessariamente negativo, anzi.
Immagini oggettivamente belle, dal tratto grafico pulito e preciso all'inverosimile, dove il colore viene modellato morbidamente nei suoi toni più accesi, lontani dalle scelte cromatiche di De Chirico, immagini che ci dimostrano che anche la bellezza, nella sua esternazione più sontuosa e originale, può dare adito a reazioni contrastanti ma sempre fortemente empatiche e suggestive.
Due artisti che propongono interpretazioni differenti, accomunate dalla creatività e dalla voglia di raccontare la realtà circostante attraverso una concezione onirica e profondamente evocativa.
Nelle opere di Antonio Nunziante si ripetono, con grandissima inventiva, i principi estetici e i cardini concettuali della pittura di Giorgio De Chirico, tra scenari che valicano l’apparenza fisica e tangibile della realtà, mondi solitari abitati da oggetti enigmatici, dove la presenza umana non viene contemplata, ma sostituita da inquietanti figure, manichini senza volto o busti di sapore classico.
Sia nelle opere di De Chirico che in quelle di Nunziante la costruzione prospettica è destabilizzante per l'osservatore, il tempo appare congelato e le ombre sono insolite, non corrispondenti agli elementi presenti nei quadri, e si avvicinano a quelle prodotte dalla luce di riflettori teatrali, gli oggetti sono decontestualizzati, i richiami si succedono senza fine.
Ma da che cosa trae origine tutto questo? Sicuramente dal fatto che la Metafisica nasce in un periodo storico pieno d'incertezze quale fu quello della Prima Guerra Mondiale, quando le persone comuni, coloro che detenevano il potere, coloro che si ribellarono e coloro che acconsentirono senza opposizioni, ma soprattutto coloro che cercarono di dare espressione alle loro emozioni ed ideologie tramite l'arte, ebbero reazioni e manifestazioni contrastanti.
Una versione profonda e unica dell'uomo che si prepara a combattere, o a subire, la guerra, totalmente spersonalizzato, che mi ricorda tanto il nostro presente, specialmente alla luce delle spaventose immagini di una Parigi devastata nel suo intimo, immagini crude e spaventose che rimbalzano sui canali televisivi senza sosta.
Una tipologia di arte a tratti pessimistica, le cui influenze si possono individuare nella filosofia storica di Nietzsche e nella solennità della mitologia greca, trasposta in una dimensione angosciosa e ambigua.
Un esempio tangibile di questi concetti, che ho potuto osservare personalmente alla mostra di Bra, sta proprio nelle opere facenti parte della serie delle "Piazze d'Italia", caratterizzate da un'architettura classica che non permette di comprendere né il luogo né il momento in cui ci si trova, e che spesso si mescola ad elementi di modernità come le fabbriche, di cui si scorgono le ciminiere, in un continuo richiamo tra passato e presente.
Tra le caratteristiche che più colpiscono, i molteplici punti di fuga incongruenti tra loro, le campiture di colore piatte, uniformi, prive di sfumature e chiaroscuri, le figure assolutamente statiche, immobili, fuori dal tempo e dallo spazio.
Analogo discorso vale per le nature morte, dove ai consueti soggetti si aggiungono elementi della classicità greca, come maschere o parti di statue. L'angoscia aleggia in ogni opera.
La differenza tra i due artisti sta principalmente qui: De Chirico ci mostra tutta il malessere che deriva dall'entrata in guerra, una percezione perlopiù fortemente negativa, Nunziante ci propone immagini liberamente interpretabili, spiazzanti, nelle quali l'osservatore può riconoscere le proprie ansie, ambizioni, paure, sogni, pensieri, in uno spazio del tutto soggettivo, ma non necessariamente negativo, anzi.
Immagini oggettivamente belle, dal tratto grafico pulito e preciso all'inverosimile, dove il colore viene modellato morbidamente nei suoi toni più accesi, lontani dalle scelte cromatiche di De Chirico, immagini che ci dimostrano che anche la bellezza, nella sua esternazione più sontuosa e originale, può dare adito a reazioni contrastanti ma sempre fortemente empatiche e suggestive.
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lunedì 9 novembre 2015
#arte: Gauguin e i suoi "Racconti dal Paradiso" in mostra al MUDEC di Milano
Oltre alla mostra "Barbie The Icon", il MUDEC (Museo delle Culture) di Milano ospita, dal 28/10/2015 al 21/02/2016 un'altra mostra decisamente interessante, dedicata a Paul Gauguin e ai suoi "Racconti dal Paradiso".
Un'esposizione composta da circa 70 opere provenienti da svariati musei sparsi per il mondo e da numerose collezioni private internazionali, una mostra che si concentra principalmente sulle suggestive immagini dei luoghi visitati dall'artista francese durante i suoi moltissimi viaggi in terre esotiche e dal fascino sensuale, e che ci permettono di riconoscere e analizzare le fonti figurative della produzione artistica di Gauguin.
Una mostra che nasce per ripercorrere la sua evoluzione, sottolineando l'originalità dell'approccio al primitivismo tanto caro all'artista, un interesse per le culture "altre" che si tradusse in una costante e accurata ricerca di materiale originale da integrare nella sua produzione, una fonte di ispirazione davvero inesauribile.
Per quanto riguarda l'aspetto più tecnico dell'allestimento, la mostra si articola in cinque sezioni: nella prima un autoritratto di Paul Gauguin introduce il discorso sulla figura personale dell'artista, inquadrandola all'interno del contesto storico e culturale francese ed europeo di fine Ottocento.
