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giovedì 22 ottobre 2015

#libri: La piuma, Giorgio Faletti

Non tutte le fiabe iniziano con "C'era una volta...", perlomeno non quelle dei nostri giorni. Tuttavia, basta poco per viaggiare sulle ali della fantasia, e ce lo dimostra uno degli autori più innovativi (e inaspettati) degli ultimi anni che, purtroppo, ci ha lasciati troppo presto.


“Tracciando il suo invisibile sanscrito nel cielo, la piuma sorvolò un villaggio popolato di uomini, che come tali prestavano attenzione solo a ciò che avveniva in terra, davanti ai loro occhi. Nessuno riuscì a vedere la piuma perché nessuno aveva tempo a sufficienza per alzare gli occhi al cielo e riuscire anche solo a guardarla”. 
(Giorgio Faletti) 


 Dame, cavalieri senza macchia e senza paura, draghi, creature fantastiche e suggestive partorite dalla fervida fantasia di cantastorie di ogni epoca, fin dalla notte dei tempi: sono questi, solitamente, gli eroi delle fiabe.
   Ma se la protagonista assoluta, l'eroina di una storia moderna fosse una piuma? Leggera, candida, ma soprattutto libera, libera di fluttuare attraverso luoghi e storie diverse, incontrando personaggi eterogenei, frammenti di vita vissuta, carpendone i segreti più intimi.

Questo il pretesto narrativo che ha dato origine, appunto, a “La piuma" (Baldini e Castoldi, 2015), l'opera postuma di Giorgio Faletti, poco meno di cento pagine che diventano un inno alla libertà, alla consapevolezza che la bellezza, talvolta, sta proprio nelle cose apparentemente insignificanti.


Una fiaba per adulti, impreziosita dalle tavole illustrate dell'artista Paolo Fresu, che presenta al lettore un gruppo di personaggi dal sapore antico, ma che richiamano chiaramente alla realtà contemporanea: un Re alle prese con la pianificazione di una guerra insieme al suo Generale, indifferente alle sorti del suo popolo e dei suoi soldati, un Cardinale che impone dazi e imposte ai poveri contadini in nome di una Chiesa modellata a suo piacimento, una Ballerina di fama mondiale, apparentemente algida ma consumata da un amore non corrisposto, la Donna di Tutti, una prostituta che nasconde un animo nobile, e infine l’Uomo del foglio bianco, l'unico ad accorgersi della piuma, e a trarne ispirazione per la sua futura opera. 

Una fiaba dei nostri giorni che, tuttavia, racchiude il sapore di opere che hanno segnato indissolubilmente la storia delle letteratura, da “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, in primis, all'intera poetica di Paul Valéry, unite da un unico, irrefrenabile anelito di libertà, e ancora da “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, al quale “La piuma” si avvicina nello stile leggero, delicato, quasi infantile ma sapientemente calibrato, a una qualsiasi canzone di Angelo Branduardi, un menestrello che non risparmia acute considerazioni sulla società circostante. 

Non stupisce che l'intento originario di Faletti fosse quello di trasformare questo piccolo libello proprio in un musical, un progetto tanto amato e curato negli anni che, tuttavia, non è riuscito a portare a compimento a causa della prematura scomparsa. 

Delicata, dolceamara, la piuma è volata via in cerca di nuove avventure e nuove storie da narrare proprio come il suo autore, accompagnando l'inatteso commiato di colui che verrà ricordato come un “romantico inventore di serial killer”.



"Questo articolo è apparso il 19/10/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/recensione-la-piuma-giorgio-faletti.html

mercoledì 21 ottobre 2015

#arte: Jeff Koons ovvero, per dirla alla Primo Levi, "Se questo è un... artista"

Successore di Andy Warhol, artista di fama e talento mondiali, genio contemporaneo, rivoluzionario dei nostri tempi, attento e cinico critico della società odierna, chi più ne ha più ne metta.
   Ma dove, mi domando io?! Dopo aver letto le lodi sperticate allo sbarco, nella nostra splendida Firenze, di Jeff Koons, sono rimasta alquanto allibita, non lo nego, e l'orticaria si è impossessata di me.
"Jeff Koons In Florence è l’evento più atteso dell’anno: un confronto tra la provocante bellezza delle opere del geniale artista americano e i capolavori senza tempo di Donatello (1386-1466) e Michelangelo (1475-1564)", si legge sul sito ufficiale del'evento.
   Mapperpiacere.

