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venerdì 14 ottobre 2016

#libri: Keep calm e impara a capire l'arte, Alessandra Redaelli





Oggi non voglio proporvi una recensione, ma un vero e proprio consiglio per gli acquisti: sto parlando del libro "Keep calm e impara a capire l'arte", della storica dell'arte Alessandra Redaelli, un libro che, a vederlo, non gli daresti una cicca: troppo pop, dal titolo troppo commerciale, troppo... giallo, per i miei gusti.

E invece sorpresa: abbiamo magicamente tra le mani un volume completo ed esaustivo su quella che è l'arte contemporanea, quella dei giorni nostri, quella che, troppo spesso, ci appare assurda, troppo distante dall'umana comprensione, difficile da capire e, soprattutto, da amare.





"Keep Calm e impara a capire l’arte" (Newton Compton, euro 9,90), traccia una serie di profili ben definiti di artisti contemporanei, accompagnandoci per mano alla scoperta delle loro opere più significative; un libro leggero, di piacevolissima lettura ma estremamente efficace, in grado di analizzare puntualmente i concetti base dell’opera degli artisti, partendo dalle domande che tutti noi ci porremmo davanti ai loro lavori.

I protagonisti vengono raccontati per quello che sono, e l'autrice ci permette di capire a fondo quali sono le motivazioni che li hanno spinti a dipingere quadri completamente bianchi o blu, a inscatolare i propri escrementi o a farsi filmare durante i propri momenti più intimi.
   Diviso in quattordici capitoli che trattano i temi dell’identità, della morte, del cibo, del denaro e del sesso, questo libro ci invita a essere curiosi e ad approfondire i temi che caratterizzano tutta l’arte contemporanea; d'altronde, il suggerimento iniziale arriva al lettore forte e chiaro: occorre “abbandonarsi al piacere”, lasciarsi guidare dal proprio istinto, dimenticare il pregiudizio, e il gioco è fatto.

Un libro che ha tanto da insegnare ai profani della materia, ma decisamente godibile anche per chi, di arte contemporanea, ne mastica parecchia.

mercoledì 12 ottobre 2016

#mostre: Ai Weiwei. Libero! sbarca a Firenze

Durante il mio ultimo viaggio a Firenze ho avuto modo di vedere una mostra davvero interessante: infatti dal 23 settembre 2016 al 22 gennaio 2017, a Palazzo Strozzi, è possibile visitare la prima grande mostra italiana dedicata a uno dei più importanti e controversi artisti contemporanei: Ai Weiwei.

Artista dissidente e personalità provocatoria, Ai Weiwei ha invaso Palazzo Strozzi con opere storiche e nuove produzioni che coinvolgono tutto lo spazio circostante: la facciata, il cortile, il Piano Nobile e la Strozzina, uno spazio espositivo in grado di immergere il visitatore all'interno di un perfetto esempio del rapporto tra tradizione e modernità, tipico della produzione artistica dell'eclettico artista.


La mostra propone un percorso suggestivo ed eterogeneo tra installazioni monumentali, sculture e oggetti simbolo della sua carriera, video e serie fotografiche dal forte impatto politico e simbolico, permettendo una totale immersione nel mondo artistico e nella biografia personale di Ai Weiwei. 
   Impossibile restare indifferenti. 
 
Le opere esposte spaziano dal periodo newyorkese, tra gli anni Ottanta e Novanta, in cui l'autore scopre l’arte dei suoi “maestri” Andy Warhol e Marcel Duchamp, per arrivare alle grandi opere iconiche del nuovo millennio, fatte di assemblaggi di materiali e oggetti come biciclette e sgabelli, fino alle opere politiche e controverse che hanno segnato gli ultimi tempi della sua produzione artistica, come i ritratti dei più grandi dissidenti politici della storia, realizzati in mattoncini LEGO, o i recenti progetti sulle migrazioni nel Mediterraneo.


Per quanto riguarda la sua carriera, nel corso degli ultimi venti anni Ai Weiwei si è imposto sulla scena internazionale come il più famoso artista cinese vivente, sicuramente una delle più influenti personalità del nostro tempo, mescolando perfettamente attivismo politico e ricerca artistica al punto da diventare un vero e proprio simbolo della lotta per la libertà di espressione. 
 
Nel complesso, una mostra che va assolutamente vista, ma soprattutto, capita, in grado di sintetizzare perfettamente il rapporto ambivalente dell'artista con il proprio Paese, perennemente diviso tra un profondo senso d’appartenenza, che emerge dall’utilizzo di materiali e tecniche tradizionali, e un altrettanto forte senso di ribellione talmente forte e violento da manipolare oggetti, immagini e metafore della cultura cinese, segnato indelebilmente dalle contraddizioni tra individuo e collettività nel mondo contemporaneo.

giovedì 26 novembre 2015

#arte: Il fumetto in epoca Pop, una forma d'arte contemporanea.

Oggi vi voglio parlare di un fenomeno mondiale che segnò un'epoca, un testo che avevo scritto ai tempi dell'Università per un corso di Grafica Contemporanea, e che ho rispolverato proprio in questi giorni perché considero ancora fortemente attuale.
   Questo viaggio inizia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, specialmente negli Stati Uniti, dove si assiste allo sviluppo di numerose tendenze artistiche alternative, che si distaccano marcatamente dalle forme espressive tradizionali.
   Prende campo la Pop Art, una corrente artistica della seconda metà del XX secolo che prende il nome dalla parola inglese “popular art”, ovvero arte popolare, non da intendersi come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie, ed è una delle più importanti correnti artistiche del dopoguerra.
   L'altro grande fenomeno di massa è il fumetto, che proprio in questi anni viene elevato a vera e propria forma d'arte.


Per quanto riguarda la Pop Art, questo movimento discende direttamente dal graffiante cinismo del Dadaismo e della Nuova Oggettività, ma anche dalla semplicità equilibrata e dalla sintesi cromatica del Suprematismo russo di Malevic.
   La nascita della Pop Art avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’50, con le prime ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns, ma la sua esplosione avviene soprattutto nel decennio degli anni ’60, conoscendo una prima diffusione e consacrazione con la Biennale di Venezia del 1964.
   I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono tutti artisti americani: Andy Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein. 
   Una corrente apparentemente passeggera ed effimera, ma che in realtà, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, ha avuto nuova vita, con un secondo movimento che va sotto il nome di NeoPop, frantumandosi però in numerosi sottogruppi con diversi rimandi culturali: dal graffitismo urbano al mondo dell’undergound, dall’uso di materiali diversi come plastiche, resine ecc… al mondo dei fumetti giapponesi, dalla urban art al web design, fino a mescolarsi con riferimenti “alti”, letterari o concettuali.
   Tra gli artisti più noti: Jeff Koons, Takashi Murakami, ma anche Gary Baseman, Jenny Holzer o, in Europa, Sigmar Polke, Katharina Fritsch, Gary Hume, Tim Noble.

