Etichette

lunedì 5 ottobre 2015

#libri: Arianna Cesana, Così vicini

Come ho già fatto più volte, oggi vi voglio parlare di una giovane scrittrice al suo esordio letterario, una ragazza che, indubbiamente, sa il fatto suo: 22 anni, brianzola, una Laurea in Lettere Moderne presso l'Università Cattolica di Milano, una Magistrale in Filologia Moderna in corso e un sogno, anzi due: diventare un'insegnante di Lettere e Latino, e proseguire nella sua carriera di scrittrice.
   Sto parlando di Arianna Cesana che, un paio di giorni fa, mi ha scritto per farmi conoscere il suo primo romanzo, "Così vicini" (Leone Editore), uscito nelle librerie di tutta Italia lo scorso 27 agosto 2015. 
"Il mio sogno è quello di poter far conoscere la mia storia al maggior
numero di persone possibili, sia perché penso che possa essere utile
(affrontando tematiche molto attuali quali la violenza sulle donne, il
bullismo…), sia perché mi piacerebbe condividere la mia esperienza
con altre persone. Dentro di me c’è una voglia incredibile di parlarne
agli altri, di esplicare come la scrittura possa aiutare nella vita di
tutti i giorni (come anche la lettura) e possa essere il miglior farmaco
contro le difficoltà della vita, nonché la miglior cassa di risonanza
delle nostre gioie."

Non potevo certo ignorare una richiesta così appassionata e sincera da parte di una "quasi coetanea"!



 
Tornando al romanzo, "Così vicini" racconta la storia di due ragazzi, Dario, che vive a Firenze, ed Emma, milanese doc. Due storie così simili, e altrettanto drammatiche: famiglie spezzate, solitudine, violenze fisiche e psicologiche subite per mano dei coetanei.
   Dal loro incontro nascerà un’intensa storia d’amore che permetterà ai due ragazzi di scoprire i dolorosi segreti del loro passato e di superare insieme la paura della vita.
   Una storia complessa, forte ed avvincente, che mostra senza paura l'abisso della paura e del dolore, unito a un forte messaggio di speranza e catarsi, che prima o poi arriva per tutti.

Una storia di fantasia, come ha sottolineato l'autrice, che tuttavia rispecchia appieno la situazione dolorosa di molti ragazzi degli anni Duemila, soli, immersi in una società spietata, dove l'aridità di sentimenti sta prendendo il sopravvento ogni giorno di più, dove lo smartphone è diventato un vero e proprio oggetto di culto, dove, se non vuoi omologarti alla massa, sei considerato un reietto, preda appetibile per i più forti del branco. Mors tua, vita mea, oggi più che mai.

Al momento il successo di Arianna è in continua crescita, e sta già diventando un fenomeno virale sul web, una bella storia che sicuramente incoraggerà tutti i giovani che coltivano il sogno nel cassetto della scrittura, dimostrando che, con impegno e dedizione, tutto è possibile.

Un plauso va anche a Leone Editore che, ancora una volta, si è dimostrata una delle case editrici italiane più attente alle esigenze di un pubblico giovane, aiutando gli emergenti a farsi strada nella giungla cartacea del mondo dell'editoria.

giovedì 1 ottobre 2015

#libri: Il centro Documentazione Storia Locale di Francavilla Bisio, un piccolo mondo di letteratura locale


Come appare evidente scartabellando un po' nei vecchi e nuovi post di questo blog, solitamente recensisco, parlo e vi propongo, ormai da qualche mese, libri di autori vari, più o meno noti, italiani e internazionali, senza distinzioni.

   Tuttavia oggi ho deciso di fare un'eccezione, e vi parlerò di un libretto piccino piccino, quasi un opuscolo, appena 40 pagine di un volume nato dalla mia esperienza di volontaria del Servizio Civile Nazionale, intitolato “Il Centro Documentazione Storia Locale”.
   Si tratta di una pubblicazione scritta da me medesima sotto la supervisione di Gianna Bagnasco, responsabile della Biblioteca Civica di Francavilla Bisio, un paesino del basso Piemonte al confine con la Liguria.




Un piccolo ma ricco volume che si pone come una sorta di invito alla lettura e alla scoperta di quei veri e propri tesori che anche una biblioteca di paese può custodire, dai libri che si concentrano sulla storia locale a quelli che analizzano aspetti prettamente geografici e territoriali, dall'ambito storico/artistico a quello dell'arte culinaria, dei proverbi, dello sport e delle tradizioni più antiche, per arrivare alla sezione dedicata alla letteratura locale per ragazzi, con un'ampia e originale scelta per tutte le età.
   Un piccolo vademecum per approcciarsi ad una raccolta di libri interessante e mai scontata, un'idea nata in occasione della mostra organizzata lo scorso 25 maggio 2014, "Gli autori del Piemonte", che ha avuto come obiettivo la raccolta e l'esposizione dei testi di cultura locale presenti nella suddetta biblioteca.
   Un progetto ambizioso, che ha "portato alla luce" ben 350 volumi, suddivisi in 14 categorie per le quali ho selezionato altrettanti libri, particolarmente rappresentativi:


