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giovedì 15 ottobre 2015

#film: Il Grande Lebowski, un'icona cinematografica intramontabile


Qualche giorno fa mi sono finalmente decisa a guardare un film che avevo in lista da tempo immemore, Il Grande Lebowski, attratta dalla fama e dal successo di questa pellicola ma soprattutto del suo atipico protagonista, coinvolto in ogni genere di rocambolesche peripezie. 
   Cult dei fratelli Coen del lontano 1998, si basa essenzialmente sullo scanzonato ed estroso Jeffrey “Drugo” Lebowski, il tipico prototipo dell'antieroe, un uomo che deambula in vestaglia dismessa e mutandoni a quadri, un'icona cinematografica nonché vero e proprio idolo del cinema contemporaneo e di un’intera generazione, un hippie scazzato amante della easy life che, suo malgrado, verrà risvegliato dal suo torpore a causa di un gioco di equivoci davvero esilarante. 



Lontanamente ispirata al Grande Sonno di Chandler, è un’opera che racchiude in sé un esplosivo mix di generi diversi e grottesche situazioni, in una contaminazione che si divide tra noir, commedia e crime story, condita da una buona dose di cinismo e devastante realismo.

Jeff Bridges è assolutamente perfetto nel suo ruolo, un essere privo di qualsiasi tipo di ambizione o preoccupazione, disilluso nei confronti della miseria umana e consapevole della propria inutilità, ma ostinato a trascorrerla con rassegnazione tra uno spinello, un bicchiere di White Russian e una partita a Bowling.

Altro pilastro portante del film, un formidabile John Goodman, ossessionato dal ricordo dei “compagni morti con la faccia nel fango” in Vietnam, ex soldato instabile e autodistruttivo, e ancora il taciturno Donny (Steve Buscemi), di un'ingenuità disarmante. 
   Una vita tranquilla, insomma, ma il dolce far niente di Drugo (“The Dude” in lingua originale alludendo all’assoluta anonimia del personaggio) &Co verrà interrotto da una spirale di "violenza" (più o meno, più che altro di demenza) tra presunti falsi rapimenti, aggressioni e scambi di identità, una farsa borghese orchestrata da un ricco e costellata di incontri con grotteschi personaggi, tra cui la visionaria artista femminista interpretata da Julianne Moore, l’ispanico John Turturro in tutina rosa attillata e il magnate del mercato pornografico Jackie Treehorn.

Una realtà allucinata raccontata attraverso una visione psichedelica, priva di logica ma incredibilmente ironica e dissacrante, che ci pone di fronte ad un'amara e disincantata analisi critica della decadente società contemporanea, quell’America dove si “rispetta un regime di droghe pesanti per mantenere la mente flessibile”.




A chiudere il cerchio il bowling, uno sport che diventa metafora dell’esistenza umana che scorre come una palla in pista, senza sapere se il lancio sarà vincente o un fallimento assoluto, ma che val comunque la pena di provare. 
   Nel complesso, dialoghi coloriti e talvolta assurdi, sperimentazioni stilistiche che hanno fatto dei fratelli Coen un consolidato marchio di fabbrica, brillante sceneggiatura e una colonna sonora da paura, che va da Bob Dylan ad Elvis Costello
   Un film che o si ama o si odia, ma che comunque non lascia mai indifferenti al “modo attraverso il quale la dannata commedia umana si perpetua”.

mercoledì 14 ottobre 2015

#libri: Sopra ogni cosa - Don Andrea Gallo

"I miei vangeli sono cinque: Matteo, Marco, Luca, Giovanni e... Fabrizio. Oltre ai quattro testi "canonici", ho da sempre un quinto Vangelo, quello secondo De André. È la mia Buona Novella laica. Scandalizza i benpensanti, ma è l'eco delle parole dell'uomo di Nazareth che, ne sono certo, affascinò il mio amico Fabrizio."





“Sopra ogni cosa” è il frutto di quella che è stata definita, a ragione, “un'amicizia angelicamente anarchica”, un legame profondo che ha unito un parroco di strada, Don Andrea Gallo, a un profeta (e poeta) laico dei nostri giorni qual era Fabrizio De André, nato quando un giovane liceale dal temperamento ribelle affascinò un altrettanto ribelle insegnante di religione.

