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martedì 11 agosto 2015

#fumetti: Buon compleanno, Snoopy!

Il 10 agosto è una data importante, il giorno di San Lorenzo, sì proprio quello delle stelle cadenti, quando tutti stiamo ore e ore con il naso all'insù sperando di cogliere il bagliore di una scia luminosa nel cielo.
   Ecco, le persone normali, del 10 agosto, si ricordano per questo motivo. 
Ma io, ovviamente, no. Infatti, per me, il 10 agosto è da sempre il compleanno di uno dei miei più grandi amori, Snoopy, una ricorrenza ben più importante del santo segnato sul calendario (lasciatemi essere un po' blasfema, ogni tanto...), il giorno della nascita, in quel lontano 1950, del bracchetto più dolce, divertente, pestifero e dissacrante della storia del fumetto. 




65 anni portati da Dio, un mito che non accenna a scemare generazione dopo generazione, e che ha davvero segnato un'epoca, entrando a far parte della vita quotidiana di ciascuno di noi.
   A decretare il 10 agosto come data fondamentale nella storia dei Peanuts è stata una striscia a fumetti disegnate nel 1968 da Charles M. Schulz, il papà di Snoopy e compagnia bella, pubblicata su ben sette quotidiani statunitensi, a testimonianza dell'incredibile successo dei personaggini di quel genio di un disegnatore. 

Ma come nasce la mia passione per Snoopy e, più in generale, per le "noccioline" (perché è questo il significato letterale di "Peanuts", il termine che raggruppa sotto di sé tutti i personaggi che fanno parte di questi fumetti, poi tradotto con "piccole persone", "cose da poco", semplici ma di grandissimo valore)?



In effetti, non ve lo saprei dire con precisione: sicuramente influenzata da mia mamma, da sempre un'affezionata lettrice del nostro bracchetto di fiducia, l'ho amato sin dalla prima pagina, e i motivi sono innumerevoli: innanzitutto, a colpo d'occhio, per la simpatia e la semplicità del disegno, in grado, con pochi e a volte imprecisi segni, di tratteggiare espressioni e rendere, inchiostro su carta, emozioni e sentimenti di una dolcezza infinita. 

Ed è proprio questa la forza narrativa ed espressiva dei Peanuts: la capacità di coinvolgere il lettore in una manciata di battute, mai scontate, passando con nonchalance dal sarcasmo più cinico (certe frasi ironiche, in bocca ad un bracchetto, valgono doppio, va detto) all'innocenza più commovente, dalla riflessione filosofica alla dolcezza tipica dell'infanzia. 

Insomma, una gamma di emozioni pressoché infinita, in una sola striscia a fumetti. 
   Per questo mi fanno andare in bestia quelli che, quando mi vedono con il naso tra le pagine di questi fumetti, non esitano a dirmi: "Ma è roba da bambini, come fai a leggerlo?!"
   Si tratta di tutto tranne che di una "roba infantile", e chi li ha già letti lo sa: per carità, anche un bimbo può leggerli, i disegni sono comunque accattivanti e alcune battute comprensibili anche in tenera età ma, se si vuole davvero apprezzare l'arte di Schulz, i Peanuts vanno letti da adulti, quando si ha la capacità di comprendere l'allusione politica piuttosto che la riflessione in ambito sociologico o storico. 



A riprova di quel che sto dicendo, esistono fior fior di studiosi che si sono occupati di Lucy, Charlie Brown, Linus&Co: la filosofia di Snoopy, com'è stata definita in un omonimo libro, è quella delle piccole cose, è la riflessione che parte dal basso, dai pensieri di un gruppo di bambini degli anni Cinquanta, di quando bastava poco per essere felici, dell'emozione di uno slittino lanciato a tutta velocità sulla neve appena caduta, dei giochi semplici e dei pensieri che accompagnano l'infanzia, troppo spesso sottovalutati, ma più grandi e profondi di quelli "dei grandi". 
   