Nulla di personale nei confronti dell'ex "cicciolino", parafrasando il nome di battaglia dell'amata ex moglie, ma definirlo grande artista mi sembra un insulto agli illustri artisti che l'hanno preceduto sul suolo fiorentino.
   E, aggiungo, mi ha riempita di gioia e soddisfazione l'autorevole parere di critici dell'arte e intellettuali quali Tomaso Montanari e Pablo Echaurren, che hanno ridimensionato notevolmente la fama e il valore di Koons, smorzando i lussuriosi animi di buona parte dei giornalisti italiani che, probabilmente, di Koons conoscono soltanto la già citata ex moglie, e le sue indubbie grazie.


Se, per ottenere una sfilza di like su Facebook o la stima e gli apprezzamenti della massa di pseudo cultori dell'arte contemporanea basta presentare al mondo una improbabile serie di dipinti porno-trash iperrealisti, degni di un assoluto e incontrastato re del kitsch venuto da oltre oceano, e spiegare le suddette opere, di dubbio gusto, con aggettivi pressoché incomprensibili e altisonanti quali "gestaltico", "transeunte", "pellicolare", scelti a casaccio sfogliando un ben fornito dizionario, allora il mio sdegno supera l'umana comprensione.
 
Non ci credete? Ecco come Koons ha spiegato il senso della sua opera esposta a Firenze, "Gazing Ball (Barberini Faun)", opera realizzata nel 2013 per la serie intitolata appunto "Gazing Ball",  un insieme di calchi in gesso di celebri sculture del periodo greco-romano cui l’artista ha aggiunto, in posizione di precario equilibrio, una sfera di colore azzurro brillante e dalla superficie specchiante: “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”. 
   Mapperpiacere (e due). 



Ma, evidentemente, fingere di apprezzare simili obbrobri fa figo, fa subito "esperto d'arte dalle aperte vedute", amante della bellezza e dell'eros che queste opere sprigionano (ma siamo sicuri non sia soltanto esilarante pacchianaggine?).
   Se siete ancora scettici su ciò che vi sto dicendo, vi basterà dare un'occhiata, anche superficiale, alle fotografie dell'arlecchinesca (per non dir di peggio) parata che ha accolto Koons al suo arrivo a Firenze con, tanto per citare un esempio, majorette in parrucca blu nel Salone dei Cinquecento (eresia!!!); per usare le parole di Echaurren, un esempio perfetto della "sudditanza dei media e delle amministrazioni e dell'autocompiacimento dell'esibizione del valore inteso come prezzo", ovvero del piegarsi dell'arte al volere di mercato.

Il pubblico degli acquirenti è formato da capre (benedetto Sgarbi) che anelano a mettersi in casa un'opera che raffigura Koons e Cicciolina in piena baldoria?
   E allora questo occorre fornirgli, con tanto di firma del grande artista, spacciando porcherie per immense manifestazioni artistiche.
   Ma sapete cosa vi dico? Ce lo meritiamo, eccome.
Se una volta i committenti erano Lorenzo Il Magnifico e illuminati principi di corte, mentre oggi, tuttalpiù, sono magnati tanto pieni di soldi quanto di cattivo gusto, è giusto così.

E allora è qui che possiamo finalmente dare una ragion d'essere al nostro amico Koons, perfettamente inserito in questa grottesca giostra che è, sempre più spesso, il mondo dell'arte contemporanea, una bestia da palcoscenico, un perfetto esempio di cosa produce la società dei consumi, del degenero della cultura Pop, del mondo come grande operazione commerciale, orchestrata da pochi e seguita con zelante ignoranza dai molti.

martedì 20 ottobre 2015

#libri, #attualità: Erri De Luca, quando la libertà di parola vince sulla politica

"Questa classe politica verrà spazzata via, per raggiunti limiti di indegnità"
Parole sante, quelle di Erri De Luca, parole, queste, e molte altre, che gli sono costate la stima di milioni di italiani, ma (legge del contrappasso docet) anche le antipatie di una classe politica incapace, che teme la verità e l'onestà più della peste.