Caratteristica interessante della Pop Art è che si serviva di oggetti presenti nella vita quotidiana trasformandoli in opere d’arte: la rappresentazione degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che si pone sul mercato (dell'arte) completamente calato nella logica mercantile.
   La sfrontata mercificazione dell'uomo moderno, l'ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo eletto a sistema di vita, il fumetto quale unico, residuo veicolo di comunicazione scritta, sono i fenomeni dai quali gli artisti pop attingono le loro motivazioni.
   In altre parole, la Pop Art attinge i propri soggetti dall'universo del quotidiano – in specie della società americana – e fonda la propria comprensibilità sul fatto che quei soggetti sono per tutti assolutamente noti e riconoscibili: poiché la massa non ha volto, l'arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone. In un mondo dominato dal consumo, la Pop Art respinge l'espressione dell'interiorità e dell'istintività e guarda, invece, al mondo esterno, al complesso di stimoli visivi che circondano l'uomo contemporaneo: il cosiddetto "folclore urbano”, che porta con sé dalle bandiere americane di Jasper Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di Rosenquist.
   Gli artisti di questo movimento hanno svolto un ruolo rivoluzionario, introducendo nella loro produzione l’uso di strumenti e mezzi non tradizionali della pittura come il collage, la fotografia, il cinema, il video e la musica, dalla quale gli stessi Beatles per alcune canzoni hanno trovato ispirazione.


La Pop Art infatti usa il medesimo linguaggio della pubblicità e risulta dunque perfettamente omogenea alla società dei consumi che l'ha prodotta.
   L'artista, di conseguenza, non trova più spazio per alcuna esperienza soggettiva e ciò lo configura quale puro manipolatore di immagini, oggetti e simboli già fabbricati a scopo industriale, pubblicitario o economico.
   Questi oggetti, riprodotti attraverso la scultura e la pittura, sono completamente personalizzati. Nelle mani di un artista pop le immagini della strada si trasformano nelle immagini "ben fatte" dell'arte colta.
   I temi raffigurati sono estremamente vari: prodotti di largo consumo, oggetti di uso comune, personaggi del cinema e della televisione, immagini dei cartelloni pubblicitari, insegne, foto di giornali, riviste.
   L'artista sa di operare all'interno di un contesto sociale, non più caratterizzato dalla netta contrapposizione tra avanguardia e conservazione, ma nell'ambito di una situazione più complessa e intricata in cui coesistono diversi livelli culturali. Porsi al di fuori di questo contesto non è possibile, né avrebbe senso, o avrebbe il senso di una nuova evasione, di un rinchiudersi nuovamente in una ristretta posizione aristocratica: l'artista pop lo sa e accetta di operare dentro il sistema abbandonando la pretesa di una redenzione totale e accettando di lavorare mediante interventi circoscritti dentro situazioni particolari e ben determinate.
   Il denominatore comune a tutti questi artisti è una stessa fondamentale esigenza di realismo, di prendere coscienza della nuova condizione antropologica determinata dallo sviluppo industriale e dai mezzi di comunicazione di massa.
   Ma si tratta di un realismo consapevole della convenzionalità del linguaggio artistico, del filtro che i nuovi strumenti tecnici di rappresentazione pongono tra noi e i dati della realtà.
 
Volendo indicare un precedente storico della pop art, è possibile risalire fino al realismo di Courbet, che si era già dato il compito di rappresentare la vita moderna. Nel catalogo della sua mostra all'Esposizione universale del 1855 l'artista aveva infatti esplicitamente dichiarato: ‟Sapere per potere, questa fu la mia idea. Essere in grado di tradurre i costumi, le idee, l'aspetto della mia epoca, secondo la mia valutazione, essere non solo un pittore, ma un uomo; in una parola, fare dell'arte viva, questo è il mio scopo".                                                                                                          

Anche il Futurismo può essere identificato come un possibile precedente storico della ricognizione urbana condotta dalla Pop Art.
   Infatti il Futurismo è stato un movimento programmaticamente pro-urbano che ha celebrato la città e la folla amplificando l'iconografia della vita moderna proposta dagli impressionisti e dai postimpressionisti.
   Il primo manifesto marinettiano contiene ‟il resoconto di un incidente automobilistico, riportato come un'esilarante esperienza". Occorre aggiungere che i futuristi non si rivolgono alla scena urbana soltanto come a un repertorio tematico, di ordine contenutistico, ma si rifanno soprattutto alle mutate condizioni ambientali per cogliere nuovi procedimenti di formazione dell'arte introducendo le nozioni di coinvolgimento e di simultaneità.


Come già indicato, grande elemento di riferimento della Pop Art fu proprio il fumetto.
   Questo genere di lettura era già diffuso dagli anni ‘40 ma riusciva ad attrarre a sé solo un pubblico di ragazzini: infatti proprio a questi ultimi si riferivano le grandi case editrici fumettistiche, escludendo completamente l’idea di diffondere i fumetti tra un pubblico molto più vasto.
   Grazie all’artista Roy Lichtenstein, che negli anni ‘50-60 ha riprodotto in grande scala vignette tratte da giornali come Dick Tracy e anche da personaggi dei cartoni animati, trasformando le vignette in veri e proprio quadri, questo genere si è diffuso anche tra il pubblico adulto.
   L'artista ha aperto la strada a una nuova considerazione del fumetto da parte della cultura e, in particolare, del mondo dell'arte: con l'artista newyorkese il linguaggio fumettistico, con le sue figure e le parole stereotipate, viene ad assumere un ruolo privilegiato.
   Negli stessi anni Andy Warhol realizzava quadri con immagini di comics e, successivamente, molti altri artisti hanno utilizzato nelle loro opere elementi tratti da questo universo iconico.
   Spesso si è cercato di “sbarazzarsi” di Lichtenstein come di “quello che ingrandisce i fumetti”; adolescente durante la “Golden Era” dei comics, nella maturità l'artista non torna ai racconti a fumetti per un irrazionale richiamo sentimentale, ma in realtà esplora le “moderne mitologie volgari di pathos adolescenziale e di distruzione dell'uomo adulto, con un lessico visivo che ha la potenza dell'espressionismo astratto”.
   In fumetti come “Drowning Girl” o “Ok hot shot”, entrambi del 1963, oppure in “Hopeless” e in “Eddie Diptych”, dello stesso anno, l'artista americano lucidamente condensa l'anonimo e industrializzato repertorio delle immagini prodotte per la comunicazione di massa.                            