Arriviamo alla seconda sezione, che ripercorre il lavoro del pittore dal 1878 al 1895 circa, illustrandone la predilezione per l'arte e la cultura primitiva di luoghi lontani ed esotici come Polinesia, Indonesia, Martinica e Guadalupa.
La terza sezione vede esposti alcuni tra i lavori più celebri e importanti dell'artista, realizzati durante i viaggi in Bretagna (1886-1888), Danimarca (1884-1885), a Parigi e ad Arles (1888-1889).
Nella quarta sezione troviamo, invece, due opere particolarmente significative, "Veliero al chiaro di Luna" (1878) e "Arearea no varua Ino/ Il divertimento dello Spirito maligno" (1894), che mostrano l'evoluzione tecnica dell'arte del pittore dagli esordi agli anni della maturità artistica.
E concludiamo con l'ultima sezione, la quinta, che esplora l'intersezione tra mito, fantasia, sogno e realtà nelle opere dell'artista, una sezione che pone l'accento sui temi chiave della sua arte. Inoltre, viene evidenziata la costante ricerca del pittore per raggiungere una tecnica il più vicina possibile alla vita e alla natura, lontana dalle costrizioni accademiche dell'arte dell'Europa "civilizzata".
Nel complesso, una mostra che contiene opere importanti della produzione di Gauguin ma non le più celebri, e l'aspetto più caratteristico e interessante è forse quello delle tavole lignee dipinte, spesso sconosciute ma estremamente particolari, che contengono elementi paesaggistici e artistici primitivi e di forte impatto emotivo e cromatico.
Unica nota dolente, la disposizione delle didascalie rispetto alle opere stesse: eccessivamente distanziate, che costringono il visitatore a cercare la classica "etichetta" per comprendere il titolo e la datazione dell'opera. che rimane comunque decisamente scarna e contenente informazioni insufficienti, salvo le opere presenti nell'audioguida, a pagamento.
Invece interessanti le attività didattiche per le scuole: per la scuola primaria e dell'infanzia visita + laboratorio "I mondi di Gauguin" della durata di 90 minuti, al costo di 110 euro a classe + biglietto d'ingresso (2 gratuità per insegnanti) a prenotazione obbligatoria, mentre per la scuola secondaria di primo grado è disponibile la visita "Diversi da chi? Iconografia e stereotipo", anch'esso con le medesime caratteristiche del precedente.
Inoltre, per le scuole primaria e secondaria di secondo grado è disponibile una visita guidata alla mostra della durata di un'ora, al costo di 70 euro a classe + biglietto d'ingresso, con prenotazione e microfonaggio obbligatori.
E ancora, le attività didattiche per i gruppi, con le stesse modalità di svolgimento di quelle per le scuole, al costo di 100 euro per gruppo (1 gratuità per capogruppo) e, per finire, le attività dedicate alle famiglie. In questo caso i bambini potranno scegliere il pacchetto visita guidata + laboratorio (da 6 a 11 anni, della durata di 90 minuti) disponibile tutte le domeniche alle ore 10.30, al costo di 14 euro a bambino (ingresso + attività, prenotazione consigliata), mentre gli adulti potranno usufruire della visita guidata della durata di un'ora, contemporaneamente a quelle per i più piccoli, al costo di 19 euro a persona, comprensivo di ingresso + attività (prenotazione consigliata anche in questo caso). Tutte le attività sono a cura di ADMaiora Srl (www.admaiora.education).
Per info e prenotazioni: www.mudec.it - 02 54917
Per prenotazione biglietti: www.ticket.it/MUDEC
ORARI:
lun 14.30-19.30
mar-mer-ven-dom 9.30-19.30
gio e sab 9.30-22.30
Il servizio di biglietteria termina un'ora prima della chiusura.
BIGLIETTI:
- visitatori individuali: 12 euro intero, 10 euro ridotto, 8 euro ridotto speciale
- gruppi: 10 euro gruppi adulti, 6 euro gruppi scuole, 3 euro scuola infanzia (3-6 anni)
- prevendita: 2 euro visitatori individuali e gruppi, 1 euro scuole
- audioguida: 5 euro
- visite guidate e attività didattiche:
- gruppi (100 euro gruppi, 120 euro gruppi in lingua, 130 euro visita + lab)
- scuole (70 euro scuole, 90 euro scuole in lingua, 110 euro visita + lab)
- microfonaggio (obbligatorio per adulti e per scuole secondarie di primo e di secondo grado - 30 euro gruppi con guida esterna, 15 euro scuole con guida esterna, 17 euro gruppi con guida interna, 13 euro scuole con guida interna)
lunedì 2 novembre 2015
#arte: I Macchiaioli in mostra alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, un'occasione da non perdere.
La stagione autunnale delle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia è stata inaugurata nel migliore dei modi, con una mostra dedicata interamente al genio della pittura dei Macchiaioli, uno dei movimenti artistici che maggiormente rivoluzionò la pittura italiana dell'Ottocento.
"I MACCHIAIOLI, una rivoluzione d'arte al Caffè Michelangelo" è una mostra che colpisce per pulizia, ordine e rigore nell'esposizione, un progetto ideato, prodotto e organizzato dall'Associazione culturale ViDi in collaborazione con il Comune di Pavia, curato da Simona Bartolena insieme a Susanna Zatti, direttore dei Musei Civici di Pavia.