Quando ho appreso dell'assoluzione dello scrittore napoletano, accusato di istigazione a delinquere per le sue dichiarazioni pubbliche a sostegno del sabotaggio della Tav, ho provato un senso di sollievo, una piccola sensazione di vittoriosa rivalsa perché, almeno per una volta, la verità ha avuto la meglio sul marcio che ci circonda.
   Non voglio assolutamente entrare nel merito della bagarre Tav sì, Tav no anche perché, se devo esser sincera, fatico ad avere un'opinione precisa e sicura: troppe ombre, lo spauracchio del progresso e quello del bene della nostra terra, troppi chiaroscuri in una vicenda di cui noi comuni cittadini potremo conoscere neppure la metà dei fatti reali.

Tornando a De Luca, è stato assolto dal Tribunale di Torino perché il fatto non sussiste: è finito così uno dei processi più discussi degli ultimi anni, un processo alla libertà di parola e di espressione, non soltanto ad un singolo uomo, un processo che ha mobilitato intellettuali e politici, soprattutto francesi.
   Ecco appunto, soprattutto francesi; e i nostri?
Sopiti in una protettiva coltre di indifferenza e menefreghismo, o soltanto di pura convenienza?
   Per carità, in molti hanno firmato la petizione per l'innocenza di De Luca, ma si sono fatti notare maggiormente i grandi assenti, come spesso accade.

Dopo la sentenza, lo scrittore napoletano ha dichiarato:
"Non è una vittoria, è stata impedita una ingiustizia, quest'aula è un avamposto sul presente prossimo; adesso - ha aggiunto - andrò a Bussoleno in val Susa a un appuntamento che avevo già preso tempo fa con gli amici che attendevano la decisione del giudice".
E ha proseguito, incurante del rischio corso nel ribadire un'ideologia troppo scomoda:
"Sarei presente in quest'aula anche se non fossi io lo scrittore incriminato per istigazione. Aldilà del mio trascurabile caso personale, considero l'imputazione contestata un esperimento, il tentativo di mettere a tacere le parole contrarie. Confermo la mia convinzione che la linea sedicente ad Alta Velocità va intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell'aria e dell'acqua".
E ancora:
"Sabotare, verbo nobile e democratico pronunciato e praticato da Gandhi e Mandela con enormi risultati politici. Quello che oggi saboterei è la passività degli italiani: ci siamo abituati che la corruzione è un dato di fatto, che i giornali disinformano. Servono atti di resistenza, come quello che può fare uno scrittore a sostegno di popolazioni minacciate”. 
Un processo che è stato definito, dallo stesso incriminato, assolutamente "politico", perché politica era la volontà di repressione della parola.
   Una parola che, finalmente, ha riacquistato in parte la sua importanza, uscendo dal tribunale, andando tra la gente comune, scuotendo le coscienze.

Immediate le reazioni di politicanti e politichini di ogni sorta, inviperiti, che hanno apostrofato De Luca con parole pesanti, accuse infondate, istigazione alla violenza, ad atti vandalici, e chi più ne ha più ne metta.
   Idem molti giornalisti (o forse giornalai? La linea di confine è sottile...).

Ma suvvia, in un Paese dove il meno corrotto dei politici ha sulla testa, a mo' di spada di Damocle, imputazioni per associazione mafiosa, dove il mantenere decine e decine di escort con il denaro pubblico è sinonimo di virilità anche a 80 anni, dove alle donne, ancor oggi, è concesso di far carriera sotto a una scrivania piuttosto che dietro, dove si devastano città perché, in fondo, "un po' di bordello ci sta sempre", dove la Mafia non è più quella de "Il Padrino", ma ce la ritroviamo addosso da Bolzano a Siracusa, ci scandalizziamo e terrorizziamo perché uno scrittore (non un terrorista, UNO SCRITTORE, categoria piuttosto innocua, nel complesso, che dite?) si permette di esprimere la propria opinione, e lo trasciniamo in un'aula di tribunale per questo?
   Proprio in Italia, dove in galera non vanno nemmeno gli stupratori e gli assassini, dove il femminicidio è all'ordine dl giorno e nessuno fa niente?