Umberto Eco ha dichiarato: 
"Quando dico "Poeta" lo dico per fare arrabbiare qualcuno. Gli umanisti di professione, che non leggono i fumetti; e coloro che accusano di snobismo gli intellettuali che fingerebbero di amare i fumetti. Ma sia bene inteso: se "poesia" vuole dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta. Se poesia è far scaturire da eventi di ogni giorno, che siamo abituati a identificare con la superficie delle cose, una rivelazione che delle cose ci faccia toccare il fondo, allora Schulz è poeta. E se poesia fosse soltanto trovare un ritmo privilegiato e su di quello improvvisare in una avventura ininterrotta di variazioni infinitesime, così che dall’incontro altrimenti meccanico di due o tre elementi possa scaturire un universo sempre nuovo, cantato senza pause, ebbene anche in questo caso Schulz è poeta. Più di tanti altri."
Se lo dice lui, non possiamo che fidarci ciecamente.

E poi insomma, come si fa a non amare un cane che passa dagli improperi nei confronti del "bambino dalla testa tonda" che tarda sempre a portargli la cena, all'interpretazione magistrale di un aviatore in pieno conflitto mondiale contro l'acerrimo nemico, il Barone Rosso, immedesimandosi una volta nel fighetto di un campus universitario, e la volta dopo in uno scrittore di consumato (e dubbio) talento (vi dice qualcosa la frase "Era una notte buia e tempestosa..."?), sempre con un'ironia graffiante ed esilarante?

Io, grazie ai Peanuts, ho riso, pianto (anche leggendo il commiato di Schulz al momento del suo ritiro dal lavoro, sono bastate poche parole per capire di che pasta doveva esser fatto quell'uomo), mi sono emozionata e ho trascorso ore e ore in compagnia di veri amici, anche se di carta, che mi accompagnano sin dall'infanzia, e continuano a farlo anche oggi che ho 26 anni suonati. 

Perché in fondo, ammettiamolo, siamo un po' tutti Charlie Brown, quando ci sentiamo giù di morale e ci ancoriamo agli amici per andare avanti, ma anche Linus, con la sua immancabile coperta-salvagente che è diventata persino un modo di dire consolidato in tutto il mondo, e ancora la piccola Lucy, adorabile brontolona, e Piperita Patty, la pasticciona per antonomasia.
   E, per finire, proprio lui, il mio adorato Snoopy: chi non vorrebbe accanto qualcuno che ti dica, nei momenti di sconforto, che "Tutte le lacrime vanno baciate via" (da una striscia del 31 gennaio 1970)?    Meglio di tanti fidanzati, poco ma sicuro. 




lunedì 10 agosto 2015

#libri: Rachel Joyce, L'imprevedibile viaggio di Harold Fry.

...Consigli di lettura per chi ha voglia di trovare il lato positivo anche dove sembra impossibile trovarlo...





Harold Fry è, sostanzialmente, un fallito. 

Pensionato da appena qualche mese, più vicino all'anzianità di quanto non dica la sua età anagrafica, Harold è davvero vecchio dentro: ha perso la voglia di mettersi in gioco per comodità, si è adagiato mandando lentamente e silenziosamente a rotoli il suo matrimonio, non ha il coraggio di guardare la moglie negli occhi né tantomeno di parlare con il figlio, ormai adulto e indipendente, con il quale ha chiuso definitivamente i rapporti. 
   Harold ha scelto di vivere a metà perché, apparentemente, è molto più semplice.





Potrebbe sembrare banale raccontare la storia di un uomo qualunque, tuttavia un motivo c'è, ed è il suo “imprevedibile viaggio”, come cita il titolo del libro del quale è protagonista. 
   Sarà una lettera a spingerlo ad uscire dal suo torpore esistenziale, e a trascinarlo per strada, con un paio di scarpe da vela (non proprio il massimo per percorrere centinaia di chilometri) e senza nemmeno il cellulare in tasca. 

Ed è proprio la lettera, il motore dell'intera narrazione: un messaggio di una ex collega del buon Harold, Queenie Hennessy, malata terminale di cancro, che si sta lentamente spegnendo in un ospedale, e che decide di mandare un ultimo saluto al collega alla quale la lega un profondo affetto (e un amore, mai corrisposto e mai dichiarato).