Roy Lichtenstein realizzò una sua personale visione dell’America, grazie a una particolare tecnica che si avvaleva del linguaggio puntinato, un metodo usato per realizzare i fumetti, che veniva ottenuto grazie alla sovrapposizione di una retina metallica sopra alla tela.
   Lichtenstein utilizzò questa tecnica non solo per esplorare un altro metodo espressivo ma anche per criticare la tecnica pittorica dell’astrattismo e per trovare una nuova forma artistica che coniugasse arte e cultura popolare.
   Il fumetto non era considerato un’opera d’arte ma era invece visto più come una popolare forma alternativa di comunicare in modo sintetico un racconto.
   Naturalmente le cose in seguito cambiarono e il fumetto divenne anche un’opera d’arte e sicuramente un mezzo espressivo che poteva contenere canoni artistici.
   Fu comunque Lichtenstein ad utilizzarlo per la prima volta in questo senso, benché le sue opere non possano essere paragonate al fumetto.
   Infatti, osservando con attenzione i suoi quadri, si distanziano in modo sostanziale dalla vignetta o dalla tavola del fumetto. Innanzi tutto i suoi disegni sembrano non suscitare alcun sentimento o stato d’animo, a guardarli sembrano distaccati, come se riuscissero a rarefare uno stato d’animo all’infinito, senza bisogno di avere un’immagine successiva, ma raccontando la loro storia dentro all’immagine che rappresentano. In questo sono senso quadri totalizzanti, che contengono una storia dall’inizio alla fine.
   Anche nell'opera di Roy Lichtenstein l'universo quotidiano è sottoposto a un procedimento sorretto da una fortissima intenzione formalizzante.
   L'artista si rivolge ai mezzi di comunicazione di massa e in particolare alle ‛storie' dei fumetti e, più in generale, ai prodotti dell'industria culturale, ma crea uno stacco marcato tra il messaggio di questi prodotti e le immagini che vengono rese, invece, con una definizione asciutta, ironicamente aristocratica della forma.
   Si comprende perciò come un quadro di Lichtenstein, che si presenta in superficie come una mera riproduzione dei comics, finisca in realtà con il riassumere in sé, nel suo contesto circoscritto, una vera e propria ‛storia' delle correnti visive contemporanee. Di qui il largo impiego della ‛citazione' (le riprese testuali da Cézanne, Mondrian, Léger e altri, ma, per quanto riguarda più specificamente il segno, anche da Seurat e da Gauguin, da Van de Velde e dall'Art Nouveau).





Per quanto riguarda l'ambito prettamente fumettistico, un disegnatore che introdusse la Pop Art mescolata al Surrealismo e atmosfere psichedeliche fu Jim Steranko.

   Questi ebbe la grande idea di inserire immagini in collage nelle sue vignette e colori molto accesi e surrealistici che si ispiravano all’arte di Warhol, creando atmosfere uniche e affascinanti; si possono vedere queste tavole negli albi del personaggio della Marvel Nick Fury (anni ‘70-80).
   Molti critici definirono il suo stile come “Zap Art”, cioè un'arte di strada, metropolitana, vicina alla Street Art. 
   Steranko si ispirò ai romanzi di Ian Fleming sull’agente 007, ma in seguito furono i registi dei film sulla spia britannica che vennero influenzati dalle vicende di Nick Fury. 
   

Steranko assorbì e adattò il suo stile alle tecniche di Jack Kirby, uno dei più celebri ed influenti autori di fumetti della storia, che ha collaborato per molti anni per la casa fumettistica Marvel.  

Prolifico e con uno stile riconoscibile a prima vista, divenne il modello per generazioni di autori, grazie all’uso di fotomontaggi (in particolare per gli sfondi cittadini) e il frequente ricorso ai disegni a piena pagina privi di vignette, che occupavano uno, due o addirittura quattro fogli.
   Un fumettista che utilizzò queste tecniche fu Will Eisner,considerato il padre dell’“arte sequenziale” perché reinventò completamente la struttura delle vignette, dei dialoghi e del movimento dei personaggi con i racconti del suo personaggio “The Spirit”.
 
Un altro fumettista che ha sfruttato lo stile della Pop Art è sicuramente Frank Miller, creatore e disegnatore dell’affascinante serie di fumetti “Sin City”, pubblicata dalla “Dark Hours”.
   In questi cartoon non ci sono figure in bianco e nero, ma una vera e proprio lotta tra la luce e le ombre in cui non è presente alcun tipo di sfumatura e dove il bianco è quasi abbagliante e il nero è color pece.



martedì 17 novembre 2015

#arte: "De Chirico e Nunziante. Oltre le apparenze", quando l'arte si mescola ad una realtà trascendentale

Oggi vi racconto la mia esperienza presso una delle mostre più interessanti della stagione, che si è appena conclusa a Bra, presso il sontuoso Palazzo Mathis, situato in una piazza affascinante e suggestiva di questa bella cittadina piemontese: sto parlando di "De Chirico e Nunziante. Oltre le apparenze", 50 opere che evidenziano il legame e la continuità tra le poetiche di due grandi artisti, l'uno ideatore della corrente artistica della Metafisica, l'altro suo continuatore e maggiore esponente contemporaneo.
   Due artisti che propongono interpretazioni differenti, accomunate dalla creatività e dalla voglia di raccontare la realtà circostante attraverso una concezione onirica e profondamente evocativa.



Nelle opere di Antonio Nunziante si ripetono, con grandissima inventiva, i principi estetici e i cardini concettuali della pittura di Giorgio De Chirico, tra scenari che valicano l’apparenza fisica e tangibile della realtà, mondi solitari abitati da oggetti enigmatici, dove la presenza umana non viene contemplata, ma sostituita da inquietanti figure, manichini senza volto o busti di sapore classico.
   Sia nelle opere di De Chirico che in quelle di Nunziante la costruzione prospettica è destabilizzante per l'osservatore, il tempo appare congelato e le ombre sono insolite, non corrispondenti agli elementi presenti nei quadri, e si avvicinano a quelle prodotte dalla luce di riflettori teatrali, gli oggetti sono decontestualizzati, i richiami si succedono senza fine.