  • Piemonte e Monferrato ("Le grandi donne del Piemonte")
  • Alessandria: l'immagine, i personaggi, i ricordi ("Il complesso monumentale di Santa Croce in Bosco Marengo")
  • Novese e dintorni: cartoline di storia ("I giornali di Novi" e "Libarna")
  • Statuti - Araldica ("L'Araldo")
  • Gavi Millenaria: i Cavalieri, il Cortese ("Gavi, un vino, un territorio")
  • Benedicta e le storie partigiane ("I 600 giorni della Guerra di Liberazione nelle Valli Borbera, Lemme, Scrivia e Spinti")
  • Tortona: la Diocesi, le immagini, i vini e i sapori ("A tavola con le nonne")
  • Lorenzo Tacchella (studioso locale, per chi non lo conoscesse; "Sulle origini dei castelli, borghi, villaggi, pievi e chiese monastiche, parrocchie, santuari, cappelle")
  • Società di Mutuo Soccorso ("Una stretta di mano. Le bandiere della solidarietà")
  • Tradizioni, dialetti, proverbi ("Proverbi piemontesi")
  • Associazione Lettere e Arti (associazione culturale di Francavilla Bisio - nda; "Umanisti in Oltregiogo: Lettere e Arti fra XVI e XIX secolo")
  • Sport locale ("Storia del gioco del tamburello")
  • Sezione Ragazzi ("Mirandolina e altre storie")
  • Volumi di e su Francavilla Bisio ("Il futuro verso cui andiamo")

Ma com'è nato questo libro, dal punto di vista tecnico? 
   Innanzitutto ho iniziato il mio lavoro dall'osservazione diretta dei libri che mi circondavano in biblioteca, leggendoli con attenzione, soppesandoli, toccandoli con mano, addirittura annusandoli, perché è così che si conoscono i libri, con un contatto umano, proprio come accade con le persone. 
   In fondo, da un topo da biblioteca per antonomasia, non potevate aspettarvi altro! :)
Dopo il lavoro di cernita ho analizzato con attenzione questi volumi, ne ho tratto le informazioni salienti e ho composto un piccolo sunto, che potesse interessare e invogliare le persone alla lettura dei volumi stessi.

Si tratta sostanzialmente di uno strumento semplice ma utile, accattivante, nato per dimostrare come, anche nella biblioteca di un piccolo paese, si possano trovare dei veri e propri tesori nascosti. 
Un'esperienza importante, che ci permette di comprendere come una biblioteca possa diventare non soltanto un luogo di mero prestito di libri, ma un punto di incontro, un luogo dove si fa e si trasmette cultura, un luogo prezioso che ogni comunità dovrebbe avere la fortuna di possedere. 

Spero di non avervi annoiati con questa mia piccola storia, o meglio avventura, ma ve l'ho raccontata per dimostrarvi che anche il più piccolo dei lavori, se fatto con passione, con impegno, con il cuore insomma, può diventare un'importante esperienza di crescita formativa e personale, un'occasione da non perdere. 

E, per concludere in bellezza, ecco il video che riassume il mio discorso in occasione della presentazione del mio piccolo volume, un modo simpatico e autoironico per mostrarvi, una volta tanto, la faccia (e l'eccessiva gestualità, mea culpa!) di chi vi scrive ormai quotidianamente:


Per chi fosse interessato, per coloro che magari abitano tra Piemonte e Liguria come me ma non solo, sappiate che "Il Centro Documentazione Storia Locale" è assolutamente gratuito, scrivetemi se interessati! :) 

mercoledì 30 settembre 2015

#film: Paolo Virzì, Il capitale umano

Viviamo in una società di merda, perdonate l'eufemismo, ma è inutile continuare a girarci attorno, più mi guardo intorno e più ne sono convinta.
   Ed evidentemente non sono l'unica, anche il regista Paolo Virzì credo la pensi come me, visto la trama e le implicazioni contenute all'interno di un film, Il capitale umano, che ci offre uno spaccato decisamente realistico di ciò che ci circonda, un'orda di fenomeni da baraccone che anelano a una ricchezza sempre più cospicua, a uno status sociale un po' più alto, ad avere l'auto più bella rispetto al vicino, o l'amante un po' più giovane.
   Per che cosa, poi? Per ritrovarsi impoveriti, attanagliati da una tale sterilità d'animo e di sentimenti dalla quale difficilmente si riesce a sfuggire.




Siamo abituati a vedere Virzì alle prese con il genere della commedia, invece stavolta ha saputo stupire il suo pubblico con un noir decisamente riuscito, che mi è capitato di vedere giusto un paio di sere fa, e che non mi ha lasciata indifferente.