Il contesto, le vie del ghetto di Genova, i cosiddetti caruggi, un centro storico fatto di prostitute, spacciatori, tossicodipendenti, transessuali, poveri ed emarginati, ma anche di odori, colori, sensazioni e suggestioni che solo una città fatta di storia e cosmopolitismo può donare a chi è disposto ad ascoltarla.




Ad un primo sguardo, già il sottotitolo appare di per sé come una provocazione: “Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta”, una provocazione lanciata da un prete che ha fatto della strada la sua università e dell’accoglienza agli ultimi la sua missione, pestando i piedi ai benpensanti e alla frangia più statica e conformista della Chiesa stessa, pur obbedendo ai precetti cristiani, baluardo fondamentale insieme alla Costituzione.

Suddiviso in dodici capitoli, che si identificano con altrettante canzoni di De André, tra le più celebri e amate, nella sua ultima opera Don Gallo vuole rilanciare quei valori che sono stati per lui ancor più imprescindibili e intoccabili di quelli religiosi, una Buona Novella sacra e profana al contempo, un ideale condiviso alimentato da un vento libertario che non si è mai sopito.

Sermone decisamente sui generis, diario personale, sfogo e flusso di coscienza, e ancora testamento spirituale in piena regola, “Sopra ogni cosa” è tutto questo, sia dal punto di vista stilistico che semantico.
   Dalle pagine di questo volume traspare con chiarezza il fatto che Andrea Gallo non fosse uno scrittore professionista, diventa palese nello stile, mai ricercato e a tratti eccessivamente semplice e discorsivo, ma proprio per questo così puro e in grado di toccare le corde dell'anima del lettore, con passione, indignazione, compassione.

Nel complesso, un'opera che possiede quella bellezza che soltanto le cose imperfette hanno, ma d'altronde, dalla storia di un'amicizia simile, non poteva nascere nulla di diverso:
   “Caro Andrea, ti sono amico perché sei l'unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza”, così Faber soleva apostrofare Don Gallo, riassumendo il significato di un libro curato fino alla morte dal proprio autore.

"Questo articolo è apparso il 12/10/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/recensione-sopra-ogni-cosa-don-andrea-gallo.html

lunedì 12 ottobre 2015

#libri: Coming soon...

Oggi niente articoli, ma solo un piccolo assaggio di quel che sarà: ecco il mio "bottino di guerra" dopo un pomeriggio trascorso a "Portici di carta", la manifestazione che trasforma i portici delle vie centrali della splendida città di Torino in un percorso fatto soltanto di libri, vecchi e nuovi, usati o freschi di stampa, per tutti i gusti, le tasche e le età:


Ecco alcune delle letture che mi (e vi) accompagneranno  nelle prossime settimane, di cui vi proporrò recensioni e letture approfondite. 
   Stay tuned! ;)  

venerdì 9 ottobre 2015

#viaggi: Egeria, ovvero l'archetipo della donna libera

Ieri vi ho parlato di una donna straordinaria, la scrittrice e giornalista inviata di guerra Oriana Fallaci, un esempio di coraggio, forza e caparbietà che suscita in me profonda stima e ammirazione.
   Oggi voglio proseguire su questo filone femminile raccontandovi di un'altra grande donna, vissuta nel quarto secolo dopo Cristo, un tempo così remoto che, soltanto a parlarne, facciamo già fatica a immaginarlo.

Questa è la storia di Egeria, uno spunto che mi ha fornito il noto gossipparo Alfonso Signorini in un suo editoriale, uno che, sotto l'apparenza frivola e leggera, ogni tanto qualche perla la tira fuori, pescando nella sua formazione accademica.

Si tratta della prima, vera femminista della storia: una viaggiatrice in solitaria, una donna appartenente all'antica nobiltà della Galizia, conservatrice regione della Spagna, una che avrebbe potuto trascorrere la sua beata esistenza tra balli, luculliani banchetti, feste sfrenate, divertimento e abiti lussuosi, il tutto contornato da un'adorante servitù.
   Sì, ma guardiamo anche il rovescio della medaglia: la corte impone una rigida etichetta, la libertà di una donna, all'epoca, era ancor più limitata che ai giorni nostri e, nel complesso, l'indipendenza era forse una parola sconosciuta nel vocabolario femminile, anche in quello di una nobile.

