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mercoledì 9 settembre 2015

#viaggi: Vacanze... toscane!

Il blog, ma soprattutto la sottoscritta, se ne vanno in vacanza per qualche giorno, un po' di agognato e meritato riposo.
   Infatti, da giovedì a domenica, trascorrerò un lungo weekend in Toscana, facendo tappa a Siena, Volterra e San Gimignano, con qualche piacevole deviazione ancora da aggiungere all'itinerario e, se possibile, anche una capatina nelle città di Lucca; luoghi dal fascino magico e suggestivo, che vi saprò raccontare approfonditamente al mio ritorno.


Tra cultura, bellezze artistiche e paesaggistiche, ma anche una cucina davvero imbattibile (elemento fondamentale in qualsiasi mia vacanza, perché oltre all'occhio, anche la pancia vuole la sua parte), avrò il mio bel daffare, per questo ci risentiamo/rileggiamo al mio ritorno.
 
Nel frattempo, cercate di sopravvivere, mi raccomando ;) 

martedì 8 settembre 2015

... Storia di individualità, capelli corvini e perle di saggezza ...

Oggi ho deciso di parlarvi un po' di me, d'altronde, se leggete questo blog, saltuariamente dovrete anche sorbirvi qualcosa su colei che vi racconta di libri, film e viaggi vari.
   Vi parlo di me ma credo di potermi eleggere a portavoce universale del genere femminile, di quel genere femminile che si è fortemente stufato di sentirsi dire, ad ogni cambio di look, "Un nuovo taglio/colore di capelli, ti sarai mica fatta l'amante?" oppure, al povero malcapitato fidanzato, "Attenzione eh, che quando le donne cambiano modo di vestire/trucco/colore di capelli è brutto segno!".



Ma basta!!! Possibile che, nel 2015, siamo ancora così attaccati a questi stupidi stereotipi, che vogliono che una donna scelga di apportare un cambiamento nella propria vita, per piccolo che sia, solamente in funziona di qualcun altro, nello specifico un uomo?
   Io ho deciso di tingere i miei capelli (biondi, al naturale) di nero, un esperimento casalingo piuttosto riuscito che tuttavia non credo rifarò (lo stacco di colore un po' mi ha shockato, lo ammetto), ma che comunque mi andava di fare, e per me stessa soltanto.

Fino a qualche anno fa mai mi sarei azzardata a lanciarmi su un cambiamento fisico così importante, il massimo che potevo concedermi erano un po' di colpi di sole di un tono di biondo più chiaro, il top della trasgressione tricologica.
   Ma oggi, a 26 anni suonati, sono passata dal biondo al ramato, dal ramato al rosso fuoco, dal rosso fuoco al mogano, e dal mogano al nero (e non mi sono ancora crollati i capelli, il che mi sembra già più che positivo).
   Perché l'ho fatto? Non per accalappiare un nuovo esemplare di maschio Alpha (ne ho già uno di moroso, basta e avanza!), né per fare la femme fatale, ma soltanto perché, negli anni, ho acquisito una sicurezza in me stessa che fino a un po' di tempo fa non avrei nemmeno immaginato.

Questo non perché abbia compiuto imprese epiche, salvato il mondo o portato la pace su questo maldestro pianeta, ma semplicemente perché, guardandomi indietro, mi sono resa conto di non esser mai venuta meno ai miei principi e ai miei ideali, costruendomi una vita semplice ma che mi rende felice, circondata da affetti concreti, da persone importanti, quelle "poche ma buone" che ciascuno di noi dovrebbe avere, con una miriade di piccoli lavori che mi danno comunque tanta soddisfazione - anche se a volte butterei tutto all'aria, ma credo sia normale.

Ogni giorno sento donne umiliarsi, idolatrare uomini che le trattano con sufficienza, diventare il satellite che orbita intorno a gente che non vale una cicca, il tutto perché da sole credono di non farcela ad andare avanti, a trovare il proprio posto nel mondo.
   Date retta a una stupida: ce la facciamo tutte, con la consapevolezza dei nostri limiti e dei nostri punti di forza, prima o poi il momento in cui smettiamo di preoccuparci di cosa pensano e dicono gli altri, e impariamo a cercare solo la nostra felicità e quella di chi, accanto a noi, la merita davvero, arriva per tutte noi.