Ma andiamo per ordine, parliamo un po' della trama: tutto inizia e ruota attorno a un incidente stradale, un ciclista investito da un SUV, che prosegue la sua folle corsa senza fermarsi a soccorrere la vittima. Un fatto di cronaca tristemente quotidiana, aggiungerei.
  Da qui, il film si spezza in capitoli, che si concentrano sulla vita di ciascun protagonista, pur mantenendo un forte senso di unitarietà e un'assoluta comprensione per lo spettatore, un puzzle da ricostruire pezzo dopo pezzo, dolore dopo dolore.

Per primo osserviamo la realtà sotto lo sguardo di Dino Ossola, un immobiliarista in difficoltà a causa della crisi, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio con accentuato accento lombardo, un uomo volgare, privo di acume che, approfittando della relazione della figlia Serena (Matilde Gioli) con il rampollo della ricca e potente famiglia Bernaschi, aspira a un'ascesa sociale per lui impossibile.
   Il secondo punto di vista è quello di Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), moglie ricca e insoddisfatta, ex attrice che troverà una momentanea consolazione in una romantica relazione extraconiugale.
   Il terzo punto di vista è di Serena Ossola, la figlia di Dino, la voce più autentica, l'unica che cerca l'amore vero, insieme alla matrigna, psicologa (Valeria Golino), una donna dolce e forte al tempo stesso.
   Il finale è lacerante, straziante ma non inaspettato, estremamente drammatico nella sua autenticità.

Per quanto riguarda le singole interpretazioni dei vari attori, siamo davanti a un orologio dall'ingranaggio perfettamente oliato, tutto funziona a meraviglia e si incastra senza attriti.
   Superbi gli attori già noti sul grande schermo, specialmente Bruni Tedeschi, spaventosamente espressiva nel suo patetismo, nella sua rassegnazione, nel suo mancato riscatto, mancato davvero per un soffio.
   Decisamente interessanti anche i nuovi volti, specialmente quello di Matilde Gioli, che mi ricorda una Eva Green ancora acerba, e per questo ancor più bella e affascinante.

Un film che non esiterei a definire feroce, perché ti sbatte in faccia lo squallore della realtà senza mezzi termini, la massima estremizzazione di una società dei consumi che ci sta divorando, in un Paese dove, se non sei ricco, non conti nulla, tutto si può comprare, tutto ha un prezzo.
   Anche la vittima sacrificale di questa storia, il malcapitato ciclista che abbiamo citato all'inizio, la cui vita spezzata varrà un ben misero risarcimento alla famiglia, valutato in base al cosiddetto "capitale umano", per definizione "l'insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi".




Per concludere vi lascio con una frase tratta dal film, sicuramente la più inflazionata, ma la più cruda e veritiera: “Avete scommesso sulla rovina del nostro paese e avete vinto”, dice un'amareggiata Carla al marito Giovanni, che giustamente la corregge, quasi rivolgendosi agli spettatori: “Abbiamo vinto, ci sei anche tu”.
   Nessuno è innocente, anche chi non si sporca le mani in prima persona è comunque partecipe del baratro dentro al quale stiamo precipitando, e Virzì ce lo sottolinea con raffinato candore, lasciando finalmente da parte quell'indulgenza cinematografica che ha avuto il sopravvento fino ad oggi.

martedì 29 settembre 2015

#libri: Natale Spineto, "La festa"

"Che cos'è una festa?" Questo l'interrogativo, il leit motif della serata conclusiva del Festival culturale di Oltregiogo Letteratura, che si è svolta domenica sera nella sala consiliare del comune di Grondona e ha visto protagonista il Professor Natale Spineto, Ordinario di Storia delle Religioni presso l'Università di Torino, esperto in Scienze delle religioni e tematiche quali il mito e la religione greca classica.




Per quanto riguarda il Festival dell'Oltregiogo, si tratta di una manifestazione culturale di ampio respiro, organizzata da svariati enti locali fra i quali l'Associazione culturale Lettere e Arti, che ogni anno presenta volumi di autori noti a livello internazionale, e che quest'anno ha scelto un tema accattivante, "Libri, cibo per lo spirito", con un chiaro e attuale riferimento ad Expo Milano 2015.    Ad ulteriore riprova che l'area che comprende basso Piemonte ed entroterra ligure si pone come una realtà estremamente attiva e dinamica, specialmente dal punto di vista culturale.

La serata di domenica, organizzata per presentare il nuovo volume dell'accademico, intitolato appunto “La festa” (Laterza, 2015), si è svolta come un'intervista, un dialogo a due tra la sottoscritta e il professore, un momento culturale che ha saputo coinvolgere anche il pubblico presente, un momento di grande cultura ma che ha lasciato spazio anche a risate e momenti divertenti, a riprova che anche un saggio può diventare una lettura piacevole e per nulla pesante.