   Se in questo Paese il problema più grande fosse Erri De Luca, saremmo certamente tra le nazioni più progredite, civili e illuminate al mondo, utopistica chimera, ahimé.

lunedì 19 ottobre 2015

#teatro: Le parole di Oriana, omaggio a Oriana Fallaci

“M'ero innamorata delle parole che uscivano come gocce, a una a una, poi restavano sul foglio bianco, a una a una, e ogni goccia diceva una cosa che detta a voce sarebbe volata, lì invece si condensava: buona o cattiva che fosse.” (Oriana Fallaci) 
E io mi sono innamorata di Oriana, di Maria Rosaria Omaggio, splendida interprete di quella che fu, ed è tutt'oggi, una grande donna, e ancora, mi sono innamorata del pianoforte suonato magistralmente da Cristina Pegoraro, dell'atmosfera unica che si è creata, venerdì sera, al Teatro Alessandrino, durante lo spettacolo, un vero e proprio one-woman-show, intitolato "Le parole di Oriana", dedicato alla professionista ma soprattutto alla donna Oriana.


Adolescente militante antifascista, prima inviata di guerra donna (in Vietnam), amica degli astronauti della Nasa, giornalista in grado di intervistare, con il solito cipiglio che la caratterizzerà per tutta la vita, i potenti della Terra, ma anche un animo sensibile, profondo, forte, solitario e malinconico.

Il toccante racconto della Omaggio, attrice di incredibile capacità, quanto è incredibile l'assoluta somiglianza con la vera Oriana, sia nei tratti somatici che, soprattutto, nella voce e nell'attitudine, ne ricostruisce il quadro completo e personale, e permette allo spettatore di conoscerla un po' più a fondo attraverso i suoi scritti, le lettere, gli articoli e, ovviamente, i suoi romanzi, definite "le sue creature", i figli che non ha potuto avere.

Oltre al talento, all'empatia creata sul palco, si percepisce chiaramente l'accurato e preciso lavoro di ricerca che sta dietro lo spettacolo, che possiamo apprezzare in maniera tangibile grazie al materiale multimediale, costituito da foto e video a cura di Carlo Fatigoni, proiettato su un grande schermo contemporaneamente alle parole della Omaggio e alle musiche della Pegoraro.

Maria Rosaria Omaggio ha saputo alternare con sapienza tratti di pura recitazione, con l'immancabile sigaretta in mano e il marcato accento toscano, con quella voce roca e profonda che fa vibrare le corde dell'anima, ad altri di lettura interpretativa, con brani tratti dalle maggiori opere di Oriana, da Un uomo a Penelope alla guerra, da La rabbia e l'orgoglio a Lettera a un bambino mai nato. 

Proprio sulle parole di quest'ultimo mi sono emozionata profondamente, perché un conto è leggere un libro, un altro è sentirlo rivivere attraverso una voce viva, vibrante, carica di emozione e pathos, mai eccessivo o esasperato.
   Analoga sensazione ho provato durante la proiezione delle immagini di quel maledetto 11 settembre, quando quei maledetti aerei si schiantarono contro le Twin Towers, penetrandovi come fossero di burro, mostrandone la fragilità, la caducità di migliaia di persone che, in un istante, hanno perso i propri sogni, le proprie ambizioni, la propria famiglia, la propria vita.

Un groppo in gola, uno schiaffo in pieno volto, Oriana ha raccontato tutto, di quel maledetto giorno, come soltanto lei avrebbe potuto fare. 

Ma è giusto e doveroso spendere qualche parola su colei che ha fatto rivivere la grande giornalista toscana, la già citata Maria Rosaria Omaggio, interprete di Oriana anche nel film Walesa- L’uomo della speranza, per il quale ha vinto il premio Pasinetti alla 70° Mostra del Cinema di Venezia, troppo spesso ricordata per le copertine sexy su Playboy e mai abbastanza per il suo innegabile talento, specialmente nelle sue performance teatrali.


A conclusione dello spettacolo l'entrata in scena di Daniela Di Pace, ultima segretaria della Fallaci che, oltre al dolore e all'amarezza, ha voluto ricordare, con immenso affetto e palese commozione, anche l'ironia che caratterizzava Oriana, una donna spiritosa, come abbiamo appreso dagli infiniti fax che inviava alla sua assistente, tutti conservati gelosamente dalla Di Pace, e dagli aneddoti esilaranti, come l’insofferenza di Oriana verso i computer e l'amore smodato e quasi maniacale per la mitica Lettera 32, la sua inseparabile macchina da scrivere.