Può sembrare una cosa frivola, ma anche un nuovo colore di capelli può aumentare questa consapevolezza, il fatto di prendersi cura di sé, di affermarsi con una decisione azzardata, di fare quello che, fino a qualche giorno prima, consideravamo una follia.

Alda Merini diceva:

"La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri... E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri. Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto."

Non esiste più sacrosanta verità, perché soltanto liberando la testa e il cuore dai limiti e dai paletti imposti dalla società, dall'abitudine e dal pregiudizio possiamo essere veramente noi stessi.
   Vi sembrerà assurdo tirare fuori una riflessione sull'identità femminile da un semplice cambio di colore dei capelli, ma non è così, perché le rivoluzioni, quelle piccole, interiori, quelle che passano sotto silenzio e non fanno la storia, ma rivoluzionano la quotidianità individuale, si compiono anche grazie a minuscoli, liberatori traguardi.


lunedì 7 settembre 2015

#libri: S. La nave di Teseo - Doug Dorst | J.J. Abrams

S. La nave di Teseo di V.M. Straka (Rizzoli Lizard, 2014), un antico volume dalla copertina nera, pagine ingiallite dal tempo, fitte note a margine scritte a mano con grafie frettolose, cartoline, fogli pieni di appunti e scarabocchi, vecchie fotografie che fanno capolino e intrigano anche il lettore più scettico.
   Un raro cimelio pescato da chissà quale affascinante e suggestiva biblioteca?
No, una vera e propria trovata letteraria (e soprattutto commerciale) uscita nelle librerie di tutto il mondo proprio quest'anno, quella di Doug Dorst e J.J. Abrams: scrittore il primo, regista di successo e personaggio poliedrico il secondo, colui che ha rivoluzionato il mondo delle serie tv, con le sei seguitissime stagioni di Lost, e del cinema, con la partecipazione a cult cinematografici del calibro di Star Trek e Star Wars.



Si tratta indubbiamente di un romanzo “anomalo”, una sorta di scatola magica piena di trucchi e giochi di prestigio, che offre al lettore una storia composta da un insieme di infinite possibilità, sorprese e colpi di scena.
   Quello che potrebbe essere una bella novità narrativa nel panorama letterario internazionale degli ultimi tempi, viste le premesse più che promettenti, tuttavia si trasforma, fin dalle prime pagine, in un intrico di parole difficile da districare, dove la confusione regna sovrana.
   Infatti, oltre alla storia narrata dal romanzo del fantomatico scrittore V.M. Straka, autore di pura invenzione letteraria, il lettore deve anche sapersi muovere tra i commenti a lato pagina dei due giovani protagonisti, Jen ed Eric, rispettivamente una studentessa universitaria e un ricercatore cacciato dalla sua facoltà, che uniscono le proprie forze e conoscenze per svelare il segreto che sta dietro a questo particolare manoscritto.

L'idea della storia nella storia è sicuramente vincente, la tecnica della metanarrazione sa appassionare il lettore, coinvolgerlo e metterlo alla prova attraverso i diversi piani temporali, stilistici e narrativi, ma in questo caso non viene affatto sviluppata a dovere.
   Gli autori non riescono a legare in maniera armoniosa le due parti, che faticano ad amalgamarsi con la dimensione totale della storia: il racconto contenuto nel libro “La nave di Teseo” procede con estrema lentezza, perde il filo, scarseggia di colpi di scena, al contrario gli appunti a lato offrono lo spaccato di due vite diverse ma legate da uno stesso obiettivo comune, una parentesi intrigante, anche se troppo vicina alla dimensione sentimentale del genere rosa.



La lettura è tutt'altro che semplice, a conferma di ciò gli innumerevoli articoli comparsi sul web, ma anche su noti periodici come Vanity Fair, contenenti delle vere e proprie istruzioni per l'uso per approcciarsi a questo volume.
   C'è chi legge le due storie parallele in maniera unitaria e chi decide di scinderle, ma la difficoltà resta, tra domande insolubili, verità nascoste e mai spiegate, nemmeno nel finale, lasciato volutamente aperto.