Piccolo particolare: Queenie è ricoverata a circa mille chilometri dalla cittadina dove vive Harold. 
   Un ostacolo? No, un cammino di espiazione, ecco cosa diventa il viaggio che Harold intraprende, rigorosamente a piedi, un viaggio dove le vesciche sono il male minore, rispetto al continuo susseguirsi di ricordi che martellano la mente ma soprattutto il cuore, in un alternarsi costante di momenti tristi e teneramente euforici, di telefonate ad una moglie tanto amata, ma che sembra indifferente all'impresa titanica del marito che ha deciso, irrazionalmente ma con passione e forza di volontà, che per ogni passo che lui compirà, Queenie vivrà un giorno di più.

La forza narrativa de "L'imprevedibile viaggio di Harold Fry" sta proprio nel racconto delle piccole cose: un linguaggio che sonda con semplicità l'interiorità, i sentimenti e le emozioni del protagonista e di coloro che lo circondano, una carrellata di personaggi più o meno bizzarri che, con le loro storie, permetterono ad Harold di comprendere che la felicità è a portata di mano (o di piede, restando in tema).
Un eroe moderno che rappresenta ognuno di noi, con i pregi e i difetti, i vizi e le manie che caratterizzano questa variegata umanità.

L'autrice, Rachel Joyce (scrittrice e sceneggiatrice inglese), ripropone in chiave moderna il tema del viaggio, uno dei più maggiori e più diffusi nella letteratura classica fin dai tempi più antichi, arcaici direi: il nostro Harold non potrebbe forse essere un novello Ulisse, in cerca di un riscatto dalla mediocrità, alla (ri)conquista della moglie, che ha perso fiducia in lui?

In effetti, anche il cognome dell'autrice potrebbe essere un nomen omen, alla latina: Joyce, come l'immortale James, autore del celebre "Ulisse" del Ventesimo secolo. Quando si dice, un (cog)nome, un destino (letterario).


"Questo articolo è apparso il 10/04/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."

http://www.paperstreet.it/cs/leggi/limprevedibile-viaggio-di-harold-fry-rachel-joyce.html

venerdì 7 agosto 2015

#lavoro: Giovani, sì, ma non per questo abelinati!

Questa mattina mi è arrivata, tramite una delle solite newsletter, l'ennesima offerta di lavoro (leggi "presa per i fondelli"): "Cercasi redattore web per periodico online di cultura... la collaborazione è da considerarsi a titolo gratuito, in cambio offriamo la visibilità sul nostro sito."
   Ma allora, ma pensate che noi poveri cristi facenti parte dell'amaro mondo della comunicazione siamo tutti quanti dei perdaballe (passatemi il termine)?!
   Chiedereste mai ad un ingegnere o ad un architetto di lavorare gratis?!

Io non mi capacito di come, in un Paese cosiddetto civilizzato, possano accadere cose simili, e credo che l'Italia sia un unicum anche sotto questo aspetto, purtroppo.
   Fossi un datore di lavoro, mi vergognerei nel pubblicare una simile offerta, se così la si può definire.

Io per fortuna un lavoro ce l'ho e, per quanto lo stipendio sia piuttosto striminzito, almeno sono riuscita a trovare un minimo sbocco professionale nel settore per cui ho studiato, ma questo è sfruttamento bello e buono: è troppo comodo far leva sul senso di frustrazione di persone che, dai sogni e dalle belle speranze degli anni universitari, hanno preso una vera e propria facciata contro un muro di cemento, quello della disoccupazione, degli stage che equivalgono pressoché a decine e decine di lavoro gratuito o quasi, a contratti dalla durata che definire ridicola è un eufemismo.

Ogni volta che parlo con qualche persona un po' più anziana, sento dire che, tutto sommato, si stava meglio ai tempi della guerra o giù di lì, e mi si accappona la pelle: ma come diavolo abbiamo fatto a ridurci così?!
   Quando sento i vari pseudo-politicanti parlare di ripresa, decantare che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, non so se ridere, piangere o vomitare, ogni volta un dilemma.