Fatto sta che, un bel giorno, la nostra Egeria decise di farsi preparare un cavallo e un mulo da uno stalliere e, armata soltanto di fede, coraggio e di un'insopprimibile voglia di libertà, partì alla volta della Terra Santa.
   Sola, completamente sola, attraverso la Spagna, la Francia, l'Italia, verso Costantinopoli e,infine, nella splendida Gerusalemme.
   Una piccola, grande donna, indifesa ma evidentemente non troppo, che è riuscita a fronteggiare briganti e malintenzionati, facile preda di uomini senza scrupoli che avrebbero potuto mangiarsela in un sol boccone.

Ma lei ce l'ha fatta: ha raggiunto la sua meta, e ci ha lasciato un diario (che DEVO avere nella mia libreria personale, ormai è diventata una mission) dove racconta le sue avventure, le sue esperienze, gli usi e costumi con i quali è entrata in contatto, le popolazioni incontrate, una versione rosa (anche se non amo molto questo termine) del Milione di Marco Polo.

Ho anche visto una sua raffigurazione: occhi profondi, scuri, malinconici. Occhiaie ben marcate. Un naso lungo, capelli riuniti quasi a crocchia, un giro di collana di pietre verdi attorno al collo. Bellissima.



Egeria ha compiuto un viaggio, un percorso che è durato ben tre anni, altro che Pechino Express. Per carità, lo guardo e mi piace anche, ma viaggiare con tanto di troupe e telecamere annesse 24h non fa testo, siamo capaci tutti, Barale e Yari Carrisi compresi.



Oltre all'indubbio coraggio, Egeria possiede anche il ritmo del narratore essenziale, compie un viaggio straordinario e lo descrive con efficacia minimalista:

"Arrivammo ad un luogo dove i monti, attraverso i quali stavamo andando, si aprivano e formavano una valle immensa che si estendeva a perdita d’occhio, tutta pianeggiante e molto bella, e oltre la valle appariva la santa montagna di Dio: il Sinai".

Una donna moderna nei tempi più arcaici del Cristianesimo, proprio in quegli stessi anni in cui dottori come Gregorio di Nissa, teologo e vescovo greco, sconsigliavano i pellegrinaggi perché "ponevano a repentaglio la purità", soprattutto (avevamo dei dubbi in proposito?) delle donne.

Ma Egeria non vi ha dato ascolto: una donna che è un esempio per tutti noi, così contemporanea proprio perché ha viaggiato per il piacere di viaggiare, per il gusto della curiosità, per il bisogno della scoperta.
   Chapeau, splendida Egeria, ce ne fossero di donne come te.

giovedì 8 ottobre 2015

#libri: Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato

A volte mi guardo intorno e vedo mie coetanee con prole annessa, ragazze anche più giovani di me che, non appena vedono un bimbo piccolo, vanno letteralmente in brodo di giuggiole; io stessa vengo da una famiglia piuttosto numerosa (tre figli, al giorno d'oggi, non sono pochi).. eppure, ad oggi, io non ho mai sentito il desiderio concreto di avere figli, non avverto, al momento, questo bisogno, né ora, né nell'immediato futuro. Non so se lo avvertirò mai.

E mi sono sempre chiesta: ma la maternità è una scelta o, anche se siamo ormai nel XXI secolo, un dovere? Nel 2015, se una donna decide di non avere figli, è considerata una "diversa"? 
   Normalmente, quando si vede una coppia non giovanissima senza figli, viene subito da pensare che uno dei due partner sia sterile, e mai che possa essere una scelta di vita condivisa e, soprattutto, condivisibile. 
   Attenzione, il mio non è certo un intervento a favore della "non-maternità", niente affatto. 
Ma soltanto un dubbio che ho sempre nutrito dentro di me, come quello sulla fede (ma questa è un'altra storia). 