Molto rumore per nulla, insomma, a ulteriore riprova che giudicare un libro soltanto dalla copertina può essere decisamente rischioso e far prendere dei veri e propri “abbagli letterari”.

"Questo articolo è apparso il 05/09/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/s-la-nave-di-teseo-doug-dorst-jj-abrams.html

venerdì 4 settembre 2015

... Letture che fanno bene all'anima...



... C'è chi è toccato dalla fede e chi si limita a toccare la virtù della speranza.
(Fabrizio De André)



#libri: Fabio Piuzzi, La casa dai muri parlanti

Sì, lo so che vi stresso sempre con la storia che i libri non si comprano soltanto perché hanno una bella copertina che ci ispira un sacco, che occorre informarsi, documentarsi, leggere bene la trama e poi fare un acquisto ponderato e bel oculato.
   Ma il fatto è che, in realtà, predico bene e razzolo non male, malissimo.
Ma dovrete scusarmi: questo libro, "La casa dei muri parlanti" (Morganti, 2015) la copertina, ce l'ha proprio bella, suggestiva, un piccolo angolo della classica casa sinistra e affascinante che comprerei al volo se avessi delle finanze un po' più polpose.

Potete forse darmi torto..?


E poi insomma, le storie misteriose sono sempre le più intriganti, e mi sono lasciata trasportare da quella che sembrava veramente un'ottima storia.
   La trama, in breve, racconta le vicende dei proprietari di Villa Cavour, una dimora storica decisamente sui generis, che sembra avere un'influenza maligna su tutti coloro che vi gravitano attorno.
   Morti violente e apparentemente inspiegabili, suicidi improvvisi e immotivati, e una catena di delitti che sta insanguinando il Friuli, dov'è ambientata la vicenda.
   Un poliziotto alle prese con il caso più spinoso della sua carriera, che chiederà aiuto ad un professore di semiotica e al suo assistente, incaricati di svelare un misterioso affresco che raffigura una scena di violenza efferata.
   Scopriremo poi che la casa è legata all'antico culto di un demone, un angelo caduto dal cielo la cui storia è contenuta nelle scritture apocrife di Enoc, e all'inquietante reliquia chiamata la Maschera del Diavolo.

L'idea di base non è male, forse un po' scontata, considerando il proliferare di questo genere di narrativa specialmente nella letteratura a basso prezzo, tuttavia il libro, dopo alcune pagine, si rivela piuttosto prolisso e lento nell'avvicendarsi dei colpi di scena.
   Eccessiva l'attenzione posta alla trascrizione pedissequa di passaggi evangelici, troppo spazio ad elucubrazioni che, in un libro che comunque non si può definire in alcun modo un romanzo storico, appesantiscono la storia inutilmente.

Il tema della casa stregata ha da sempre un fascino potente sulla psiche e sulla fantasia del lettore, ne sono la prova anche i numerosi film (uno su tutti, "La casa" di Sam Raimi e "L'ultima casa a sinistra" di Wes Craven), e affonda le radici nell'antichità: infatti già nella commedia plautina "Mostellaria" e nel brano "Erat Athenis" di Plinio Il Giovane troviamo tutte le suggestioni di questo genere letterario e cinematografico, elementi che poi saranno ripresi dal Gotico inglese, come del resto anche nel "Philopseudes" di Luciano, una delle storie che servirà d’ispirazione a Goethe per il "Der Zauberlehrling", meglio conosciuto come “L’apprendista stregone”.

Tornando al nostro libro, devo ammettere che, sicuramente, un punto va a favore dell'autore per il notevole lavoro per reperire fonti e leggende che risalgono agli albori del Cristianesimo, tuttavia l'eccessivo simbolismo e la quantità spropositata di aneddoti storici e non rende a tratti difficile la lettura, rallentandone il ritmo.

Non saprei dare un giudizio netto su quest'opera, che contiene spunti positivi ma si rivela carente nello stile narrativo, ma sicuramente la sapienza dei grandi autori di genere, in primis il maestro H.P. Lovecraft, è molto lontana: a voi l'ardua sentenza.


 

giovedì 3 settembre 2015

#spettacolo: Antonio Ornano e "l'animale uomo", istruzioni per l'uso.