Come sottolineato dai comunicati stampa relativi alla mostra, obiettivo primario dell'esposizione è quello di indagare i protagonisti e l'evoluzione di questo movimento artistico così fondamentale per la nascita della pittura moderna italiana, ponendo particolare attenzione ai rapporti con la scena artistica francese, alle novità tecniche introdotte dai singoli pittori del gruppo, ma anche alla quotidianità della vita personale dei suoi esponenti che, grazie a racconti, scritti e lettere, hanno saputo offrirci, senza riserve, uno spaccato intenso ed emozionante di quella che doveva essere la vita al celeberrimo Caffè Michelangelo, luogo di ritrovo prediletto di Lega, Signorini e non solo.
Il percorso espositivo presenta oltre settanta opere provenienti da prestigiose sedi, dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano alla Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti di Firenze, dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma alla Galleria d'arte Moderna di Milano, e ancora dalla Galleria d'arte moderna Ricci Oddi di Piacenza all'Istituto Matteucci di Viareggio e molti altri, ma anche da collezioni private, tutti capolavori firmati dai principali esponenti del gruppo dei Macchiaioli: Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Giuseppe Abbati, Vincenzo Cabianca, Adriano Cecioni, Vito d'Ancona, Raffaello Sernesi, Odoardo Borrani, per arrivare all'eredità della macchia con opere di Giuseppe de Nittis, Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini, senza trascurarne il passato purista.
Particolarmente interessante, e vera e propria nota di pregio, l'idea che accompagna l'audioguida, ovvero un racconto in prima persona che lo stesso Telemaco Signorini offre ai visitatori, un metodo poco consueto ma altrettanto efficace, che permette al pubblico di immergersi completamente all'interno dell'atmosfera della mostra, ma soprattutto dell'idea che portò alla nascita di questa corrente artistica, tra paesaggi splendidi, personaggi suggestivi e storie affascinanti.
Altra nota interessante, le attività, del tutto gratuite, dedicate a grandi e piccini:
- Family Guide: una guida cartacea a cura di Artkids e illustrata da Sabrina Ferrero (in arte Burabacio) a misura di bambino (dai 5 anni in su), ricca di approfondimenti, immagini e giochi per rendere ancor più interessante e interattiva la visita.
- Laboratori per famiglie: ogni domenica alle ore 11.00, l'Associazione culturale ViDi, in collaborazione con l'Associazione ARTpiù Creative Project propone una serie di laboratori didattici rivolti alle famiglie con bambini dai 5 agli 11 anni; la durata del laboratorio è di circa 60 minuti, la prenotazione è obbligatoria e si accede con il biglietto della mostra più una libera donazione all'Associazione (per prenotazioni info@scuderiepavia.com, oppure tel: 0382 33676).
- Ogni mercoledì visite guidate gratuite per i singoli visitatori: alle ore 18.30 speciali visite guidate a cura dell'Associazione ARTpiù Creative Project; alle visite guidate si accede con il biglietto d'ingresso alla mostra, non è necessaria la prenotazione e saranno ammesse al massimo 30 persone in ordine di arrivo a partire dalle ore 18.00.
- Visite guidate gratuite per gruppi di adulti: l'Associazione ARTpiù Creative Project propone a tutti i gruppi di adulti (min. 15 max 30 persone) visite guidate della durata di 90 minuti circa, con prenotazione obbligatoria; si accede con il biglietto della mostra più una donazione libera all'Associazione (per prenotazioni: info@scuderiepavia.com, oppure tel: 0382 33676).
La mostra è aperta al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19, sabato, domenica e i festivi dalle 10 alle 20; il biglietto costa 12 euro intero, ridotto 10 euro e con l’autoguida inclusa per le scuole 5 euro.
Per informazioni: www.scuderiepavia.com, email: info@scuderiepavia.com, tel: +39 0382 33676
Per acquistare il biglietto online:
http://www.vivaticket.it/index.php?nvpg[evento]&id_show=73972
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venerdì 30 ottobre 2015
#arte: Dagli Impressionisti a Picasso in mostra a Palazzo Ducale, Genova, una selezione di capolavori direttamente dal Detroit Institute of Arts
Monet, Degas, Renoir, Cézanne, Van Gogh, Gauguin, Matisse, Modigliani, Kandinsky, Picasso. Sono soltanto alcuni degli immortali artisti in mostra a Palazzo Ducale, a Genova, fino al 10 aprile 2016, una selezione di capolavori giunti nel capoluogo ligure direttamente dal prestigioso Detroit Institute of Arts.
Cinquantadue opere dell'arte europea che ripercorrono, per la prima volta in assoluto, il tragitto "inverso" che dagli Stati Uniti porta al Vecchio Continente.
Gli anni, il trentennio che intercorre tra la nascita dell'Impressionismo e le prime opere puramente cubiste del grande Picasso, anni cruciali per il panorama culturale europeo, un'età straordinaria fatta di nuovi stimoli, orizzonti espressivi, essenza stessa della modernità e di una ricerca profonda e coraggiosa.
Una selezione di opere mai esposte in Italia prima d'ora, una sintesi perfetta di questo periodo così significativo e altrettanto suggestivo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, dai sublimi tocchi di colore dell'Impressionismo francese alla violenza cromatica di Van Gogh, sinonimo del suo tormento interiore, dall'Ecole de Paris alle Avanguardie Storiche, dall'Astrattismo all'eccezionale parabola artistica di Pablo Picasso, un'occasione unica per ammirare questi grandi maestri in un colpo solo.
Volete qualche assaggio delle opere in mostra? Soltanto per citarne alcune, ricordiamo i "Gladioli" di Claude Monet, "Studio per dipinto con forma bianca" di Wassily Kandinsky, "Bagnanti" di Paul Cézanne, "Donna in poltrona" di Pierre Auguste Renoir, "Giovane con cappello" di Amedeo Modigliani, "Ballerine nella stanza verde" di Edgar Degas, "Ragazza che legge" di Pablo Picasso.