Giusto un paio di giorni fa ho finalmente trovato un parallelo con i miei quesiti esistenziali nell'ultimo libro che ho letto, "Lettera a un bambino mai nato", di Oriana Fallaci.
   Una figura femminile che mi ha sempre affascinata ma che, non so nemmeno io per quale motivo, non ho mai avuto modo di approfondire. 
Una donna della quale mi sono "innamorata" all'istante, una donna decisa, che non ha mai avuto timore di dire la propria, un modello femminile forte e contraddittorio al tempo stesso, fragile e intensa, come tutte noi, del resto. 
   "Lettera a un bambino mai nato" è stato scritto nel 1975, un periodo storico difficile, dove la rivoluzione sessantottina  aveva già lasciato i segni del suo passaggio, ma l'emancipazione femminile era ancora lontana (e anche oggi non siamo certo molto più avanti), e per questo assume una connotazione ancor più straordinaria, una modernità sconcertante.

"Temo che dovrai abituarti a simili cose. Nel mondo in cui ti accingi ad entrare, e malgrado i discorsi sui tempi che mutano, una donna che aspetta un figlio senza essere sposata è vista il più delle volte come una irresponsabile. Nel migliore dei casi, come una stravagante, una provocatrice. O un'eroina. Mai una mamma uguale alle altre."

A quante donne, di fronte a una gravidanza fuori dal matrimonio, da affrontare completamente sole, sarà venuto il dubbio, quel terribile dubbio, di portarla a termine o meno? A tutte, o quasi, credo, ma in poche hanno avuto il coraggio di ammetterlo, oppresse da una società che giudica, si erge a paladina di diritti esistenti soltanto sulla carta. 
   "Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel Tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio", cantava il buon Faber. Parole sante, 

Leggendo questo monologo interiore, questa sorta di flusso di coscienza senza filtri e senza tabù, ho provato una gamma di emozioni veramente infinita: la sorpresa di fronte all'annuncio di una gravidanza inaspettata, la difficoltà di prendere la decisione più importante della propria vita, l'ammirazione per il coraggio e la forza che soltanto una donna può avere, l'emozione del racconto, della sensazione di una vita che cresce in un ventre materno, narrata con assoluta semplicità e concretezza, "il patire" dei dettagli fisici e fisiologici di una gravidanza difficile, il dolore della perdita, che vena tutto il racconto, come si preannuncia già dal titolo. 
   Un bambino mai nato, morto ancor prima di nascere, tenuto ostinatamente in grembo da una donna che, a costo di affrontare il rischio della setticemia, non riesce a staccarsi da quella creatura così poco cercata ma altrettanto desiderata. 

Oriana, in questo doloroso racconto a tratti autobiografico, ci mostra come la maternità non sia un dovere ma una scelta, non ne esclude la bellezza, anzi la esalta, ma a modo suo: un modo brusco, quasi a non voler ammettere la gioia, e i momenti di debolezza. 
   Perché troppo spesso alle donne non è concesso di essere se stesse fino in fondo, per la serie "L'avete voluta l'emancipazione? E ora arrangiatevi", quindi dobbiamo diventare delle Wonder Woman del mondo reale, mostrarci dure quanto gli uomini, indipendenti, inossidabili. 
   A noi è richiesto il doppio della fatica, per legittimare la nostra presenza nel mondo del lavoro, nella vita sociale, anche nelle più piccole facezie quotidiane. 
   Ma per che cosa poi? Cosa dobbiamo dimostrare, e a chi soprattutto? 

La Fallaci ha avuto il grande merito di porre l'accento su queste tematiche ancora fortemente attuali, di sottolineare come l'idea di un mondo giusto ed equo sia ancora così lontana: "Ma è proprio il caso che tu esca dal tuo nido di pace per venire quaggiù?", chiede alla sua creatura in fieri, instillando il dubbio anche in una giovane e prematura vita, trasmettendo le sue ansie, che sono poi quelle di intere generazioni. 

Un inno al pessimismo? No, un inno alla vita, un inno alla morte, un inno all'amore, parola tanto odiata dall'autrice quanto teneramente sottintesa e cercata in maniera spasmodica per tutta la vita. 

"L'amo con passione la vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere: il regalo dei regali. Anche se si tratta d'un regalo molto complicato, molto faticoso, a volte doloroso."

Mi sono ritrovata con gli occhi lucidi alla fine di questo libro, per la veridicità di ciò che contiene, e per il modo schietto con il quale ce lo racconta. 




La mancata connotazione della protagonista principale risulta fondamentale: ci permette di identificarci con quella donna e le sue difficoltà, diventiamo tutte quella donna, metafora del mondo femminile, metafora universale. 