Per quanto riguarda l'ultima fatica del docente arquatese, si tratta di un saggio estremamente approfondito ma altrettanto godibile, adatto ad un pubblico anche di “non addetti ai lavori”, e che contiene un'indagine sulla tematica delle feste analizzata da svariati punti di vista, antropologico, storico, religioso, civile e non solo.
   Un libro che si apre con la descrizione di un fatto di cronaca, un incidente avvenuto durante un rave party, evento atto a dimostrare che il concetto di festa è ampio, fluido, eterogeneo, al punto da comprendere due esempi agli antipodi: il già citato rave e l'incoronazione della Regina Elisabetta.

Leggendo le pagine di “La festa” comprendiamo appieno la difficoltà di operare una classificazione in questo ambito, e l'estrema varietà che comprende numerose “categorie”: feste religiose, popolari, tradizionali ma non religiose, legate a ricorrenze storiche o ad atti eroici di personaggi del passato e non solo, sagre, feste laiche, civili o prettamente commerciali.
   Fondamentale anche l'aspetto turistico, che ci mostra come spesso le feste vengano incoraggiate per favorire l'afflusso dei visitatori in determinate località.

Un altro punto importante, e particolarmente attuale alla luce della crescente immigrazione che caratterizza il nostro Paese, è il concetto di festa in correlazione agli stranieri, agli emigranti in generale: la festa, tradizionale, religiosa o civile che sia, spinge il migrante a fare ritorno al proprio Paese natìo, e assume una forte connotazione affettiva e personale. In questo osserviamo come, anche nella società 2.0, resti forte il senso di communitas, di radicamento.

Nella festa è fondamentale anche l'idea di continuità nel tempo unita, specialmente nelle feste popolari, alla dimensione locale e a quella identitaria, che fonde insieme tradizione e senso di partecipazione collettiva. 
   Un dialogo di quasi due ore, che sono volate via grazie alla notevole capacità dell'autore di interessare il pubblico senza mai annoiarlo. 
   Insomma, un mondo decisamente eterogeneo e affascinante, trattato con piglio scientifico ma che non disdegna i riferimenti alla quotidianità, al mondo della televisione, del fumetto e del mondo giovanile, passando da illustri studiosi e letterati ai Simpson e ai Peanuts di Charles Schultz.





E poi, volete mettere sentir parlare di rave party un Professore universitario di questo livello?  
   Impagabile, specialmente per chi, come me, ha finito da appena un paio d'anni l'università, e troppo spesso ha visto salire in cattedra insegnanti demotivati, ancorati al passato in maniera ostinata e testarda, senza tentare di comprendere e avvicinarsi alla realtà dei propri studenti e di un mondo in costante movimento ed evoluzione, positiva o negativa che sia.

lunedì 28 settembre 2015

#libri: Intervista a Carla Vistarini, autrice di Se ho paura prendimi per mano

David di Donatello 1995 per la miglior sceneggiatura del film Nemici d'infanzia, Premio I.D.I. (Istituto del Dramma Italiano) vinto nel 1987, sceneggiatrice televisiva (Quindici minuti con..., Stryx, Dueditutto, Io a modo mio con Gigi Proietti, solo per citarne alcuni), paroliera (Un'isola per Alice, Buonanotte Buonanotte per Mina, La nevicata del '56 per Mia Martini...), musicista, e ora anche scrittrice e romanziera.

Una carriera impressionante, quella di Carla Vistarini, romana classe 1948, una donna che, nonostante gli innumerevoli successi non si sente ancora “arrivata”, e per questo ha scelto di mettersi in gioco ancora una volta, penna alla mano, con un romanzo profondamente emotivo ed attuale, Se ho paura prendimi per mano (Corbaccio, 2015).

L'abbiamo incontrata in Alessandria, in occasione della prima edizione della Festa del Pensiero, e abbiamo parlato di attualità, letteratura, passioni condivise, in un clima gioviale e amichevole, come vecchi amici che si rincontrano dopo qualche anno.



Hai scritto alcune fra le canzoni più belle della storia della musica italiana, testi per programmi televisivi di grandissimo successo e commedie pluripremiate: cosa ti ha spinta ad affrontare la forma letteraria del romanzo?

Ho avuto una lunga carriera nel mondo dello spettacolo, fra musica, cinema, teatro e televisione, ne sono stata totalmente assorbita per buona parte della mia vita e, per lanciarmi in questa nuova avventura, ho dovuto rinunciare alla tv, il mezzo più globalizzante, per trovare il tempo di fermarmi e scrivere. 
   Ho scelto la forma del romanzo perché permette un contatto diretto con il pubblico dei lettori, nel corso delle mie esperienze c'è sempre stato un tramite, gli attori, i cantanti, non sono mai arrivata alla gente in prima persona. 
   Nella letteratura il contatto è a due, tra lo scrittore e il lettore, un rapporto intimo, e mi è servito per comprendere a fondo le mie vere capacità. In effetti, è stata una vera e propria scommessa con me stessa. 