“La vita ha 4 sensi: amare, soffrire, lottare e vincere. Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince. Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre. ” (Oriana Fallaci)

venerdì 16 ottobre 2015

#film: oggi, 92 anni dalla nascita della Walt Disney Company, un'inesauribile fabbrica di sogni

Oggi, 16 ottobre, è l'anniversario di una data che, per quelli della mia generazione (e non solo), ha segnato una vita intera, arricchendola di ricordi di un valore inestimabile: nel lontano 1923, e fa quasi effetto pensare che siano passati ben 92 anni, Walt e Roy Oliver Disney fondarono la Walt Disney Company, quella fucina di sogni che ha sfornato i cartoni animati più belli di sempre.



Io, come milioni di altri ex bambini, sono cresciuta sulle note di "Il mondo è mio", cantata da Jasmine e Aladdin stretti sul tappeto volante, con le immagini commoventi del Re Leone, con il sogno, un bel giorno, di potermi costruire una libreria come quella di Belle, o di avere il coraggio e la tenacia di Mulan e Pocahontas, guerriere splendide e indomite, o ancora, ebbene sì, di trovare un amore profondo come quello di Cenerentola e di Aurora.



Negli anni abbiamo assistito a numerosi cambiamenti, uno su tutti quello dal disegno a mano all'utilizzo sempre più massiccio della tecnologia, soprattutto dopo l'entrata in società con la Pixar, ma i veri cartoni animati, per me, restano sempre "quelli di una volta": sono un po' retrograda, lo ammetto, ma mi emoziona molto di più l'idea di un personaggio nato dalla penna di un disegnatore, piuttosto che di grafico davanti a un monitor, ho ancora una visione romantica di certe cose.



Oggi, a proposito di date, mi è venuta la curiosità di scoprire quanti anni sono passati dalla nascita dei più celebri classici d'animazione Disney, ed ecco i risultati delle mie ricerche:


  • Biancaneve e i sette nani (1937)
  • Pinocchio (1940)
  • Fantasia (1940)
  • Dumbo (1941)
  • Bambi (1942)
  • Saludos Amigos (1942) 
  • I tre caballeros (1944)
  • Musica, maestro! (1946)
  • Bongo e i tre avventurieri (1947)
  • Lo scrigno delle 7 perle (1948)
  • Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (1949)
  • Cenerentola (1950)
  • Alice nel Paese delle Meraviglie (1951)
  • Le avventure di Peter Pan (1953)
  • Lilli e il vagabondo (1955)
  • La bella addormentata nel bosco (1959)
  • La carica dei 101 (1961)
  • La spada nella roccia (1963)
  • Il libro della giungla (1967)
  • Gli Aristogatti (1970)
  • Robin Hood (1973)
  • Le avventure di Winnie the Pooh (1977)
  • Le avventure di Bianca e Bernie (1977)
  • Red e Toby - Nemiciamici (1981)
  • Taron e la pentola magica (1985)
  • Basil l'investigatopo (1986)
  • Oliver & Company (1988)
  • La sirenetta (1989)
  • Bianca e Bernie nella terra dei canguri (1990)
  • La bella e la bestia (1991)
  • Aladdin (1992)
  • Il re leone (1994)
  • Pocahontas (1995)
  • Il gobbo di Notre Dame (1996)
  • Hercules (1997)
  • Mulan (1998)
  • Tarzan (1999)
  • Fantasia 2000 (1999)
  • Dinosauri (2000)
  • Le follie dell'imperatore (2000)
  • Atlantis - L'impero perduto (2001)
  • Lilo & Stitch (2002)
  • Il pianeta del tesoro (2002)
  • Koda, fratello orso (2003)
  • Mucche alla riscossa (2004)
  • Chicken Little - Amici per le penne (2005)
  • I Robinson - Una famiglia spaziale (2007)
  • Bolt - Un eroe a quattro zampe (2008)
  • La principessa e il ranocchio (2009)
  • Rapunzel - L'intreccio della torre (2010)
  • Winnie the Pooh - Nuove avventure nel Bosco dei 100 Acri (2011)
  • Ralph Spaccatutto (2012)
  • Frozen - Il regno di ghiaccio (2013)
  • Big Hero 6 (2014)
  • Zootropolis (2016)
Insomma, un curriculum di tutto rispetto, per la Disney che, negli anni, ha saputo regalare a grandi e piccini un successo dopo l'altro, facendo della tenerezza, dei sentimenti puri e dell'ironia i suoi punti di forza oltre, ovviamente, ad una capacità grafica e di segno impareggiabile. 