Parallelamente, e a prescindere dall'indubbio valore delle opere esposte, interessante il pretesto narrativo della mostra, ovvero l'attenzione data alla sorprendente avventura del collezionismo americano, che si è sviluppato analogamente alla proliferazione del Capitalismo occidentale.
Furono proprio i grandi imprenditori, infatti, a dare origine a questa nuova forma di mecenatismo culturale e artistico, uno spirito che ritroviamo intatto in questa mostra imperdibile curata da Salvador Salort-Pons e Stefano Zuffi, prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con MondoMostre Skira, con il patrocinio del Comune di Genova e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, della Missione Diplomatica Americana in Italia e dell'American Chamber of Commerce in Italy.
Per quanto riguarda le info tecniche:
ORARI:
La biglietteria chiude un'ora prima
PREZZI BIGLIETTI:
Info prevendita: 010 9280010
Prenotazioni scuole: 010 8171604
PER INFO:
www.impressionistipicasso.it
www.palazzoducale.genova.it
Cinquantadue opere dell'arte europea che ripercorrono, per la prima volta in assoluto, il tragitto "inverso" che dagli Stati Uniti porta al Vecchio Continente.
Gli anni, il trentennio che intercorre tra la nascita dell'Impressionismo e le prime opere puramente cubiste del grande Picasso, anni cruciali per il panorama culturale europeo, un'età straordinaria fatta di nuovi stimoli, orizzonti espressivi, essenza stessa della modernità e di una ricerca profonda e coraggiosa.
Una selezione di opere mai esposte in Italia prima d'ora, una sintesi perfetta di questo periodo così significativo e altrettanto suggestivo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, dai sublimi tocchi di colore dell'Impressionismo francese alla violenza cromatica di Van Gogh, sinonimo del suo tormento interiore, dall'Ecole de Paris alle Avanguardie Storiche, dall'Astrattismo all'eccezionale parabola artistica di Pablo Picasso, un'occasione unica per ammirare questi grandi maestri in un colpo solo.
Volete qualche assaggio delle opere in mostra? Soltanto per citarne alcune, ricordiamo i "Gladioli" di Claude Monet, "Studio per dipinto con forma bianca" di Wassily Kandinsky, "Bagnanti" di Paul Cézanne, "Donna in poltrona" di Pierre Auguste Renoir, "Giovane con cappello" di Amedeo Modigliani, "Ballerine nella stanza verde" di Edgar Degas, "Ragazza che legge" di Pablo Picasso.
Parallelamente, e a prescindere dall'indubbio valore delle opere esposte, interessante il pretesto narrativo della mostra, ovvero l'attenzione data alla sorprendente avventura del collezionismo americano, che si è sviluppato analogamente alla proliferazione del Capitalismo occidentale.
Furono proprio i grandi imprenditori, infatti, a dare origine a questa nuova forma di mecenatismo culturale e artistico, uno spirito che ritroviamo intatto in questa mostra imperdibile curata da Salvador Salort-Pons e Stefano Zuffi, prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con MondoMostre Skira, con il patrocinio del Comune di Genova e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, della Missione Diplomatica Americana in Italia e dell'American Chamber of Commerce in Italy.
Per quanto riguarda le info tecniche:
ORARI:
- lunedì 15-19
- da martedì a giovedì 9.30-19.30
- venerdì e sabato 9.30-21
- domenica 9.30-19.30
La biglietteria chiude un'ora prima
PREZZI BIGLIETTI:
- intero con audioguida 13€
- ridotto con audioguida 11€
- gruppi sabato e domenica 13€
- gruppi da lunedì a venerdì 11€
- scuole 6€ (inclusa prevendita)
- ridotto giovani fino a 27 anni (ogni venerdì dalle 14 alle 21) 5€
- diritti di prevendita 2€
Info prevendita: 010 9280010
Prenotazioni scuole: 010 8171604
PER INFO:
www.impressionistipicasso.it
www.palazzoducale.genova.it
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lunedì 26 ottobre 2015
#arte: Andar per mostre, stagione 2015/2016 (seconda parte)
Quest'oggi torno a scrivervi di mostre, eventi culturali e di tutto ciò che il nostro Bel Paese ha da offrirci nei prossimi mesi, con un ricco e interessante calendario di mostre 2015/2016 stracolmo di appuntamenti da segnare immediatamente in agenda.