Quali sono le differenze, dal punto di vista tecnico? 

Sicuramente la sceneggiatura si pone come uno strumento di lavoro, una sorta di vademecum per i tecnici, nata per far funzionare a dovere un programma o un film. 
   Il romanzo, invece, è un mezzo di comunicazione completo, non insegna nulla agli altri e non ha bisogno di spiegare se stesso, è la lettura che trasforma il libro grazie alla sensibilità personale e al vissuto del lettore stesso. 

E parlando del tuo, di romanzo, com'è nato? Il fatto che il protagonista sia un ex analista finanziario, caduto in miseria, è una rappresentazione “nero su bianco” della situazione economica del nostro Paese?

Sicuramente si tratta di un romanzo molto contemporaneo, urbano, che racconta storie profondamente umane, contestualizzate nella terribile crisi odierna. 
   Una storia realistica di vite difficili, sia quella dello Smilzo, il protagonista principale, che quella della bimba che lo accompagnerà nelle sue avventure/disavventure, che nonostante la tenera età ha già subito molti traumi e momenti difficili. 
   Sono entrambi soli, emarginati, ma scelgono di fondersi in un'unica identità per farsi coraggio a vicenda.

Vista la sua base realistica, c'è qualche fatto di cronaca o di attualità che ti ha ispirata particolarmente?

Nulla in particolare, ma sicuramente mi hanno molto colpita i fatti dei Parioli, che hanno riempito i telegiornali fino a qualche mese fa, e il fatto che ogni giorno decine e decine di persone, onesti cittadini contribuenti, perdono tutti i propri risparmi per averli affidati a personaggi privi di onestà e un briciolo di moralità. 
   Tutte situazioni che, senza allontanarmi troppo, tocco con mano anche sotto casa mia, dove avvengono spesso rapine a mano armata, attuate da delinquenti ma anche da persone disperate, distrutte dalla crisi. 

Il fatto di nascere come sceneggiatrice ti ha condizionata e/o aiutata nella stesura del tuo romanzo? 

Sicuramente il fatto di provenire da questo settore mi ha portata a costruire una narrazione dal ritmo veloce, avvincente, ho cercato di scrivere un libro simile alla vita, “ma con le scene noiose tagliate”, come ho ribadito in più di un'occasione durante la mia carriera. 
   Anche perché in un giallo, e di questo si tratta parlando di Se ho paura prendimi per mano, il ritmo è fondamentale. 

Il libro ci dona anche una riflessione sul senso della paternità e, più in generale, della genitorialità: cosa pensi al riguardo?

Quello fra i due protagonisti diventa, a tutti gli effetti, un rapporto di paternità, il lettore assiste alla nascita di un amore profondo, ancor più forte proprio perché ha origine dalla disperazione.    
   L'incontro è del tutto casuale, e per questo ancor più magico, il senso dell'essere padre, anche se non dal punto di vista biologico, viene esplicitato con dolcezza disarmante, e anche gli stessi personaggi ne rimangono stupefatti. 
   In questo sta la mia convinzione: genitori si nasce, quando si presenta la necessità l'istinto viene fuori. 
   L'amore è la catarsi, il riscatto del protagonista, in una società che lo ha abbandonato. 

Tu sei romana, e proprio nella Città Eterna è ambientato questo tuo romanzo d'esordio: com'è cambiata negli anni, quali metamorfosi ha subito? E soprattutto, in bene o in male?

Roma è cambiata molto, negli anni, è un coacervo di cose, caratterizzato da una presenza eccessiva della politica nella vita dei suoi cittadini, a Roma tutto è politica o Vaticano, strutture eccessivamente rigide. 
   Soprattutto coi morsi della crisi è difficile condurre una vita normale, conduciamo esistenze approssimative, c'è forte dinamismo ma anche troppa confusione. 
   Nel libro ho scelto di descrivere una Roma diversa, alternativa, nelle sue zone più recondite ma non per questo meno belle e interessanti, come ad esempio il quartiere dei Parioli, tutta la zona sotto i ponti della città, dove vive lo Smilzo, specialmente quello di Sant'Angelo, una realtà tutta da riscoprire. 
   Ciò che sconvolge del cambiamento di Roma è l'impercettibile senso di abbandono che la circonda ogni giorno un po' di più, rendendola fragile. 

Oltre ai due protagonisti, ci sono altri personaggi del tuo libro ai quali sei particolarmente affezionata?

Ce ne sono molti, ma voglio ricordare in particolar modo il prete, da sempre incerto dell'esistenza di Dio, che riesce a trasformare questa sua insicurezza in una risorsa inaspettata, il professore universitario che trascorre i suoi pomeriggi dialogando vivacemente con l'amato cane, che pare rispondergli, e ancora il poliziotto che si occupa delle indagini, sensibile e letterato, che ama Maigret. 
   Tutti personaggi splendidi nella loro umana imperfezione, che ci fanno capire che, per uscire dalla crisi, e non solo quella economica, è necessario ricoltivare le relazioni umane, fuggendo la sterilità nei rapporti interpersonali. 
   Anche il cattivo del romanzo, un ricco avvocato senza scrupoli, ha un suo perché, si tratta di un uomo consumato dalla brama di potere e dall'avidità, da un'ambizione sfrenata, metafora dei mali che affliggono la nostra società. 