Ma da che cosa trae origine tutto questo? Sicuramente dal fatto che la Metafisica nasce in un periodo storico pieno d'incertezze quale fu quello della Prima Guerra Mondiale, quando le persone comuni, coloro che detenevano il potere, coloro che si ribellarono e coloro che acconsentirono senza opposizioni, ma soprattutto coloro che cercarono di dare espressione alle loro emozioni ed ideologie tramite l'arte, ebbero reazioni e manifestazioni contrastanti.
   Una versione profonda e unica dell'uomo che si prepara a combattere, o a subire, la guerra, totalmente spersonalizzato, che mi ricorda tanto il nostro presente, specialmente alla luce delle spaventose immagini di una Parigi devastata nel suo intimo, immagini crude e spaventose che rimbalzano sui canali televisivi senza sosta.
   Una tipologia di arte a tratti pessimistica, le cui influenze si possono individuare nella filosofia storica di Nietzsche e nella solennità della mitologia greca, trasposta in una dimensione angosciosa e ambigua.


Un esempio tangibile di questi concetti, che ho potuto osservare personalmente alla mostra di Bra, sta proprio nelle opere facenti parte della serie delle "Piazze d'Italia", caratterizzate da un'architettura classica che non permette di comprendere né il luogo né il momento in cui ci si trova, e che spesso si mescola ad elementi di modernità come le fabbriche, di cui si scorgono le ciminiere, in un continuo richiamo tra passato e presente.
   Tra le caratteristiche che più colpiscono, i molteplici punti di fuga incongruenti tra loro, le campiture di colore piatte, uniformi, prive di sfumature e chiaroscuri, le figure assolutamente statiche, immobili, fuori dal tempo e dallo spazio.
   Analogo discorso vale per le nature morte, dove ai consueti soggetti si aggiungono elementi della classicità greca, come maschere o parti di statue. L'angoscia aleggia in ogni opera.


La differenza tra i due artisti sta principalmente qui: De Chirico ci mostra tutta il malessere che deriva dall'entrata in guerra, una percezione perlopiù fortemente negativa, Nunziante ci propone immagini liberamente interpretabili, spiazzanti, nelle quali l'osservatore può riconoscere le proprie ansie, ambizioni, paure, sogni, pensieri, in uno spazio del tutto soggettivo, ma non necessariamente negativo, anzi.
   Immagini oggettivamente belle, dal tratto grafico pulito e preciso all'inverosimile, dove il colore viene modellato morbidamente nei suoi toni più accesi, lontani dalle scelte cromatiche di De Chirico, immagini che ci dimostrano che anche la bellezza, nella sua esternazione più sontuosa e originale, può dare adito a reazioni contrastanti ma sempre fortemente empatiche e suggestive.

venerdì 13 novembre 2015

#arte: il MUDEC di Milano, un viaggio alla scoperta dell' "altro"

Concludo oggi il ciclo di articoli dedicati al MUDEC, il Museo delle Culture di Milano, del quale vi avevo già parlato in occasione delle mostre su Barbie, la bambola più iconica al mondo, e sul grande artista Paul Gauguin.
   Oggi vi voglio raccontare qualcosa sul Museo in sé, un progetto che ha preso vita quando il Comune di Milano, nel 1990, ha acquistato la zona ex industriale dell'Ansaldo per destinarla poi ad attività culturali. Infatti le fabbriche, ormai dismesse, sono state trasformate in laboratori, studi e nuovi spazi creativi.
   La gestione, come si legge sullo stesso sito del MUDEC, prevede una formula di partnership tra pubblico e privato che vede insieme il Comune di Milano e 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore.


Visitando questo interessante e suggestivo Museo, avrete la possibilità di conoscere a fondo il patrimonio etno-antropologico della città di Milano, composto da oltre 7 mila opere d'arte, oggetti d'uso comune appartenenti ad antiche civiltà, tessuti e strumenti musicali provenienti da tutti i continenti, mostre internazionali e iniziative a cura delle comunità internazionali presenti sul territorio milanese.

Impressionante anche la stessa struttura del MUDEC: un edificio futuristico, caratterizzato da corpi dalle forme squadrate rivestiti di zinco e da una struttura in cristallo, che colpisce l'immaginazione del visitatore anche grazie alla sua hall centrale dalla forma totalmente libera, con una corte interna dalla sagoma a fiore, una piazza coperta concepita come punto d'incontro ideale fra le varie culture.


Per quanto riguarda la collezione etnografica, la cui formazione risale all'Ottocento, è il frutto di oltre duecento anni di donazioni di missionari, esploratori, studiosi e collezionisti milanesi.
   Le più antiche sono i lasciti a diversi enti pubblici del luogo, come ad esempio il Museo Patrio Archeologico di Brera, il Museo Artistico Municipale e il Museo di Storia Naturale, mentre le più recenti sono giunte in loco con la realizzazione del MUDEC.
   Il patrimonio delle Civiche Raccolte di Asia, Africa, America e Oceania è il cuore pulsante del Museo delle Culture, è formato da oltre 7 mila oggetti che coprono un arco cronologico che va dal 1000 a.C. fino al Novecento. 




INFO E PRENOTAZIONI: 

  • Infoline e prevendita: tel. 02 54917, sito www.ticket.it/mudec
  • Orari: lunedì 14.30-19.30/ mar-mer-ven-dom 9.30-19.30/ giovedì e sabato 9.30-22.30 (il servizio di biglietteria chiude un'ora prima delle chiusura del Museo)
  • Bistrot: tutti i giorni 7.00-19.30/ giovedì e sabato 7.00-22.30/ tel. 02 84293706/ email: bistrot@mudec.it
  • Ristorante: tutti i giorni 12.00-14.30/ 19.30-23.30/ tel. 02 84293701/ email: restaurant@mudec.it
  • Design Store: lunedì 14.30-19.30/ mar-mer-ven-dom 9.30-19.30/ giovedì e sabato 9.30-22.30/ tel. 02 84293707/ email: designstore@mudec.it
  • Parcheggio a pagamento: aperto h24

Inoltre, fino al 21/02/2016 è possibile visitare la mostra "A beautiful confluence. Anni e Josef Albers e l'America Latina", un tripudio di tessuti, litografie, pitture, oggetti di design di questi due artisti che si conobbero in Germania, presso la famosa scuola d'arte del Bauhaus, poi obbligati all'esilio negli Stati Uniti dal Terzo Reich.
   Attratti dal fascino del Messico, dei tesori Mauìya e Inca, approfondirono la conoscenza di quelle antiche culture, dove "l'arte era ovunque", come asserivano loro stessi.
   Da qui nacque una meravigliosa collezione di antichi manufatti, che diede origine alla Josef e Anni Albers Foundation, ospitata in parte al MUDEC grazie al contributo del collezionista italiano Federico Balzarotti.