Qualcuno l'ha definita un'opera femminista; non saprei. Se esprimere il dramma delle donne di oggi e di ieri di fonte alla propria vita, ai rapporti con l'uomo, con il proprio corpo e la propria coscienza e volontà, allora sì, siamo tutte femministe,  
   Ma non di quelle che bruciavano i reggiseni in piazza, per carità: ma di quelle che hanno lottato, e lottano, per la propria vita e i propri diritti, osteggiate all'inverosimile e per questo ancor più forti. 

"Lettera a un bambino mai nato" è un'opera letteraria di inestimabile valore, mi disgusta chi vuole ridurla semplicemente a uno scritto pro o contro l'aborto.
   È incredibilmente semplice, eppure così rivoluzionaria, questa visione sulla gravidanza, ma soprattutto sulla nuova vita che essa porta con sé: ogni nuova creatura appartiene soltanto a se stessa, non alla madre, né al padre, né alla società che la accoglierà. 
   Il compito della madre (non il dovere, che è diverso) è quello di donare la vita ma soprattutto la libertà al proprio figlio, la madre diventa così una portatrice sana di vita, di speranza, di coraggio, di dolore e di verità, che sono poi gli elementi essenziali che costituiscono l'essere umano.

... In fondo, io non so se avrò figli, o meno: so soltanto che sarà una mia scelta, libera, consapevole, istintiva o ponderata che sia. 

mercoledì 7 ottobre 2015

#arte: Francesco Casorati, Invenzioni di segno e immagine

Se avete occasione di recarvi in Alessandria, prossimamente, allora non potete proprio perdervi una capatina presso il suggestivo Palazzo Cuttica, in via Parma 1, nel cuore del centro storico alessandrino, sede di un'interessante mostra dedicata a Francesco Casorati, figlio del celeberrimo Felice, intitolata "Invenzioni di segno e immagine" (aperta fino al 31 gennaio 2016, sabato/domenica/lunedì dalle ore 15.30 alle ore 19.30). 




Una mostra proposta dal Gabinetto delle Stampe Antiche e Moderne del Museo Civico di Alessandria, incentrata su un periodo storico preciso, quello che va dal 1952 al 1963, un decennio particolarmente intenso per la produzione dell'artista torinese. 
   All'interno dell'esposizione troverete una ricca produzione calcografica, tre dipinti su tela e quindici litografie, tre partizioni ben integrate tra loro curate da Paola Gastaldi, una dimostrazione della continuità e, allo stesso tempo tempo, della varietà espressiva di Casorati.
   Un forte sperimentazione grafica, visibile anche nelle due rarissime gipsografie (incisioni su lastre in gesso con stampa in piano), "Leggenda" (1952) e "Paesaggio animato" (1958), insieme alle rispettive matrici. 

Tra i temi prediletti, Battaglie, Barconi, Officine, Teatrini, e l'onirica "Caccia alla Luna", scene fantastiche di un immaginario affascinante, un aspetto ludico che si carica di suggestione, un universo dal tratto deciso, alternato a tocchi di leggerezza unica, per un artista che, come da lui stesso dichiarato in più di un'occasione, si è sempre ispirato ai quadri di Paul Klee, grande (re)inventore di immagini archetipiche e mitiche. 

Delle architetture che, specialmente nell'opera "Costruzione fantastica" (1953), mi hanno ricordato le vertiginose geometrie di Escher, una sovrapposizione di piani assolutamente arbitraria e originale mentre, in opere quali la già citata "Caccia alla Luna" (1960), "Paesaggio animato" (1962), "Fiume" (1962) e addirittura "Natura morta su cassettone" (1962), si scorgono suggestioni quasi metafisiche, dove il tema ricorrente della Luna che si specchia sull'acqua, o su un paesaggio naturale ma dagli accenti inverosimili, fa da filo conduttore ad una narrazione di forte impatto emotivo. 




Insomma, un piccolo gioiello che val la pena di visitare, e mi raccomando, non perdetevi anche una visita all'interno del Museo Civico stesso, che contiene numerose testimonianze del passaggio napoleonico sul suolo alessandrino e del periodo risorgimentale, ma anche reperti di età romana provenienti dall'antica Derthona (oggi Tortona), con una selezione di epoca paleocristiana in ottimo stato di conservazione. 

martedì 6 ottobre 2015

#Expo: appunti di viaggio di una scettica cronica...