E allora che aspettate, carta e penna (o smartphone e tablet, se siete più tecnologici di me) alla mano, ecco una lista di mostre e allestimenti ai quali non potrete proprio mancare:
E allora che aspettate, carta e penna (o smartphone e tablet, se siete più tecnologici di me) alla mano, ecco una lista di mostre e allestimenti ai quali non potrete proprio mancare:
- ROMA, Complesso del Vittoriano - Ala Brasini: "Dal Musée d'Orsay, Impressionisti tête-a-tête", una mostra dedicata ai più grandi maestri dell'Impressionismo, da Monet a Degas, da Manet a Renoir e Cezanne, e molti altri. ORARI: lun-gio 9.30-19.30, ven-sab 9.30-22, dom 9.30-20.30
- ROMA, Cinecittà: "Cinecittà si mostra", un omaggio a tutti coloro che hanno reso grande e hanno lavorato dietro le quinte di quel grande e perfetto ingranaggio che è Cinecittà. ORARI: lun-dom 9.30-19, martedì chiuso
- ROMA, Chiostro del Bramante: "James Tissot", una mostra monografica sull'artista francese di nascita e britannico d'adozione. ORARI: fino al 21 febbraio, Tutti i giorni 10.00-20.00, sab-dom 10.00-21.00
- TORINO, GAM (Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea): "Monet, dalle collezioni del Musée d'Orsay", una selezione delle opere più significative del grande maestro impressionista francese. ORARI: dal 2 ottobre al 31 gennaio, mar-dom 10-19.30, lunedì chiuso
- VENARIA REALE (TO): "Raffaello, il sole delle arti", nella suggestiva cornice di una delle reggie più belle del mondo una mostra che evoca l'iter personale e artistico di Raffaello Sanzio. ORARI: fino al 24 gennaio, mar-ven 9-17, sab-dom e festivi 9-19
- MILANO, Palazzo Reale: "Da Raffaello a Schiele, capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest", in mostra opere di artisti del calibro di Raffaello, Tintoretto, Durer, Velasquez, Rubens, Goya, Murillo, Canaletto, Cezanne, Gauguin e molti altri. ORARI: fino al 7 febbraio, lun 14.30-19.30, mar-mer-ven-dom 9.30-19.30, gio-sab 9.30-22.30
- MILANO, MUDEC Museo delle Culture: "Barbie The Icon", una mostra dedecata alla più iconico e simbolica delle bambole. ORARI: fino al 13 marzo, lun 14.30-19.30, mar-mer-ven-dom 9.30-19.30, gio e sab 9.30-22.30
- MILANO, GAMManzoni: "Belle Epoque, La Parigi di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi", trentacinque opere che documentano l'attività dei tre protagonisti principali della pittura italiana dell'Ottocento nella Parigi della Belle Epoque. ORARI: mar-dom 10-13 e 15-19, lunedì chiuso
- MILANO, Palazzo della Ragione: "Edward Burtynsky, Acqua Shock", mostra fotografica di uno dei fotografi più originali e visionari del nostro tempo. ORARI: fino al 1 novembre, mar-mer-ven-dom 9.30-20.30, gio-sab 9.30-22.30, lunedì chiuso
- MILANO, Gallerie d'Italia - Piazza Scala: "Hayez", la mostra più completa e rappresentativa sul grandissimo artista risorgimentale. ORARI: dal 6 novembre al 21 febbraio, mar-dom 9.30-19.30, gio 9.30-22.30, lunedì chiuso
- MILANO: "Highline Galleria", un viaggio entusiasmante con un camminamento sui tetti della splendida Galleria Vittorio Emanuele II, che vi permetterà di vedere da vicino le guglie del duomo e un panorama mozzafiato. ORARI: tutti i giorni 9-23
- BOLOGNA, Palazzo Albergati - Art Experience: "Brueghel, capolavori dell'Arte fiamminga", viaggio appassionante nell'epoca d'oro della pittura fiamminga del Seicento. ORARI: tutti i giorni 10-20
- CATANIA, Centro Fieristico Etnafiere Bel Passo: "Days of the Dinosaur", una mostra che farà la gioia di qualsiasi bambino (e non solo), con ben 51 dinosauri, concepita come una sorta di viaggio all'interno della macchina del tempo
- VERONA, AMO Verona: "Tamara De Lempicka". monografica dedicata a una delle artiste più amate del Novecento. ORARI: fino al 31 gennaio, lun 14.30-19.30, mar-dom 9.30-19.30
mercoledì 21 ottobre 2015
#arte: Jeff Koons ovvero, per dirla alla Primo Levi, "Se questo è un... artista"
Successore di Andy Warhol, artista di fama e talento mondiali, genio contemporaneo, rivoluzionario dei nostri tempi, attento e cinico critico della società odierna, chi più ne ha più ne metta.
Ma dove, mi domando io?! Dopo aver letto le lodi sperticate allo sbarco, nella nostra splendida Firenze, di Jeff Koons, sono rimasta alquanto allibita, non lo nego, e l'orticaria si è impossessata di me.
"Jeff Koons In Florence è l’evento più atteso dell’anno: un confronto tra la provocante bellezza delle opere del geniale artista americano e i capolavori senza tempo di Donatello (1386-1466) e Michelangelo (1475-1564)", si legge sul sito ufficiale del'evento.
Mapperpiacere.
Nulla di personale nei confronti dell'ex "cicciolino", parafrasando il nome di battaglia dell'amata ex moglie, ma definirlo grande artista mi sembra un insulto agli illustri artisti che l'hanno preceduto sul suolo fiorentino.
E, aggiungo, mi ha riempita di gioia e soddisfazione l'autorevole parere di critici dell'arte e intellettuali quali Tomaso Montanari e Pablo Echaurren, che hanno ridimensionato notevolmente la fama e il valore di Koons, smorzando i lussuriosi animi di buona parte dei giornalisti italiani che, probabilmente, di Koons conoscono soltanto la già citata ex moglie, e le sue indubbie grazie.
Se, per ottenere una sfilza di like su Facebook o la stima e gli apprezzamenti della massa di pseudo cultori dell'arte contemporanea basta presentare al mondo una improbabile serie di dipinti porno-trash iperrealisti, degni di un assoluto e incontrastato re del kitsch venuto da oltre oceano, e spiegare le suddette opere, di dubbio gusto, con aggettivi pressoché incomprensibili e altisonanti quali "gestaltico", "transeunte", "pellicolare", scelti a casaccio sfogliando un ben fornito dizionario, allora il mio sdegno supera l'umana comprensione.
Non ci credete? Ecco come Koons ha spiegato il senso della sua opera esposta a Firenze, "Gazing Ball (Barberini Faun)", opera realizzata nel 2013 per la serie intitolata appunto "Gazing Ball", un insieme di calchi in gesso di celebri sculture del periodo greco-romano cui l’artista ha aggiunto, in posizione di precario equilibrio, una sfera di colore azzurro brillante e dalla superficie specchiante: “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”.