  • Infoline: 02 54917/ www.mudec.it
  • Orari: lun 14.30-19.30/ mar-mer-ven-dom 9.30-19.30/ giovedì e sabato 9.30-22.30
  • Biglietti: ingresso con biglietto della Collezione permanente 


lunedì 9 novembre 2015

#arte: Gauguin e i suoi "Racconti dal Paradiso" in mostra al MUDEC di Milano

Oltre alla mostra "Barbie The Icon", il MUDEC (Museo delle Culture) di Milano ospita, dal 28/10/2015 al 21/02/2016 un'altra mostra decisamente interessante, dedicata a Paul Gauguin e ai suoi "Racconti dal Paradiso".
   Un'esposizione composta da circa 70 opere provenienti da svariati musei sparsi per il mondo e da numerose collezioni private internazionali, una mostra che si concentra principalmente sulle suggestive immagini dei luoghi visitati dall'artista francese durante i suoi moltissimi viaggi in terre esotiche e dal fascino sensuale, e che ci permettono di riconoscere e analizzare le fonti figurative della produzione artistica di Gauguin


Una mostra che nasce per ripercorrere la sua evoluzione, sottolineando l'originalità dell'approccio al primitivismo tanto caro all'artista, un interesse per le culture "altre" che si tradusse in una costante e accurata ricerca di materiale originale da integrare nella sua produzione, una fonte di ispirazione davvero inesauribile. 
   Per quanto riguarda l'aspetto più tecnico dell'allestimento, la mostra si articola in cinque sezioni: nella prima un autoritratto di Paul Gauguin introduce il discorso sulla figura personale dell'artista, inquadrandola all'interno del contesto storico e culturale francese ed europeo di fine Ottocento.
   Arriviamo alla seconda sezione, che ripercorre il lavoro del pittore dal 1878 al 1895 circa, illustrandone la predilezione per l'arte e la cultura primitiva di luoghi lontani ed esotici come Polinesia, Indonesia, Martinica e Guadalupa

La terza sezione vede esposti alcuni tra i lavori più celebri e importanti dell'artista, realizzati durante i viaggi in Bretagna (1886-1888), Danimarca (1884-1885), a Parigi e ad Arles (1888-1889).
   Nella quarta sezione troviamo, invece, due opere particolarmente significative, "Veliero al chiaro di Luna" (1878) e "Arearea no varua Ino/ Il divertimento dello Spirito maligno" (1894), che mostrano l'evoluzione tecnica dell'arte del pittore dagli esordi agli anni della maturità artistica. 
   E concludiamo con l'ultima sezione, la quinta, che esplora l'intersezione tra mito, fantasia, sogno e realtà nelle opere dell'artista, una sezione che pone l'accento sui temi chiave della sua arte. Inoltre, viene evidenziata la costante ricerca del pittore per raggiungere una tecnica il più vicina possibile alla vita e alla natura, lontana dalle costrizioni accademiche dell'arte dell'Europa "civilizzata".

Nel complesso, una mostra che contiene opere importanti della produzione di Gauguin ma non le più celebri, e l'aspetto più caratteristico e interessante è forse quello delle tavole lignee dipinte, spesso sconosciute ma estremamente particolari, che contengono elementi paesaggistici e artistici primitivi e di forte impatto emotivo e cromatico.
   Unica nota dolente, la disposizione delle didascalie rispetto alle opere stesse: eccessivamente distanziate, che costringono il visitatore a cercare la classica "etichetta" per comprendere il titolo e la datazione dell'opera. che rimane comunque decisamente scarna e contenente informazioni insufficienti, salvo le opere presenti nell'audioguida, a pagamento


Invece interessanti le attività didattiche per le scuole: per la scuola primaria e dell'infanzia visita + laboratorio "I mondi di Gauguin" della durata di 90 minuti, al costo di 110 euro a classe + biglietto d'ingresso (2 gratuità per insegnanti) a prenotazione obbligatoria, mentre per la scuola secondaria di primo grado è disponibile la visita "Diversi da chi? Iconografia e stereotipo", anch'esso con le medesime caratteristiche del precedente. 
   Inoltre, per le scuole primaria e secondaria di secondo grado è disponibile una visita guidata alla mostra della durata di un'ora, al costo di 70 euro a classe + biglietto d'ingresso, con prenotazione e microfonaggio obbligatori. 

E ancora, le attività didattiche per i gruppi, con le stesse modalità di svolgimento di quelle per le scuole, al costo di 100 euro per gruppo (1 gratuità per capogruppo) e, per finire, le attività dedicate alle famiglie. In questo caso i bambini potranno scegliere il pacchetto visita guidata + laboratorio (da 6 a 11 anni, della durata di 90 minuti) disponibile tutte le domeniche alle ore 10.30, al costo di 14 euro a bambino (ingresso + attività, prenotazione consigliata), mentre gli adulti potranno usufruire della visita guidata della durata di un'ora, contemporaneamente a quelle per i più piccoli, al costo di 19 euro a persona, comprensivo di ingresso + attività (prenotazione consigliata anche in questo caso).    Tutte le attività sono a cura di ADMaiora Srl (www.admaiora.education).

Per info e prenotazioni: www.mudec.it - 02 54917
Per prenotazione biglietti: www.ticket.it/MUDEC

ORARI:
lun 14.30-19.30
mar-mer-ven-dom 9.30-19.30
gio e sab 9.30-22.30

Il servizio di biglietteria termina un'ora prima della chiusura.

BIGLIETTI:
  • visitatori individuali: 12 euro intero, 10 euro ridotto, 8 euro ridotto speciale
  • gruppi: 10 euro gruppi adulti, 6 euro gruppi scuole, 3 euro scuola infanzia (3-6 anni)
  • prevendita: 2 euro visitatori individuali e gruppi, 1 euro scuole
  • audioguida: 5 euro
  • visite guidate e attività didattiche: 
  • gruppi (100 euro gruppi, 120 euro gruppi in lingua, 130 euro visita + lab)
  • scuole (70 euro scuole, 90 euro scuole in lingua, 110 euro visita + lab)
  • microfonaggio (obbligatorio per adulti e per scuole secondarie di primo e di secondo grado - 30 euro gruppi con guida esterna, 15 euro scuole con guida esterna, 17 euro gruppi con guida interna, 13 euro scuole con guida interna)