Siamo tutti capaci a spingere questa generazione di gente così poco "choosy", della quale anch'io faccio parte, a far su baracca e burattini e andare all'estero, quando si ha il sedere incollato saldamente ad una poltrona.
 
Ma sapete cosa vi dico? Che IO, ALL'ESTERO, NON CI VOGLIO ANDARE. 

Non perché abbia qualche pregiudizio, ma semplicemente perché non è mai stato il mio sogno.    Conosco gente che, praticamente dal primo vagito, ha sempre anelato a cambiare aria, trasferirsi in qualche capitale europea o in qualche luogo esotico e, se c'è l'ha fatta, è assolutamente giusto e sacrosanto così.
   Ma, per il mestiere che faccio io, e per i sogni che ho ancora chiusi nel cassetto, va più che bene questa nostra meravigliosa e al tempo stesso ignorante Italia.
   Arte e comunicazione non potrebbero trovare habitat più favorevole, basterebbe soltanto che qualcuno si mettesse una mano sulla coscienza ma, in caso contrario, non dobbiamo dargli la soddisfazione di andarcene in massa, per lasciare liberi i posti ai classici figli, nipoti, parenti di...

Ci sono legami troppo forti che mi tengono legata qui, il desiderio di avere, un domani, una famiglia mia, e non sta scritto da nessuna parte che una donna non possa avere di questi sogni e, al tempo stesso, poter lavorare.

Oggigiorno sembra che, se non vai all'estero, non sei nessuno, non hai esperienze degne di nota da mettere nel Curriculum Vitae, uno zero assoluto, insomma.
   Persino per fare la commessa, occorre parlare fluentemente cinese, arabo o russo, ormai anche l'inglese è superato.
   Ma insomma, padroneggiare perfettamente la propria lingua madre è forse un handicap? Non credo, specialmente sentendo certi strafalcioni proferiti da celebri e illustre bocche.
   Non vorrei apparire mussoliniana, Dio ce ne scampi, ma un po' di sano orgoglio italiano non guasterebbe. Diamo valore alla NOSTRA lingua e alle NOSTRE tradizioni, alla NOSTRA cultura, smettiamola di snobbare tutto ciò che riguarda questo NOSTRO scalcinato, ma bellissimo Paese.

Per una volta, mi sento di dar ragione a quel tarantolato dell'amico Vittorio Sgarbi: "Siamo i camerieri della Germania, quando con un solo quadro degli Uffizi potremmo comprare la città di Colonia", ha tweettato qualche giorno fa.
   In poche parole, e un po' alla genovese, smettiamola di fare le bagasce di tutti, alziamo la testa e cerchiamo di riprenderci con le unghie e con i denti ciò che ci spetta di diritto (anche se a dirlo non è certo uno stinco di santo, ma questa è un'altra storia). Amen.

giovedì 6 agosto 2015

#libri: Ugo Riccarelli, Comallamore

La storia d'amore tra me e questo libro, "Comallamore" di Ugo Riccarelli, è iniziata per caso, al supermercato (sì insomma, non sarà proprio il massimo, ma i sondaggi dicono che ci si innamora più al banco dell'ortofrutta che in discoteca...), spulciando tra le decine di volumi super scontati presenti sugli scaffali.
   Stavo soppesando con occhio critico manuali e libricini di dubbia provenienza, quando l'occhio mi è caduto su un volume con una bella copertina, un bimbo che poggia l'orecchio su una conchiglia per sentire lo sciabordio del mare.
   Dopo averlo rigirato tra le mani, leggo qualche riga sul retro, e mi conquista definitivamente, aggiudicandosi un posto nel carrello.