Mapperpiacere (e due).
Ma, evidentemente, fingere di apprezzare simili obbrobri fa figo, fa subito "esperto d'arte dalle aperte vedute", amante della bellezza e dell'eros che queste opere sprigionano (ma siamo sicuri non sia soltanto esilarante pacchianaggine?).
Se siete ancora scettici su ciò che vi sto dicendo, vi basterà dare un'occhiata, anche superficiale, alle fotografie dell'arlecchinesca (per non dir di peggio) parata che ha accolto Koons al suo arrivo a Firenze con, tanto per citare un esempio, majorette in parrucca blu nel Salone dei Cinquecento (eresia!!!); per usare le parole di Echaurren, un esempio perfetto della "sudditanza dei media e delle amministrazioni e dell'autocompiacimento dell'esibizione del valore inteso come prezzo", ovvero del piegarsi dell'arte al volere di mercato.
Il pubblico degli acquirenti è formato da capre (benedetto Sgarbi) che anelano a mettersi in casa un'opera che raffigura Koons e Cicciolina in piena baldoria?
E allora questo occorre fornirgli, con tanto di firma del grande artista, spacciando porcherie per immense manifestazioni artistiche.
Ma sapete cosa vi dico? Ce lo meritiamo, eccome.
Se una volta i committenti erano Lorenzo Il Magnifico e illuminati principi di corte, mentre oggi, tuttalpiù, sono magnati tanto pieni di soldi quanto di cattivo gusto, è giusto così.
E allora è qui che possiamo finalmente dare una ragion d'essere al nostro amico Koons, perfettamente inserito in questa grottesca giostra che è, sempre più spesso, il mondo dell'arte contemporanea, una bestia da palcoscenico, un perfetto esempio di cosa produce la società dei consumi, del degenero della cultura Pop, del mondo come grande operazione commerciale, orchestrata da pochi e seguita con zelante ignoranza dai molti.
Ma dove, mi domando io?! Dopo aver letto le lodi sperticate allo sbarco, nella nostra splendida Firenze, di Jeff Koons, sono rimasta alquanto allibita, non lo nego, e l'orticaria si è impossessata di me.
"Jeff Koons In Florence è l’evento più atteso dell’anno: un confronto tra la provocante bellezza delle opere del geniale artista americano e i capolavori senza tempo di Donatello (1386-1466) e Michelangelo (1475-1564)", si legge sul sito ufficiale del'evento.
Mapperpiacere.
Nulla di personale nei confronti dell'ex "cicciolino", parafrasando il nome di battaglia dell'amata ex moglie, ma definirlo grande artista mi sembra un insulto agli illustri artisti che l'hanno preceduto sul suolo fiorentino.
E, aggiungo, mi ha riempita di gioia e soddisfazione l'autorevole parere di critici dell'arte e intellettuali quali Tomaso Montanari e Pablo Echaurren, che hanno ridimensionato notevolmente la fama e il valore di Koons, smorzando i lussuriosi animi di buona parte dei giornalisti italiani che, probabilmente, di Koons conoscono soltanto la già citata ex moglie, e le sue indubbie grazie.
Se, per ottenere una sfilza di like su Facebook o la stima e gli apprezzamenti della massa di pseudo cultori dell'arte contemporanea basta presentare al mondo una improbabile serie di dipinti porno-trash iperrealisti, degni di un assoluto e incontrastato re del kitsch venuto da oltre oceano, e spiegare le suddette opere, di dubbio gusto, con aggettivi pressoché incomprensibili e altisonanti quali "gestaltico", "transeunte", "pellicolare", scelti a casaccio sfogliando un ben fornito dizionario, allora il mio sdegno supera l'umana comprensione.
Non ci credete? Ecco come Koons ha spiegato il senso della sua opera esposta a Firenze, "Gazing Ball (Barberini Faun)", opera realizzata nel 2013 per la serie intitolata appunto "Gazing Ball", un insieme di calchi in gesso di celebri sculture del periodo greco-romano cui l’artista ha aggiunto, in posizione di precario equilibrio, una sfera di colore azzurro brillante e dalla superficie specchiante: “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”.
Mapperpiacere (e due).
Ma, evidentemente, fingere di apprezzare simili obbrobri fa figo, fa subito "esperto d'arte dalle aperte vedute", amante della bellezza e dell'eros che queste opere sprigionano (ma siamo sicuri non sia soltanto esilarante pacchianaggine?).
Se siete ancora scettici su ciò che vi sto dicendo, vi basterà dare un'occhiata, anche superficiale, alle fotografie dell'arlecchinesca (per non dir di peggio) parata che ha accolto Koons al suo arrivo a Firenze con, tanto per citare un esempio, majorette in parrucca blu nel Salone dei Cinquecento (eresia!!!); per usare le parole di Echaurren, un esempio perfetto della "sudditanza dei media e delle amministrazioni e dell'autocompiacimento dell'esibizione del valore inteso come prezzo", ovvero del piegarsi dell'arte al volere di mercato.
Il pubblico degli acquirenti è formato da capre (benedetto Sgarbi) che anelano a mettersi in casa un'opera che raffigura Koons e Cicciolina in piena baldoria?
E allora questo occorre fornirgli, con tanto di firma del grande artista, spacciando porcherie per immense manifestazioni artistiche.
Ma sapete cosa vi dico? Ce lo meritiamo, eccome.