Sei approdata al mestiere di scrittrice, ma in versione “lettrice” come sei? Cosa ami particolarmente? 

Sono da sempre una lettrice seriale, per questo ho scritto il mio libro pensandolo come un dono alle persone, non ha senso scrivere per se stessi. 
   Per quanto riguarda il mio sostrato culturale, ci sono autori che hanno influenzato la mia vita, come Orwell (soprattutto 1984), Borges, Sciascia, i grandi narratori della letteratura americana e francese, e sono anche riuscita nell'impresa di leggere per intero l'Ulisse di Joyce
   Amo profondamente, come potrai immaginare, anche la musica, in particolare il jazz e il blues, e il cinema, quello di Hitchcock, di Totò e Peppino, e ovviamente il grande Neorealismo italiano

Se ho paura prendimi per mano si presta molto bene ad una narrazione cinematografica, tra inseguimenti e peripezie di ogni genere: hai già pensato a un'eventuale trasposizione? 

Assolutamente sì, se il progetto andrà in porto potrete vedere lo Smilzo e la Nanetta anche sul grande schermo. 

Per concludere, parafrasando il titolo del volume: chi ha paura? 
   Il protagonista, che si ritrova di fronte alla miseria e ad una situazione che non riesce a fronteggiare, la piccola (forse la più serena, essendo la più inconsapevole) o il lettore stesso, trasportato in un racconto plausibile, in una storia che potrebbe essere tratta dalla cronaca nazionale?

Tutti hanno paura, a tutti manca qualcosa ma, alla fine del libro, capiranno che quel qualcosa che non hanno lo possono trovare nel sostegno e nell'affetto altrui. 
   Un messaggio di speranza, solidarietà, amicizia e amore, in ogni sua accezione. 



Carla Vistarini ha scelto di concludere l'intervista regalando al suo pubblico un piccolo, ma significativo aneddoto:
   Questo romanzo ha avuto da subito vita difficile, dopo averlo scritto ho contattato numerose case editrici nazionali ma non ho ricevuto alcun riscontro, né positivo né negativo. Scoraggiata, ho deciso di partecipare a un concorso letterario, “Io scrittore”, bandito da un gruppo di case editrici unite (Corbaccio, Longanesi, Guanda, Garzanti): ho caricato online il mio scritto, ho passato la prima fase di selezione e, alla fine, ho ricevuto la tanto attesa telefonata, che mi ha comunicato la vittoria. Una soddisfazione incredibile, una storia che vi racconto per dimostrarvi che non serve la fama per arrivare nella vita, ma la capacità e la voglia di mettersi in gioco, senza mai dare nulla per scontato.

"Questo articolo è apparso il 23/09/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/intervista-carla-vistarini-se-non-ho-paura-prendimi-per-mano.html

giovedì 24 settembre 2015

#libri: Duccio Demetrio, quando l'autobiografia diventa "green"

Quando un accademico, filosofo, professore di Filosofia dell'educazione e di Teorie e pratiche della narrazione decide di scrivere un'autobiografia, il rischio che si tratti di un'opera riservata a pochi eletti è dietro l'angolo.
   Ma quando l'intellettuale in questione decide di offrire ai suoi lettori una Green Autobiography, un'autobiografia verde, ecologica ed econarrativa, allora tutto cambia, e l'eclettico Duccio Demetrio, perché di lui si tratta, riesce a regalare a chi lo ascolta un'esperienza interessante e coinvolgente, legando esperienze profondamente personali al concetto di natura e alle sue molteplici forme espressive.

Da anni promotore di innumerevoli ricerche nell'ambito dello sviluppo del pensiero interiore e autoanalitico, Duccio Demetrio è anche direttore scientifico della Libera università dell'Autobiografia di Anghiari (AR), da lui fondata nel 1998 con Saverio Tutino, e dell'"Accademia del silenzio".
 
Più che un'intervista, quella con Demetrio è stata un flusso incontrollabile di riflessioni, ricordi d'infanzia, emozioni condivise ed esperienze personali e collettive, unite da un filo conduttore decisamente green, termine così in voga ma dalle mille sfaccettature.



Ecco cosa ci ha raccontato nell'ambito della prima edizione della Festa del Pensiero di Alessandria, quest'anno dedicata al tema delle “Radici del Cielo”.

Come nasce la voglia di mettersi in gioco scrivendo qualcosa di così personale come un'autobiografia?