Qualche sera fa mi è capitato di assistere a uno spettacolo di cabaret live di Antonio Ornano, volto noto della grande famiglia di Zelig, comico spezzino trapiantato a Genova: un tipo semplice, che si è presentato sul palco in jeans e maglietta anche un po' malconcia, zero pretese e tanta umiltà.
   Strano, solitamente chiunque riesca a raggiungere anche soltanto un briciolo di celebrità, cammina almeno a due spanne da terra.

Un buon inizio, che è riuscito a convincere anche me che non amo eccessivamente la comicità da programma televisivo, spesso volgare e scontata, imbarazzante (non perché io mi scandalizzi, per carità non sono un'educanda, ma perché mi vergogno per la bassezza che alcuni riescono a raggiungere con certi monologhi che, probabilmente, uscirebbero più raffinati al mio cane di un anno e mezzo).
 

Battute divertenti nonostante il tema non sia affatto originale, ovvero l'inconciliabile diversità tra uomo e donne, due specie "animali" così diverse ma così complementari, ognuna unica nella sua imperfetta bellezza.
   Battute prive di volgarità gratuita, che raccontano di una vita di coppia "normale", dove l'uomo ne esce sempre un po' remissivo e la donna un po' bisbetica, in un continuo compromesso che è poi quello che sta alla base di ogni rapporto.

Il che non vuol dire farsi mettere i piedi in testa o venir meno alle proprie idee, come potrebbe pensare qualche femminista incarognita leggendo le mie parole, ma semplicemente imparare ad ascoltare i bisogni dell'altro, e cercare di rendersi felici a vicenda (o almeno ci si prova, insomma).
   Impossibile? Non direi. Banalità a go-go, dette per accattivarsi il pubblico? Neanche, poiché i continui riferimenti ad una moglie con il quale condivide la vita da oltre vent'anni hanno avvalorato ciò che, pur con ironia dissacrante, Ornano ha sottolineato durante il suo spettacolo, il fatto che le nevrosi della vita quotidiana stanno distruggendo a poco a poco il piacere dello stare insieme.

Viviamo attaccati ad uno smartphone manco fosse il prolungamento naturale del nostro braccio, quando andiamo in giro la nostra massima preoccupazione è quella di scattare più selfie possibili con tanto di bocca a culo di gallina ("duck face" mi sa un po' troppo di eufemismo, e io non sono il tipo da eufemismi) da condividere immediatamente su Facebook, fotografiamo fette di prosciutto durante il benedetto "ape", chiappe al vento, baci appassionati con l'occhietto rivolto alla fotocamera, pose plastiche manco fossimo sulla passerella della collezione autunno/inverno di Armani.

Poi, se ci mettono davanti ad un caffè in un baretto semplice semplice, senza aggeggi tecnologici a farci da barriera, da scudo nei confronti della realtà che ci circonda, diventiamo fragili, ci sentiamo a disagio, magari anche con quella persona che dovrebbe essere speciale, e farci sentire davvero noi stessi.

Una realtà sconcertante che può emergere anche da un semplice spettacolo comico, e che sta a noi cambiare, riscoprendo il piacere di stare in compagnia (reale, non virtuale, che quella non conta), liberandoci delle maschere che ci nascondono il volto facendoci sentire più forti e spavaldi, smettendola di fare i fenomeni sui social, se poi di persona non siamo nemmeno in grado di sostenere una conversazione a quattrocchi.



Ornano, pur nella sua semplicità, ha avuto il merito di sottolineare, e ce n'è sempre più bisogno al giorno d'oggi, quanto i rapporti umani si stiano logorando, ma anche l'importanza di riscoprirsi ogni giorno, perché in fondo è vero che la felicità sta nelle piccole cose, anzi in quelle piccolissime, private, personali, da custodire con gelosia, con quei "pochi ma buoni" che valgono molti di più dei mille e passa amici facebookiani.

Amen, andate in pace ragazzi.

martedì 1 settembre 2015

#cinema: Addio a Wes Craven, il "papà" di Nightmare e Scream.