venerdì 6 novembre 2015

#arte: al #MUDEC di Milano la mostra #Barbie, The Icon

Nella suggestiva cornice del MUDEC (Museo delle Culture) di Milano è visitabile, dal 28/10/2015 al 13/03/2016, la mostra "Barbie The Icon", dedicata alla mitica bambola che ha fatto innamorare generazioni e generazioni di bambine in tutto il mondo, un vero e proprio oggetto "feticcio" che dagli anni Cinquanta è giunto fino a noi, mantenendo inalterato il proprio fascino.
   Un'esposizione davvero unica, e che ho avuto il piacere di visitare con l'emozione e la gioia di una giovane donna tornata, almeno per un paio d'ore, bambina: lo stupore nel vedere, per la prima volta, Barbie di ogni sorta e in ogni abito e stile, riproduzioni fedelissime di dive del grande e piccolo schermo, piccole opere d'arte che vanno ben oltre la semplice concezione di giocattolo.
   E ancora, il divertimento e quella punta di nostalgica commozione nel gareggiare ad avere il maggior numero di accessori possibili, gadget custoditi gelosamente in vecchi bauli e nei cassetti della memoria che accomuna ciascuna di noi.


Una mostra che punta tutto sul fortissimo effetto scenografico e sull'impatto che questa iconica bambola ha avuto sull'immaginario femminile collettivo, ben costruita, che fornisce dettagli storici spesso sconosciuti ai più.
   Ad esempio, forse non tutti sanno che il vero nome di Barbie è, precisamente, Barbara Millicent Roberts, una donna di 56 anni che porta da Dio la sua età, che è riuscita ad abbattere con disinvoltura e stile da vendere qualsiasi frontiera e barriera linguistica, culturale, sociale e antropologica.
   Da qui la scelta di un contesto come il MUDEC, un luogo dove la bellezza della "diversità" e dell'eterogeneità vengono esaltate e valorizzate in toto.

La mostra, curata da Massimiliano Capella, racconta l'incredibile vita di una bambola che è riuscita a sopravvivere e resistere allo scorrere degli anni, delle epoche, ha attraversato terre lontanissime rappresentando oltre 50 diverse nazionalità, rafforzando ogni volta la sua identità di specchio dell'immagine globale.
   Per quanto riguarda la struttura della mostra, si articola in cinque sezioni, ed è preceduta da una sala introduttiva, "Who is Barbie?", dove sono esposti i sette esemplari iconici e più rappresentativi suddivisi per decadi, dal 1959 ad oggi.
   Tornando alle sezioni, la prima è "Barbie è la moda", dedicata a un aspetto fondamentale della vita di Barbie, il look e lo stile, che si è costantemente evoluto nel tempo.
   La seconda è "Barbie Family", dedicata alla famiglia e agli amici della bambola, mentre la terza è intitolata "Dolls of the World", e rende onore a uno degli aspetti più originali e moderni della storia di Barbie: la ricerca, avviata fin dal lontano 1964, di un legame tra le diverse culture, che ha portato ad una varietà multietnica intesa come valore contemporaneo imprescindibile.
   Proseguiamo la nostra visita con la quarta sezione, "Barbie Careers", una collezione di carriere internazionali che mostra la filosofia di Barbie, in grado di ispirare e incoraggiare generazioni di ragazze a sognare, scoprire ed esplorare un mondo dove tutto è possibile.
   La mostra si chiude con una sezione davvero spettacolare, "Regina, diva e celebrity, Barbie icona globale", che mostra come Barbie si sia identificata e confrontata con le più grandi eroine di tutti i tempi, dalle storiche Maria Antonietta e Cleopatra alle grandi dive del cinema come Audrey Hepburn, Marylin Monroe ed Elizabeth Taylor, da celebri cantanti come Jennifer Lopez e Cindy Lauper a personaggi di film che hanno fatto la storia del cinema, tra cui Via col vento e Titanic.


Insomma, un tuffo nel passato, nella storia di una vera e propria rivoluzione in rosa, molto più femminista di tanti altri movimenti ed eventi che si definiscono tali, un femminismo rosa shocking che, pur nella sua apparente leggerezza e, a tratti, frivolezza, ha saputo segnare profondamente ben tre generazioni.
   Perché, in fondo, "Barbie rappresenta una donna sicura di sé e indipendente, con una straordinaria capacità di divertirsi pur rimanendo glamour." (Diane Von Furstenberg), e ditemi voi se questo non è un messaggio positivo, di sicurezza, indipendenza e libertà, per le nostre future, piccole, grandi donne.

Per info:
MUDEC, Via Tortona 56, Milano (www.mudec.it)
Infoline e prevendita: 02 54917 oppure www.ticket.it/MUDEC

ORARI:
lun 14.30-19.30
mar-mer-ven-dom 9.30-19.30
gio e sab 9.30-22.30

Il servizio di biglietteria termina un'ora prima della chiusura

BIGLIETTI:

  • visitatori individuali: 10 euro intero, 8 euro ridotto, 6 euro ridotto speciale
  • gruppi: 8 euro gruppi adulti, 6 euro gruppi scuole, 3 euro scuola infanzia (3-6 anni)
  • prevendita: 2 euro visitatori individuali e gruppi, 1 euro scuole
  • visite guidate: 1h/gruppi (min 15 max 25 persone) - info e prenotazioni 02 54917


Infine, ecco un'iniziativa rivolta ai più piccoli: "La tua festa al MUDEC - Festa con Barbie" (bambini a partire dai 5 anni): un'occasione per immergersi nel mondo Barbie, al termine della visita guidata i bambini parteciperanno a un party esclusivo con speciali laboratori e merenda per tutti (per info e prenotazioni T. 333 6335566 oppure education@mudec.it).

lunedì 26 ottobre 2015

#arte: Andar per mostre, stagione 2015/2016 (seconda parte)

Quest'oggi torno a scrivervi di mostre, eventi culturali e di tutto ciò che il nostro Bel Paese ha da offrirci nei prossimi mesi, con un ricco e interessante calendario di mostre 2015/2016 stracolmo di appuntamenti da segnare immediatamente in agenda.