Mi sono sempre dedicato alla produzione di testi filosofici sulla condizione umana in età adulta, ma questa volta ho voluto rapportarmi con l'esperienza del racconto di sé, facendolo in prima persona, proprio io che, negli ultimi anni, mi sono dedicato alla produzione di autobiografie altrui. 
   In questo lavoro ho mantenuto intatto il mio interesse per la cultura del silenzio, quello della natura, in contrasto con la prepotenza dei suoni della contemporaneità, che ci impediscono di pensare e riflettere. 
   Custodire memorie personali e collettive diventa un compito fondamentale per tutti noi. 
   Inoltre, la scrittura autobiografica è molto più ricca rispetto al linguaggio orale, ci permette di concedere maggior spazio alla meditazione. 
   La scrittura è uno strumento di esplorazione potentissimo, non dimentichiamolo mai. 

Perché un libro dedicato, sostanzialmente, alla natura? Qual è la sua storia?

Ho scelto di iniziare questo mio libro con una serie di frammenti e brevi racconti personali, tratti da uno dei laboratori di riflessione che tengo in giro per il Paese, momenti di condivisione nati da una semplice domanda: “Cosa ricordi dei tuoi primi anni di vita?”.
   Proprio qui ho compreso che buona parte dei nostri antichi ricordi sono legati alla natura: per questo dobbiamo tornare ad “assaggiare la terra”, a dare la giusta importanza ai “ricordi di radice”, come amo chiamarli, flashback che corrispondono a delle immagini ben precise.

E per quanto riguarda il titolo, come giustifica la scelta della lingua inglese?

Non si tratta di un allineamento alla moda odierna, ma della scelta di due parole ben precise: innanzitutto “green”, un aggettivo e un modo di dire di portata planetaria, conosciuti da tutti, sinonimo di rispetto per la natura e dell'importanza della difesa del pianeta, l'unico fattore che permette un'alleanza collettiva, fra credenti e atei, senza pregiudizi né discriminazioni. 
   L'altro termine, “autobiography”, composto da tre parole di origine greca, in realtà è stato utilizzato soltanto a partire dalla fine del Settecento, un'epoca non casuale, quella del passaggio tra Illuminismo e Romanticismo, una parola energica, a metà tra risveglio della scienza e scoperta della soggettività e dell'individualità. 

In questa sua opera ha introdotto l'idea di “ecologia narrativa”, di che cosa si tratta?

Ho voluto attribuire a questa locuzione una legittimazione culturale, una ragion d’essere, attingendo al mondo dell’ecologismo e dell’ambientalismo nella sua peculiarità semantica, che deriva da saperi riconducibili alle tradizioni umanistiche della poesia, della letteratura, dell’arte e dell’estetica. 
   La natura ci guida nel racconto di noi stessi, interagisce con noi e ci condiziona, anche dal punto di vista prettamente narrativo. 

Visto che si tratta di un'autobiografia, ci racconta qualche aneddoto legata alla sua vita, magari alla sua infanzia?

Ho moltissimi ricordi della mia prima infanzia, in primis il mio sogno più grande di bambino curioso e legato alla natura, quello di diventare un ornitologo, mestiere che all'epoca si colorava di magica suggestione. 
   Poi ricordo i pomeriggi passati con mio zio a pescare sull'imponente fiume Po, l'orto di mio nonno, la bellezza dei campi coltivati e della natura in ogni sua forma, questo “vivente non umano” così forte e potente, che ha pari diritti e pari importanza rispetto all'essere umano, e che ci comunica un messaggio che noi dobbiamo cogliere con intento divulgativo e pedagogico. 
   Tutti abbiamo origini “green”, una passione innata che nasce dall'osservazione della natura nella sua piena bellezza, e le siamo legati indissolubilmente nel suo continuo ciclo di vita e morte. 

Un concetto ricorrente, oltre al legame uomo/natura, è quello della religiosità del mistero: come dobbiamo interpretarlo?

Nel libro mi approccio a questo concetto raccontando, neanche a dirlo, una mia esperienza del passato: quando avevo tre anni circa mio padre, per placare la mia continua sete di conoscenza, mi disse di osservare il cambiamento di una manciata di semi di lenticchia all'interno di un po' di bambagia: l'attesa durata alcuni giorni e, infine, la nascita dei primi germogli, assunsero all'epoca un'aura di magia, di rispetto religioso e sacro, al punto che credetti esistesse un dio delle lenticchie, e non soltanto di quelle, una sorta di politeismo infantile. 
   Tutto questo per sottolineare l'importanza di provare esperienze che non dipendono dall'uomo, ma da una grande energia vitale e naturale, la natura come fonte di stupore e meraviglia continue, l'importanza della trascendenza, dell'immanenza, del rapporto tra vita e materialità. 
   C'è una profonda religiosità in tutto questo, legata al concetto di cura e custodia di ciò che ci circonda e ci condiziona nella nostra esistenza. 