Se una volta i committenti erano Lorenzo Il Magnifico e illuminati principi di corte, mentre oggi, tuttalpiù, sono magnati tanto pieni di soldi quanto di cattivo gusto, è giusto così.
E allora è qui che possiamo finalmente dare una ragion d'essere al nostro amico Koons, perfettamente inserito in questa grottesca giostra che è, sempre più spesso, il mondo dell'arte contemporanea, una bestia da palcoscenico, un perfetto esempio di cosa produce la società dei consumi, del degenero della cultura Pop, del mondo come grande operazione commerciale, orchestrata da pochi e seguita con zelante ignoranza dai molti.
mercoledì 7 ottobre 2015
#arte: Francesco Casorati, Invenzioni di segno e immagine
Se avete occasione di recarvi in Alessandria, prossimamente, allora non potete proprio perdervi una capatina presso il suggestivo Palazzo Cuttica, in via Parma 1, nel cuore del centro storico alessandrino, sede di un'interessante mostra dedicata a Francesco Casorati, figlio del celeberrimo Felice, intitolata "Invenzioni di segno e immagine" (aperta fino al 31 gennaio 2016, sabato/domenica/lunedì dalle ore 15.30 alle ore 19.30).
Una mostra proposta dal Gabinetto delle Stampe Antiche e Moderne del Museo Civico di Alessandria, incentrata su un periodo storico preciso, quello che va dal 1952 al 1963, un decennio particolarmente intenso per la produzione dell'artista torinese.
All'interno dell'esposizione troverete una ricca produzione calcografica, tre dipinti su tela e quindici litografie, tre partizioni ben integrate tra loro curate da Paola Gastaldi, una dimostrazione della continuità e, allo stesso tempo tempo, della varietà espressiva di Casorati.
Un forte sperimentazione grafica, visibile anche nelle due rarissime gipsografie (incisioni su lastre in gesso con stampa in piano), "Leggenda" (1952) e "Paesaggio animato" (1958), insieme alle rispettive matrici.
Tra i temi prediletti, Battaglie, Barconi, Officine, Teatrini, e l'onirica "Caccia alla Luna", scene fantastiche di un immaginario affascinante, un aspetto ludico che si carica di suggestione, un universo dal tratto deciso, alternato a tocchi di leggerezza unica, per un artista che, come da lui stesso dichiarato in più di un'occasione, si è sempre ispirato ai quadri di Paul Klee, grande (re)inventore di immagini archetipiche e mitiche.
Delle architetture che, specialmente nell'opera "Costruzione fantastica" (1953), mi hanno ricordato le vertiginose geometrie di Escher, una sovrapposizione di piani assolutamente arbitraria e originale mentre, in opere quali la già citata "Caccia alla Luna" (1960), "Paesaggio animato" (1962), "Fiume" (1962) e addirittura "Natura morta su cassettone" (1962), si scorgono suggestioni quasi metafisiche, dove il tema ricorrente della Luna che si specchia sull'acqua, o su un paesaggio naturale ma dagli accenti inverosimili, fa da filo conduttore ad una narrazione di forte impatto emotivo.
Insomma, un piccolo gioiello che val la pena di visitare, e mi raccomando, non perdetevi anche una visita all'interno del Museo Civico stesso, che contiene numerose testimonianze del passaggio napoleonico sul suolo alessandrino e del periodo risorgimentale, ma anche reperti di età romana provenienti dall'antica Derthona (oggi Tortona), con una selezione di epoca paleocristiana in ottimo stato di conservazione.
giovedì 20 agosto 2015
#arte: Andar per mostre... stagione 2015/2016
Quest'anno l'attenzione sul nostro Paese è stata totalmente catalizzata dall'evento per eccellenza, l'Expo Milano 2015, un'occasione che, pur tra polemiche e cattive gestioni, non potevamo proprio lasciarci sfuggire.
Tuttavia, il nostro amato Bel Paese ha molto altro da offrirci, in questi ultimi mesi del 2015 e soprattutto l'anno che verrà, per il quale abbiamo già a disposizione gustose anticipazioni che gli appassionati di arte e cultura, ma anche soltanto i curiosi della domenica, non potranno davvero perdere.
Ovviamente sto parlando del calendario di mostre 2015/2016 per i prossimi mesi, con appuntamenti da segnare immediatamente in agenda.
E allora che aspettate, carta e penna (o smartphone e tablet, se siete più tecnologici di me) alla mano, ecco una lista di mostre e allestimenti ai quali non potrete proprio mancare:
Tuttavia, il nostro amato Bel Paese ha molto altro da offrirci, in questi ultimi mesi del 2015 e soprattutto l'anno che verrà, per il quale abbiamo già a disposizione gustose anticipazioni che gli appassionati di arte e cultura, ma anche soltanto i curiosi della domenica, non potranno davvero perdere.
Ovviamente sto parlando del calendario di mostre 2015/2016 per i prossimi mesi, con appuntamenti da segnare immediatamente in agenda.
E allora che aspettate, carta e penna (o smartphone e tablet, se siete più tecnologici di me) alla mano, ecco una lista di mostre e allestimenti ai quali non potrete proprio mancare:
- VENEZIA: dal 5 maggio 2015 al 31 ottobre 2015 MY EAST IS YOUR WEST, mostra-evento collaterale della 56° BIENNALE INTERNAZIONALE D’ARTE DI VENEZIA che riunisce per la prima volta alla Biennale due nazioni storicamente in conflitto come India e Pakistan, esponendo opere di artisti provenienti da entrambi i paesi, in particolare Shilpa Gupta (Mumbai) e Rashid Rana (Lahore). Palazzo Benzon, San Marco 3917, Venezia.