Ebbene sì, dopo mille indecisioni, tentennamenti, difficoltà di organizzazione e dubbi amletici, anch'io sono approdata ad Expo Milano 2015.
   Devo dire che, fin dal principio, ho nutrito qualche dubbio sul fatto di recarmici o meno, forse influenzata dalle continue polemiche e dagli scandali avvenuti durante le fasi di allestimento, che mi hanno profondamente nauseata.
   L'occasione per riemergere dalle nebbie di degrado e ignoranza che avvolgono il nostro Paese, sprecata e insozzata dalla corruzione di chi aveva come unico compito quello di mostrare al mondo la bellezza della propria terra, peraltro dietro un già lauto pagamento.


Vabbé, polemiche a parte, ho deciso comunque di affrontare l'epica impresa in compagnia di un gruppo di miei prodi: fidanzato e tre carissimi amici, tutti armati di pazienza ed entusiasmo q.b.

   Partendo da Serravalle Scrivia in auto, parcheggiando a Famagosta, cambiando due metro, per un totale di un paio d'ore circa, devo dire che, della dose di pazienza iniziale, un quarto se n'era già andato, ma ho un carattere pessimo, non fateci caso.

Arrivata al mezzanino della metro di Rho, capatina al centro accrediti stampa, dove uno scazzatissimo impiegato mi scatta una (orribile) foto a tradimento e mi prepara un tesserino delle dimensioni di una pizza quattro stagioni: comodo, quando al collo hai già sciarpa e reflex da un paio di chili, e rischi il soffocamento da un momento all'altro. Ma anche questo ci sta, non facciamoci scoraggiare.



Proseguiamo ulteriormente e arriviamo alla coda per entrare, chilometrica ma sopportabile, d'altronde la giornata deve ancora iniziare; a proposito, anche il tempo ce l'ha messa tutta per infastidire la nostra giovane combriccola di turisti d'assalto, con freddo polare per i primi di ottobre, pioggerellina e un leggero vento, molto british ma soprattutto veramente piacevole, come piacevole è stata soprattutto l'ebbrezza del rischio di farsi cavare gli occhi dai distratti vicini di ombrello.

Una volta passati ai metal detector (stranamente non ho fatto suonare nulla), si entra finalmente all'interno di Expo: da lì, il caos.
   Gente a destra, a sinistra, ovunque, e io odio i posti troppo affollati. Dopo 30 secondi mi viene già voglia di fare dietrofront e tornarmene nel mio eremo piemontese.
   Ma no, è proprio quando il gioco si fa duro che i duri iniziano a giocare.
Allora prendiamo una decisione importante, all'unisono: visto che non ce la possiamo fare a sopportare snervanti code già al mattino, appena entrati, perché non girare tutti quei padiglioni che si ergono in mezzo all'oblio collettivo, delle (piccole, e un po' sfigatine) cattedrali nel deserto?

Abbiamo così visitato tutti i cluster della sezione Bio Mediterraneo (Egitto, Libano, Grecia, Serbia, Tunisia, Montenegro, Albania, Algeria, Malta e, ditemi voi cosa c'entra, San Marino), luoghi che esercitano su di  me un fascino ancestrale, ma che mi hanno dato un'impressione di desolazione cocente: banchetti in stile fiera con tanto di venditore insistente annesso, cammello in pura plastica all'interno, pseudo sarcofagi egiziani, la fiera del kitsch.

Almeno affoghiamo la delusione nel cibo: cucina libanese, buona, per carità, peccato che io non digerisca il prezzemolo crudo, e che non ami la menta, ma la prossima volta mi documento meglio sull'arte culinaria libanese, mea culpa.
   A donarmi nuovamente il sorriso ci pensa comunque una degustazione gratuita di pasta alla norma siciliana. Dio benedica la Sicilia.