Green Autobiography alterna parti scorrevoli e discorsive ad altre più tecniche e affini alla forma del saggio e della divulgazione scientifica, com'è riuscito a renderla appetibile anche al lettore “non addetto ai lavori”?

In effetti è così, nel mio libro sono presenti anche aspetti di carattere più tecnico, legati alla tradizione della letteratura green, una letteratura di carattere mondiale sviluppata soprattutto negli Stati Uniti e nei Paesi anglofoni, che si sofferma su aspetti della vita naturale di flora e fauna, e nasce dal desiderio di scrivere e poetare su tutto ciò che è legato alla natura. 
   Di certo non una novità, se pensiamo ad autori della storia della nostra letteratura quali Pascoli, Leopardi e, andando ancor più a ritroso nel tempo, Virgilio
   Purtroppo nel mondo scolastico questi riferimenti vengono spesso trascurati, ma è necessario trasmettere anche ai più giovani l'amore per la filosofia e la cultura della natura e della terra, assistiamo troppo spesso alla dilagante carenza di proposte, pensiero e sensibilità umana. 

L'incontro si conclude con un invito, rivolto a tutti i presenti: non abbiate timore né vergogna di raccontare i vostri ricordi “green”, e fatelo con i vostri bambini, che rischiano di crescere in un mondo plastificato, inodore, estremamente arido.

"Questo articolo è apparso il 22/09/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/intervista-duccio-demetrio-festa-del-pensiero-alessandria-green-autobiography.html

mercoledì 23 settembre 2015

#EventiCulturali: LG Argomenti compie 50 anni, una due giorni di eventi per festeggiare: ecco il programma


Oggi voglio parlarvi di un'iniziativa decisamente interessante che si terrà nella Superba, la splendida città di Genova, un momento di cultura, informazione e divertimento assolutamente da non perdere.
   Infatti, i prossimi 25 e 26 settembre, presso gli spazi della Biblioteca Internazionale per Ragazzi Edmondo De Amicis, si terranno i festeggiamenti in onore dei 50 anni della rivista di letteratura giovanile LG Argomenti.
   E quale modo migliore di celebrare questa importante ricorrenza se non con una ricca serie di incontri, dibattiti, workshop e laboratori dedicati alla letteratura e all’editoria per l’infanzia in relazione agli sviluppi digitali, un focus sulle nuove tecnologie a scuola rivolto a un pubblico di insegnanti, bibliotecari, educatori, ragazzi e non solo.

Per quanto riguarda il programma, prendete subito carta e penna: si parte venerdì pomeriggio, alle ore 16.30, con "La letteratura per l’infanzia oggi. Tecniche di resistenza alla crisi e sviluppi digitali", incontro moderato dalla giornalista Barbara Sgarzi, con la partecipazione di Francesco
Langella (LG Argomenti), Anselmo Roveda (Andersen), Elisa Salamini (Mamamò), Maria Cecilia Averame (Quintadicopertina).
   A seguire, alle ore 18, ci sarà l'incontro "Il digitale non fa male. Tecnologie a scuola a supporto della didattica": durante l'evento esempi di utilizzo di didattica digitale nella scuola secondaria inferiore e superiore verranno mostrati da Daniela Pietrapiana (Scuola Don Milani Genova), Chiara Cipolla (Scuola Don Milani di Genova) e Nicoletta Frameschi, insegnante di Scuola Primaria. Coordina l'incontro Raffaele Mastrolonardo. 

Si prosegue sabato mattina con due laboratori dedicati agli alunni della scuola primaria e secondaria
inferiore. Il primo, Scribbling Machines, tenuto dalla Scuola di Robotica di Genova, vedrà la
costruzione di piccoli robot mobili utilizzando materiali di recupero e componenti elettrici semplici. Il secondo, organizzato da Quintadicopertina, guiderà i ragazzi nell'elaborazione di una storia
attraverso le "31 funzioni di Propp... e il digitale".

Sabato pomeriggio, infine, si terrà la prima edizione genovese del Digital Readers Camp, esperienza
realizzata grazie alla disponibilità della Biblioteca per Ragazzi di Rozzano.
   Un momento d'incontro e confronto fra sviluppatori, editori, bibliotecari, insegnanti, genitori e curiosi che desiderano approfondire i libri e le letture per ragazzi ai tempi del web 2.0.
   Saranno presenti Martina Russo (Andersen), Caterina Ramonda (Biblioragazzi), Enrico Alletto (Genova Digitale), Elisa Salamini (Mamamò) e la Scuola di Robotica.

La partecipazione agli incontri è libera, ma è consigliabile effettuare la preregistrazione tramite il sito dell'evento per assicurarsi un posto "in prima fila".
   I laboratori per bambini, fra gli otto e i tredici anni, sono a numero chiuso (12 bambini per sessione, due sessioni per ogni laboratorio).
Per maggiori informazioni vi rimando al sito http://www.lgargomenti.it/lg50-cinquantanni-di-letteratura-giovanile/




   
E mi raccomando, non mancate!