   E allora che aspettate, carta e penna (o smartphone e tablet, se siete più tecnologici di me) alla mano, ecco una lista di mostre e allestimenti ai quali non potrete proprio mancare:


  • ROMA, Complesso del Vittoriano - Ala Brasini: "Dal Musée d'Orsay, Impressionisti tête-a-tête", una mostra dedicata ai più grandi maestri dell'Impressionismo, da Monet a Degas, da Manet a Renoir e Cezanne, e molti altri. ORARI: lun-gio 9.30-19.30, ven-sab 9.30-22, dom 9.30-20.30
  • ROMA, Cinecittà: "Cinecittà si mostra", un omaggio a tutti coloro che hanno reso grande e hanno lavorato dietro le quinte di quel grande e perfetto ingranaggio che è Cinecittà. ORARI: lun-dom 9.30-19, martedì chiuso
  • ROMA, Chiostro del Bramante: "James Tissot", una mostra monografica sull'artista francese di nascita e britannico d'adozione. ORARI: fino al 21 febbraio, Tutti i giorni 10.00-20.00, sab-dom 10.00-21.00
  • TORINO, GAM (Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea): "Monet, dalle collezioni del Musée d'Orsay", una selezione delle opere più significative del grande maestro impressionista francese. ORARI: dal 2 ottobre al 31 gennaio, mar-dom 10-19.30, lunedì chiuso      
  • VENARIA REALE (TO): "Raffaello, il sole delle arti", nella suggestiva cornice di una delle reggie più belle del mondo una mostra che evoca l'iter personale e artistico di Raffaello Sanzio. ORARI: fino al 24 gennaio, mar-ven 9-17, sab-dom e festivi 9-19
  • MILANO, Palazzo Reale: "Da Raffaello a Schiele, capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest", in mostra opere di artisti del calibro di Raffaello, Tintoretto, Durer, Velasquez, Rubens, Goya, Murillo, Canaletto, Cezanne, Gauguin e molti altri. ORARI: fino al 7 febbraio, lun 14.30-19.30, mar-mer-ven-dom 9.30-19.30, gio-sab 9.30-22.30 
  • MILANO, MUDEC Museo delle Culture: "Barbie The Icon", una mostra dedecata alla più iconico e simbolica delle bambole. ORARI: fino al 13 marzo, lun 14.30-19.30, mar-mer-ven-dom 9.30-19.30, gio e sab 9.30-22.30
  • MILANO, GAMManzoni: "Belle Epoque, La Parigi di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi", trentacinque opere che documentano l'attività dei tre protagonisti principali della pittura italiana dell'Ottocento nella Parigi della Belle Epoque. ORARI: mar-dom 10-13 e 15-19, lunedì chiuso
  • MILANO, Palazzo della Ragione: "Edward Burtynsky, Acqua Shock", mostra fotografica di uno dei fotografi più originali e visionari del nostro tempo. ORARI: fino al 1 novembre, mar-mer-ven-dom 9.30-20.30, gio-sab 9.30-22.30, lunedì chiuso
  • MILANO, Gallerie d'Italia - Piazza Scala: "Hayez", la mostra più completa e rappresentativa sul grandissimo artista risorgimentale. ORARI: dal 6 novembre al 21 febbraio, mar-dom 9.30-19.30, gio 9.30-22.30, lunedì chiuso
  • MILANO: "Highline Galleria", un viaggio entusiasmante con un camminamento sui tetti della splendida Galleria Vittorio Emanuele II, che vi permetterà di vedere da vicino le guglie del duomo e un panorama mozzafiato. ORARI: tutti i giorni 9-23
  • BOLOGNA, Palazzo Albergati - Art Experience: "Brueghel, capolavori dell'Arte fiamminga", viaggio appassionante nell'epoca d'oro della pittura fiamminga del Seicento. ORARI: tutti i giorni 10-20
  • CATANIA, Centro Fieristico Etnafiere Bel Passo: "Days of the Dinosaur", una mostra che farà la gioia di qualsiasi bambino (e non solo), con ben 51 dinosauri, concepita come una sorta di viaggio all'interno della macchina del tempo
  • VERONA, AMO Verona: "Tamara De Lempicka". monografica dedicata a una delle artiste più amate del Novecento. ORARI: fino al 31 gennaio, lun 14.30-19.30, mar-dom 9.30-19.30


mercoledì 21 ottobre 2015

#arte: Jeff Koons ovvero, per dirla alla Primo Levi, "Se questo è un... artista"

Successore di Andy Warhol, artista di fama e talento mondiali, genio contemporaneo, rivoluzionario dei nostri tempi, attento e cinico critico della società odierna, chi più ne ha più ne metta.
   Ma dove, mi domando io?! Dopo aver letto le lodi sperticate allo sbarco, nella nostra splendida Firenze, di Jeff Koons, sono rimasta alquanto allibita, non lo nego, e l'orticaria si è impossessata di me.
"Jeff Koons In Florence è l’evento più atteso dell’anno: un confronto tra la provocante bellezza delle opere del geniale artista americano e i capolavori senza tempo di Donatello (1386-1466) e Michelangelo (1475-1564)", si legge sul sito ufficiale del'evento.
   Mapperpiacere.

Nulla di personale nei confronti dell'ex "cicciolino", parafrasando il nome di battaglia dell'amata ex moglie, ma definirlo grande artista mi sembra un insulto agli illustri artisti che l'hanno preceduto sul suolo fiorentino.
   E, aggiungo, mi ha riempita di gioia e soddisfazione l'autorevole parere di critici dell'arte e intellettuali quali Tomaso Montanari e Pablo Echaurren, che hanno ridimensionato notevolmente la fama e il valore di Koons, smorzando i lussuriosi animi di buona parte dei giornalisti italiani che, probabilmente, di Koons conoscono soltanto la già citata ex moglie, e le sue indubbie grazie.


Se, per ottenere una sfilza di like su Facebook o la stima e gli apprezzamenti della massa di pseudo cultori dell'arte contemporanea basta presentare al mondo una improbabile serie di dipinti porno-trash iperrealisti, degni di un assoluto e incontrastato re del kitsch venuto da oltre oceano, e spiegare le suddette opere, di dubbio gusto, con aggettivi pressoché incomprensibili e altisonanti quali "gestaltico", "transeunte", "pellicolare", scelti a casaccio sfogliando un ben fornito dizionario, allora il mio sdegno supera l'umana comprensione.
 
Non ci credete? Ecco come Koons ha spiegato il senso della sua opera esposta a Firenze, "Gazing Ball (Barberini Faun)", opera realizzata nel 2013 per la serie intitolata appunto "Gazing Ball",  un insieme di calchi in gesso di celebri sculture del periodo greco-romano cui l’artista ha aggiunto, in posizione di precario equilibrio, una sfera di colore azzurro brillante e dalla superficie specchiante: “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”. 
   Mapperpiacere (e due). 