Dopo i quattro gatti in croce incontrati presso questi piccoli padiglioni, ci immergiamo nel caos dei padiglioni maggiori, e devo dire che qui i miei ricordi diventano più fumosi, nonostante siano passati soltanto 4 giorni: la confusione era tale da farmi andare completamente in tilt, code assurde, gente ferma nello stesso punto da almeno 5/6 ore, roba che mi avrebbero portato via con la camicia di forza dopo molto meno, altrettanta gente totalmente spaesata, occhi vacui, stormi di esaltati con tanto di passaporto per collezionare più timbri possibili, vecchietti da sfondamento che ti fanno entrate di cattiveria che manco Super Mario Balotelli nei suoi momenti migliori.

In questo caos primigenio, riusciamo a visitare, vantando massimo un'oretta di coda, ben 9 padiglioni, ovvero Cile, Romania, Polonia, Mauritania, Maldive, Brasile, Sultanato del Brunei (??), Nepal, Corea. Questo, in gruppo (e sicuramente avrò dimenticato qualcosa).
   Io, in solitaria grazie al mio pass da giornalista che mi ha permesso di saltare alcune code, sono riuscita ad entrare anche nei padiglioni di Austria, Emirati Arabi Uniti e Azerbaigian.

La mia impressione generale? Tutto bello e ben curato, nulla da dire, ma un generale senso di freddezza, di incessante consumismo, e la presenza troppo invadente e costante della tecnologia, in un contesto dove avrebbero dovuto abbondare, invece, le sensazioni a pelle, i profumi, i colori dei vari Paesi.
   Mi aspettavo di trovare tavole imbandite secondo gli usi di luoghi lontani e a me sconosciuti, invece ho visto perlopiù monitor con immagini di appetitose cibarie, led, pixel, marchingegni touch di ogni sorta.
   Sarò all'antica, sarò retrograda, ma a me, le cose, piace toccarle sul serio, non scorrere un ditino su uno schermo dove mi si mostra ogni ben di Dio ma, quando poi mi viene voglia di assaggiare qualcosa, mi tocca andare in un ristorantino gourmet che costa anche un occhio dalla testa.
   Non ci siamo proprio.

Stesso discorso per il padiglione Zero: interessante, bellissimo l'allestimento della parte iniziale, con i suggestivi cassettini della memoria collettiva, improbabile il resto, tutto plastici e animali finti (ma allora è una mania?!).


Dopo l'estenuante girovagare tra i padiglioni, ci siamo buttati sulla mostra curata da Vittorio Sgarbi, "Il tesoro d'Italia": un'oasi di tranquillità in mezzo allo schiamazzo generale.
   Bellissime le opere, di artisti meno conosciuti ma anche di mostri sacri della nostra meravigliosa storia dell'arte, tra cui Tiziano, Mantegna, Ligabue e moltissimi altri, pessimo l'allestimento.
  Lo dico, a costo di beccarmi una miriade di "capra, capra" urlati con schiumante violenza dal Vittorio nazionale.
   Non mi capacito di come un esperto di tale levatura abbia potuto sistemare le opere in maniera tanto sbagliata, alcune, di grandissimo pregio, in zone d'ombra pressoché assoluta, altre con faretti puntati senza pietà, con riflessi che hanno reso alcuni tra i dipinti più belli praticamente impossibili da osservare con l'attenzione che meritano.
   E il criterio? Non cronologico, né regionale, forse, come direbbero i cugini genovesi, il famoso sistema "alla belin di cane"? Sempre infallibile, non c'è che dire.

Per concludere il nostro viaggio, siamo approdati allo momento clou della giornata, il bellissimo Albero della Vita: di grande effetto, per carità, ma non avete visto i miei addobbi natalizi, che riuscirebbero ad oscurare anche l'albero di Central Park a New York. Quindi per impressionarmi ci voleva ben altro.


Tirando le somme su questa Expo, non dico di non essermi divertita, ho visto sicuramente cose belle, assaggiato cibi gustosi e inusuali, trascorso una giornata diversa dal solito, interessante, insomma ne è valsa tutto sommato la pena.
   Tuttavia mi aspettavo non di più, ma qualcosa di diverso, di più genuino: più autenticità, meno tecnologia, o perlomeno ben dosata, più amore per le cose semplici, che alla fine sono sempre le migliori.
   Non mi sono sentita davvero trasportata in nessuno dei luoghi rappresentati nei padiglioni che ho visitato, non ho avuto la sensazione di compiere un viaggio attraverso il mondo semplicemente passeggiando lungo il decumano, mi è mancata l'emozione. E se manca quella, manca tutto.