Ma basta fare la nostalgica, guardiamo al futuro con qualche succosa news: infatti, per quanto riguarda le anticipazioni delle prossime uscite in cantiere, Disney ha annunciato che, fino al 2017, vedremo sui grandi schermi di tutto il mondo: Il viaggio di Arlo (25 novembre), Il ponte delle spie di Steven Spielberg (17 dicembre), l’action movie The Finest Hours (29 gennaio 2016), Zootopia (4 marzo 2016), Alice attraverso lo specchio (4 maggio 2016), Alla ricerca di Dory, il seguito di Alla ricerca di Nemo (5 giugno 2016), l’altro film di Spielberg The Big Friendly Giant (primo luglio 2016), il remake di Elliott il drago invisibile (12 agosto 2016), Moana (23 novembre 2016), l’adattamento con attori in carne e ossa de La bella e la bestia (17 marzo 2017), la versione live action di Ghost in the Shell (14 aprile 2017) e il nuovo capitolo dei Pirati dei Caraibi (7 luglio 2017), oltre alla versione cinematografica del romanzo di Ernest Cline Ready Player One (7 agosto 2017).

Una lista di film decisamente ricca e interessante, alla quale possiamo aggiungere i titoli Star Wars e Marvel, anch'essi sotto l’egida Disney, oltre agli attesissimi:

  • Cars 3 (16 giugno, 2017)
  • Pixar’s Coco (22 novembre, 2017)
  • Live-Action Fairy Tale Project (22 dicembre, 2017)
  • Gigantic (9 marzo, 2018)
  • Toy Story 4 (15 giugno, 2018)
  • The Incredibles 2 (21 giugno, 2019)



Insomma, iniziate già da ora a risparmiare, che quelli per i film Disney sono sempre soldi spesi bene! ;) 


giovedì 15 ottobre 2015

#film: Il Grande Lebowski, un'icona cinematografica intramontabile


Qualche giorno fa mi sono finalmente decisa a guardare un film che avevo in lista da tempo immemore, Il Grande Lebowski, attratta dalla fama e dal successo di questa pellicola ma soprattutto del suo atipico protagonista, coinvolto in ogni genere di rocambolesche peripezie. 
   Cult dei fratelli Coen del lontano 1998, si basa essenzialmente sullo scanzonato ed estroso Jeffrey “Drugo” Lebowski, il tipico prototipo dell'antieroe, un uomo che deambula in vestaglia dismessa e mutandoni a quadri, un'icona cinematografica nonché vero e proprio idolo del cinema contemporaneo e di un’intera generazione, un hippie scazzato amante della easy life che, suo malgrado, verrà risvegliato dal suo torpore a causa di un gioco di equivoci davvero esilarante. 



Lontanamente ispirata al Grande Sonno di Chandler, è un’opera che racchiude in sé un esplosivo mix di generi diversi e grottesche situazioni, in una contaminazione che si divide tra noir, commedia e crime story, condita da una buona dose di cinismo e devastante realismo.

Jeff Bridges è assolutamente perfetto nel suo ruolo, un essere privo di qualsiasi tipo di ambizione o preoccupazione, disilluso nei confronti della miseria umana e consapevole della propria inutilità, ma ostinato a trascorrerla con rassegnazione tra uno spinello, un bicchiere di White Russian e una partita a Bowling.

Altro pilastro portante del film, un formidabile John Goodman, ossessionato dal ricordo dei “compagni morti con la faccia nel fango” in Vietnam, ex soldato instabile e autodistruttivo, e ancora il taciturno Donny (Steve Buscemi), di un'ingenuità disarmante. 
   Una vita tranquilla, insomma, ma il dolce far niente di Drugo (“The Dude” in lingua originale alludendo all’assoluta anonimia del personaggio) &Co verrà interrotto da una spirale di "violenza" (più o meno, più che altro di demenza) tra presunti falsi rapimenti, aggressioni e scambi di identità, una farsa borghese orchestrata da un ricco e costellata di incontri con grotteschi personaggi, tra cui la visionaria artista femminista interpretata da Julianne Moore, l’ispanico John Turturro in tutina rosa attillata e il magnate del mercato pornografico Jackie Treehorn.