Ma, evidentemente, fingere di apprezzare simili obbrobri fa figo, fa subito "esperto d'arte dalle aperte vedute", amante della bellezza e dell'eros che queste opere sprigionano (ma siamo sicuri non sia soltanto esilarante pacchianaggine?).
   Se siete ancora scettici su ciò che vi sto dicendo, vi basterà dare un'occhiata, anche superficiale, alle fotografie dell'arlecchinesca (per non dir di peggio) parata che ha accolto Koons al suo arrivo a Firenze con, tanto per citare un esempio, majorette in parrucca blu nel Salone dei Cinquecento (eresia!!!); per usare le parole di Echaurren, un esempio perfetto della "sudditanza dei media e delle amministrazioni e dell'autocompiacimento dell'esibizione del valore inteso come prezzo", ovvero del piegarsi dell'arte al volere di mercato.

Il pubblico degli acquirenti è formato da capre (benedetto Sgarbi) che anelano a mettersi in casa un'opera che raffigura Koons e Cicciolina in piena baldoria?
   E allora questo occorre fornirgli, con tanto di firma del grande artista, spacciando porcherie per immense manifestazioni artistiche.
   Ma sapete cosa vi dico? Ce lo meritiamo, eccome.
Se una volta i committenti erano Lorenzo Il Magnifico e illuminati principi di corte, mentre oggi, tuttalpiù, sono magnati tanto pieni di soldi quanto di cattivo gusto, è giusto così.

E allora è qui che possiamo finalmente dare una ragion d'essere al nostro amico Koons, perfettamente inserito in questa grottesca giostra che è, sempre più spesso, il mondo dell'arte contemporanea, una bestia da palcoscenico, un perfetto esempio di cosa produce la società dei consumi, del degenero della cultura Pop, del mondo come grande operazione commerciale, orchestrata da pochi e seguita con zelante ignoranza dai molti.

sabato 25 luglio 2015

#arte: Quando l'arte è anche... non prendersi troppo sul serio

Anche oggi "ariparliamo" di arte, ma stavolta niente De Chirico, virtuosismi del pennello o dello scalpello, opere di immane bellezza e ieratica fierezza.
No, stavolta ho deciso di condividere con voi la mia prima volta come spettatrice di una performance di arte contemporanea. Sento il bisogno di condividerla con voi, pubblico della rete, anche perché una seduta di psicanalisi mi costerebbe troppo, e si sa che la giornalista media è giovane, bella e squattrinata.

Come vi dicevo, il fattaccio è accaduto appena una settimana fa, presso il Serravalle Designer Outlet, o McArthur Glen, o come cavolo si chiama, fatto sta che io ci abito di fronte, quindi non potevo perdere l'occasione. 
In effetti io mi sono recata lì credendo di limitarmi alla visita di una mostra d'arte sul suggestivo tema de "I colori del viaggio", quindi ero alquanto rilassata e piacevolmente bendisposta. Povera illusa
Infatti, proseguendo nel tragitto insieme ad un gruppetto di altri amabili sprovveduti come la sottoscritta, mi sono imbattuta in una piccola giapponese tanto bella quanto tarantolata: lunghi capelli corvini, mimica incredibilmente teatrale, voce da mezzo soprano fracassa-bicchieri-di-cristallo.

Sì, perché prima ancora di vederla, l'ho sentita, con un acuto degno della Ricciarelli nei suoi momenti migliori, e devo dire che mi sono anche un po' spaventata, non avendo nemmeno riconosciuto la lingua arcana di questi gorgheggi che sfioravano gli ultrasuoni. 
Dopo un primo momento di sgomento collettivo, abbiamo compreso l'atroce verità: eravamo nel bel mezzo di una performance, e soprattutto io e il mio ragazzo ci eravamo messi, inavvertitamente, in prima fila. PANICO. Non potevamo scappare, ormai era troppo tardi. Così abbiamo assunto il nostro miglior sorriso stile limone spremuto, molto spontaneo, e ci siamo trasformati negli spettatori modello: paralizzati dalla paura, con questa Erinna nipponica che, ovviamente, è subito venuta a gorgheggiarmi a un centimetro dal naso, attaccando foglietti adesivi sulla fronte del tizio di fronte e coinvolgendo un po' tutti i presenti. 

Setsuko durante la performance "Bee Happy"
La tentazione era quella di fare come a scuola, ai vecchi tempi, quando la prof. di greco decideva di interrogare a sorpresa: per evitare lo sguardo di quella santa donna c'era chi guardava sotto il banco con un interesse che manco ci fosse stato il Sacro Graal, chi ravanava nello zaino alla ricerca di chissà quale varco dimensionale che potesse teletrasportarlo su Marte, chi fingeva svenimenti, collassi e attacchi epilettici di prim'ordine. Tuttavia, con uno sfoggio di maturità notevole, ci siamo trattenuti e siamo rimasti fermi ai nostri posti di combattimento. 

Comunque, sappiate che la performance è proseguita con l'artista che dipingeva, su teli bianchi, figure astratte e poesie in giapponese (cosa che mi è stata spiegata in seguito, ammetto che non ci sarei mai arrivata da sola), utilizzando le dita ma soprattutto i capelli, che non tagliava da sette anni e più. Chapeau, i miei, di capelli, arrivano ad altezza reni, per cui assoluto rispetto, non c'è che dire. 

Infine, l'Erinna in questione ha concluso la performance tornando ad essere una creatura deliziosa, pacata e sorridente, in puro stile orientale. 
Ah, l'artista ha anche un nome e una immane fama nel settore: si tratta di Setsuko, divenuta celebre in tutto il mondo per le sue "Singing Action", letteralmente azioni cantate, momenti di arte e musica dedicati, principalmente, ai temi della natura e della pace (quella a cui ho assistito io nello specifico si intitolava "Bee Happy", dedicata al mondo delle api, con un divertente gioco di parole che è anche un invito ad essere felici con se stessi). Se volete farvi un'idea di ciò che vi sto dicendo, date un'occhiata a questo link, dove troverete una performance analoga: https://www.youtube.com/watch?v=ETdi8fjtsq8



Tirando le somme di questa breve avventura, devo dire che ho provato emozioni contrastanti: avendo studiato per anni storia dell'arte, non credevo di rimanere così sgomenta e a disagio di fronte a una tale manifestazione ma, riflettendoci, lo scopo è proprio questo: non tanto la bellezza dell'atto in sé, anche se fior fior di critici vogliono convincerci del contrario, quanto lo studio della reazione di persone comuni, "normali", di fronte a un qualcosa che ti spiazza, ti affascina, ti spaventa e ti imbarazza, ma che, nonostante tutto, è in grado di suscitare un'emozione, positiva o negativa che sia, ed è questo ciò che conta. 

(... Tuttavia, se posso dare un giudizio... Michelangelo, Caravaggio, Goya & Company tutta la vita, nulla di personale, Setsuko).