- VENEZIA: sino al 20 ottobre 2015 MARIO MERZ. CITTA’ IRREALE, installazioni sul tema dello spazio in relazione all'opera dell'artista. Grandi gallerie dell’Accademia, (Campo della carità 1.050), per info www.gallerieaccademia.org.
- VENEZIA: dal 23 aprile 2015 al 16 novembre 2015, nell'ambito della rassegna Guggenheim nel mondo, JACKSON POLLOCK MURALE. ENERGIA RESA VISIBILE, un’esposizione itinerante dedicata al monumentale Murale (1943, University of Iowa Museum of Art, Iowa City) di Pollock. Collezione Peggy Guggenheim.
- ROMA: fino al 4 ottobre 2015, ai Musei Capitolini, potrete visitare la mostra L'ETà DELL'ANGOSCIA. DA COMMODO A DIOCLEZIANO, dal fascino antico e suggestivo.
- FERRARA: dal 14 novembre 2015 al 28 febbraio 2015 è in arrivo la spettacolare mostra DE CHIRICO A FERRARA, presso il Palazzo dei Diamanti, una selezione delle opere più celebri e rappresentative del massimo esponente della Metafisica, a cura di Paolo Baldacci e Gerd Roos, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalla Staatsgalerie Stuttgart.
- MONZA fino al 6 settembre 2015, presso la Villa Reale, si terrà la mostra ITALIA, FASCINO E MITO, DAL CINQUECENTO AL CONTEMPORANEO, un'esposizione di opere di artisti del calibro di Lucas Cranach, Rubens, Antoon Van Dyck, Claude Lorrain, Gerrit Van Honthorst, Valentin de Boulogne, Gaspar Van Wittel, Angelika Kauffmann, Anton Raphael Mengs, Joshua Reynolds e Jean-Léon Gérome.
- MILANO: dal 2 settembre 2015 fino al 10 gennaio 2016 sarà visitabile la mostra GIOTTO: L'ITALIA, presso Palazzo Reale, dalle opere giovanili a veri e propri capolavori come il Polittico Stefaneschi
- MILANO: fino al 31 ottobre 2015 è aperta la mostra LA MENTE DI LEONARDO. DISEGNI DI LEONARDO DAL CODICE ATLANTICO, presso la Pinacoteca Ambrosiana e la Sagrestia del Bramante nel convento di Santa Maria delle Grazie, per info www.leonardo-ambrosiana.it.
- MILANO: fino al 13 settembre 2015, presso la Pinacoteca di Brera, potrete ammirare IL BACIO DI FRANCESCO HAYEZ. IL BEL PAESE TRA UNITà, GIOVENTù E AMORE, una mostra multimediale che, partendo da una delle opere più famose del nostro Risorgimento, ci renderà partecipi di un vero e proprio affresco storico corale.
- MILANO: dal 6 ottobre 2015 al 10 gennaio 2016, presso la Pinacoteca di Brera, al via la mostra PERUGINO E RAFFAELLO, LO SPOSALIZIO DELLA VERGINE. DIALOGO TRA MAESTRO E ALLIEVO, Per la prima volta in Italia, dal Museo di Caen, potremo ammirare lo Sposalizio della Vergine di Pietro Vanucci detto il Perugino, realizzato tra il 1499 e il 1504 per il Duomo di Perugia.
- MILANO: fino al 20 settembre 2015 la mostra BRERA SEGRETA. I CAPOLAVORI DEI DEPOSITI DELLA PINACOTECA DI BRERA ESPOSTI IN PALAZZO CUSANI, la mostra che ospita capolavori di artisti tra cui Bellini, Mantegna, Piero della Francesca, Caravaggio e Raffaello; per info comunicazione.brera@beniculturali.it www.brera.beniculturali.it
- MILANO: ancora pochissimo tempo (fino al 23 agosto!) per andare all'Hangar Bicocca e godersi JUAN MUNOZ DOUBLE BIND & AROUND, a cura di Vicente Todolí, la prima personale in Italia dedicata a Juan Muñoz, artista scomparso nel 2001, uno dei protagonisti della scultura contemporanea degli ultimi due decenni del Novecento.
- TORINO: fino all'8 novembre 2015 è in corso 4 MUSEI UNA SOLA MOSTRA. LA COLLEZIONE DELLE COLLEZIONI, a cura di Francesco Bonami, la mostra che si svolge presso il Castello di Rivoli e la Gam, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Fondazione Merz, una mostra importante che prende spunto da un fatto storico, la sconfitta di Napoleone a Waterloo e l'inizio della storia dell’Europa moderna; tra le opere, installazioni di Mario Merz, di Soffiantino, Airò, Boetti,Cattelan, Calzolari e molti altri.
- GENOVA: dal 25 settembre 2015 al 16 aprile 2016 imperdibile la mostra DAGLI IMPRESSIONISTI A PICASSO, presso Palazzo Ducale, una selezione di cinquantadue opere appartenenti ai più grandi pittori del ‘900, tra cui Edgar Degas, Vincent Van Gogh, Paul Cézanne, Henri Matisse, Amedeo Modigliani e molti altri.
Infine, una piccola chicca, per chi di voi avesse la possibilità di concedersi un viaggetto all'estero: presso il Museo Van Gogh di Amsterdam, dal 25 settembre 2015 al 17 gennaio 2016, in occasione dei 125 anni dalla scomparsa di Vincent van Gogh, si terrà l'interessantissima mostra MUNCH: VAN GOGH: L'URLO APPRODA IN OLANDA, DUE ARTISTI A CONFRONTO, Presso la nuova, spettacolare ala espositiva del rinnovato museo.
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