Una realtà allucinata raccontata attraverso una visione psichedelica, priva di logica ma incredibilmente ironica e dissacrante, che ci pone di fronte ad un'amara e disincantata analisi critica della decadente società contemporanea, quell’America dove si “rispetta un regime di droghe pesanti per mantenere la mente flessibile”.




A chiudere il cerchio il bowling, uno sport che diventa metafora dell’esistenza umana che scorre come una palla in pista, senza sapere se il lancio sarà vincente o un fallimento assoluto, ma che val comunque la pena di provare. 
   Nel complesso, dialoghi coloriti e talvolta assurdi, sperimentazioni stilistiche che hanno fatto dei fratelli Coen un consolidato marchio di fabbrica, brillante sceneggiatura e una colonna sonora da paura, che va da Bob Dylan ad Elvis Costello
   Un film che o si ama o si odia, ma che comunque non lascia mai indifferenti al “modo attraverso il quale la dannata commedia umana si perpetua”.

mercoledì 14 ottobre 2015

#libri: Sopra ogni cosa - Don Andrea Gallo

"I miei vangeli sono cinque: Matteo, Marco, Luca, Giovanni e... Fabrizio. Oltre ai quattro testi "canonici", ho da sempre un quinto Vangelo, quello secondo De André. È la mia Buona Novella laica. Scandalizza i benpensanti, ma è l'eco delle parole dell'uomo di Nazareth che, ne sono certo, affascinò il mio amico Fabrizio."





“Sopra ogni cosa” è il frutto di quella che è stata definita, a ragione, “un'amicizia angelicamente anarchica”, un legame profondo che ha unito un parroco di strada, Don Andrea Gallo, a un profeta (e poeta) laico dei nostri giorni qual era Fabrizio De André, nato quando un giovane liceale dal temperamento ribelle affascinò un altrettanto ribelle insegnante di religione.

Il contesto, le vie del ghetto di Genova, i cosiddetti caruggi, un centro storico fatto di prostitute, spacciatori, tossicodipendenti, transessuali, poveri ed emarginati, ma anche di odori, colori, sensazioni e suggestioni che solo una città fatta di storia e cosmopolitismo può donare a chi è disposto ad ascoltarla.




Ad un primo sguardo, già il sottotitolo appare di per sé come una provocazione: “Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta”, una provocazione lanciata da un prete che ha fatto della strada la sua università e dell’accoglienza agli ultimi la sua missione, pestando i piedi ai benpensanti e alla frangia più statica e conformista della Chiesa stessa, pur obbedendo ai precetti cristiani, baluardo fondamentale insieme alla Costituzione.

Suddiviso in dodici capitoli, che si identificano con altrettante canzoni di De André, tra le più celebri e amate, nella sua ultima opera Don Gallo vuole rilanciare quei valori che sono stati per lui ancor più imprescindibili e intoccabili di quelli religiosi, una Buona Novella sacra e profana al contempo, un ideale condiviso alimentato da un vento libertario che non si è mai sopito.

Sermone decisamente sui generis, diario personale, sfogo e flusso di coscienza, e ancora testamento spirituale in piena regola, “Sopra ogni cosa” è tutto questo, sia dal punto di vista stilistico che semantico.
   Dalle pagine di questo volume traspare con chiarezza il fatto che Andrea Gallo non fosse uno scrittore professionista, diventa palese nello stile, mai ricercato e a tratti eccessivamente semplice e discorsivo, ma proprio per questo così puro e in grado di toccare le corde dell'anima del lettore, con passione, indignazione, compassione.

Nel complesso, un'opera che possiede quella bellezza che soltanto le cose imperfette hanno, ma d'altronde, dalla storia di un'amicizia simile, non poteva nascere nulla di diverso:
   “Caro Andrea, ti sono amico perché sei l'unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza”, così Faber soleva apostrofare Don Gallo, riassumendo il significato di un libro curato fino alla morte dal proprio autore.

"Questo articolo è apparso il 12/10/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/recensione-sopra-ogni-cosa-don-andrea-gallo.html