Ho avuto bisogno di 24 ore buone per metabolizzare la notizia del lutto che ha colpito il mondo del cinema horror e dello spettacolo in generale, lasciando tutti i cinefili orfani di uno dei padri fondatori del genere, un maestro indiscusso.
   Stiamo parlando di Wes Craven, leggenda vivente e "papà" di Nightmare e Scream, due film di indiscussa qualità, che hanno terrorizzato generazioni e generazioni di ragazzi (e non solo).
   Sconfitto da un male che lo consumava ormai da anni, un tumore maligno al cervello, se n'è andato all'età di 76 anni, e ha portato con sé anche un pezzo di storia del cinema contemporaneo.




Chiunque abbia solo anche un briciolo di passione per l'horror non può prescindere da queste due pellicole, pregne di angoscia e paura, violenza e suspense, terrore allo stato puro.
   Craven è entrato nell'Olimpo del cinema horror mondiale nel 1984, creando un personaggio che sarebbe poi diventato un'icona cinematografica assoluta, Freddy Krueger (Robert Englund), dai tratti distintivi ben caratterizzati: cappellaccio, maglione a righe verde e rosso, volto devastato dalle ustioni, in grado di insinuarsi nei sogni delle proprie vittime e uccidere i poveri malcapitati.    
   Ammettiamolo, dopo averlo visto nessuno è più andato a dormire tranquillo e beato, almeno per qualche tempo dopo la visione del film.
   Pensate che la fama di Freddy è tale che l'American Film Institute lo ha inserito nella lista dei 50 migliori cattivi di sempre della storia del cinema, al quarantesimo posto.




A Craven va anche attribuito il merito di aver lanciato, nello stesso film, l'esordiente e giovanissimo Johnny Depp, alla sua prima esperienza cinematografica, un talent scouting tra i più riusciti della storia del cinema americano.

L'altro film culto di Craven è Scream, che ruota attorno alla figura di un serial killer, il cui volto resta celato da una maschera dai lineamenti distorti che ricorda un po' l'Urlo di Munch, il quadro che ispirò il regista durante le fasi preparatorie del film.

Tuttavia, forse non tutti sanno che il primo film di Wes Craven risale al lontano 1972,  L'ultima casa a sinistra, un successo noto ancor oggi; stesso discorso per un altro grande capolavoro sui generis del 1977, Le colline hanno gli occhi.

Un regista "anomalo", che per primo decise di esplicitare al suo pubblico le regole e i meccanismi del film horror, come accade in una delle scene più famose di Scream, dove uno dei personaggi, ironicamente, quasi rivolgendosi al pubblico di spettatori, spiegò le cose "da non fare mai" in un film di questo genere, ovvero:
"Ci sono delle regole precise che devono essere rispettate se si vuole sopravvivere in un horror, va bene? E vado a incominciare. Numero uno: non si deve mai fare sesso. Mai! No! È proibito! È proibito! Sesso uguale morte! Va bene?! Numero due: mai ubriacarsi o drogarsi. No, perché è il peccato, peccato per estensione della regola numero uno. E numero tre, mai, mai e poi mai in nessun caso dire: torno subito. Perché non si torna più."
La prova che si può essere ironici e terrorizzare il prossimo senza perdere fascino e raffinatezza stilistica.



Craven appartenne ai cosiddetti “masters of horror”, quel gruppo di artisti, tra cui spiccano anche George Romero, Tobe Hooper e John Carpenter, nutrito di controcultura giovanile anarchica a libertaria, basata sul contrasto degli ideali stereotipati di una nazione sulla via della dissoluzione, gli Stati Uniti degli anni Sessanta, zeppi di morti, violenza e privazione della libertà individuale e collettiva.

Craven ha fatto parte di quell’avanguardia cinematografica che ha raffigurato, nei propri film, l’orrore del proprio tempo, la paura di non poter esprimere il proprio pensiero, il suicidio di uno Stato in diretta mondiale.
   Un significato politico, etico e sociale che vena tutte le sue opere, in controtendenza con il cinema horror attuale, che propone violenze inaudite e fini a se stesse, totale assenza di ideali e di una preparazione culturale di base imprescindibile in un mestiere di questo genere, che diventa vocazione, specialmente quando si raggiungono questi livelli.

Riposa in pace, Wes, sono sicura che i tuoi sogni non verranno turbati dalle tue creature, rimaste orfane ma non per questo meno amate dagli horror addicted di tutto il mondo.