"Come all'amore, come all'amore" ripeté intanto il ragazzo, e quel ripetere prese quasi il ritmo di una litania ossessiva che occupava il tempo, stringeva le parole tra loro, le univa e le sintetizzava in un unico grido: "Comallamore!" urlò.
Le braccia spalancate, la testa rivolta all'insù, il giovane cominciò la sua danza sfrenata fatta di ghirigori e salti, una danza impazzita punteggiata dall'urlo della parola che aveva appena creato, con la quale aveva affrontato la paura, finalmente matto e saggio, rapito dalla felicità dell'amore che cambiava le regole della guerra e la scacciava. 
Queste le parole che hanno catalizzato la mia attenzione, e il mio presentimento non era sbagliato perché, dopo averlo letto, è diventato senza esitazioni uno dei miei libri preferiti in assoluto.
   La storia non ha nulla di strano né artefatto, un racconto ambientato al tempo della Seconda Guerra Mondiale; sai che novità, direte voi, e invece no perché, in questo caso, il terrore della guerra è filtrato attraverso gli occhi di un gruppo di personaggi indimenticabili, i pazienti di un ospedale psichiatrico (o, come veniva chiamato allora, di un manicomio), guidati sapientemente da un giovane "quasi-medico" e da un'assistente dal cuore grande come il mare.

Il protagonista principale della storia è Beniamino, giovane studente di Medicina che decide di interrompere gli studi per cercare un impiego proprio tra le mura del manicomio, luogo dove il tempo sembra essersi fermato, e che da sempre lo attrae con una forza invisibile.
   Beniamino ancora non lo sa, ma tra quelle mura diventerà un uomo, e anche un grande uomo, disposto a tutto pur di salvare le anime innocenti e dolcemente ingenue dei suoi amati pazienti.


Questo il pretesto narrativo per accompagnarci in un vero e proprio spaccato dell'Italia in guerra, di un periodo storico e di una generazione sull'orlo del baratro, dove non esistono buoni e cattivi in senso lato, ma assenza e presenza d'amore, l'unico fattore che può cambiare il corso delle cose.
   Percepire la guerra attraverso il sottile filo che divide realtà e fantasia, quello dei cosiddetti "matti", è un'esperienza che va vibrare le corde dell'anima: corpi sballottati da una violenza che non sanno comprendere né avvertire in tutta la sua efferatezza, anime fragili che reagiscono alla morte inventando altre realtà difficili da sondare.
   Come Fosco, che troverà rifugio in una parola, quella che dà il titolo al volume, inventata in un attimo di genio puro, un mantra in grado di proteggerlo e fargli capire che, per un gesto di malvagità, ce n'è sempre uno di altrettanta dolcezza, basta soltanto saperlo cogliere.



Un libro che ci trasmette un messaggio forte e che, almeno a me, ha commosso profondamente, anche grazie ad uno stile narrativo evocativo e meraviglioso, raffinato e suggestivo, in grado di coinvolgere il lettore dalla prima all'ultima pagina, grazie a sentimenti semplici e genuini.

mercoledì 5 agosto 2015

#film:Pet Sematary, il cimitero degli animali

Nonostante io sia un'accanita lettrice dall'età di 5 anni, devo dire che i libri di Stephen King non mi hanno mai attratta particolarmente; non che non mi piaccia, in fondo ho letto soltanto "La metà oscura" e "La zona morta", ma semplicemente ho sempre dato priorità ad altre autori.

Per ovviare in minima parte a questa grave lacuna, ieri ho deciso di buttarmi su un film tratto da un libro di King, "Pet Sematary, Il cimitero degli animali". Un titolo che, da animalista convinta, un po' mi turbava, temevo in scene violente nei confronti di povere e innocenti bestiole, invece tutt'altro.


La trama vede al centro della vicenda la famigliola di un giovane medico, costretta a trasferirsi in un paesino sperduto in mezzo alla campagna del Maine a causa di un trasferimento improvviso di Louis, il protagonista principale.
   Fin qui tutto bene, mamma, papà, i due figlioletti e il gattino di famiglia abitano in una grande casa circondata dal verde, con un vicino di casa tanto amabile quanto vagamente inquietante (ma si sa, in questi film è sempre così).
   Tuttavia, la casa nasconde un mistero: un sentiero che conduce dritto al cimitero degli animali, un'area dove vengono sepolti tutti gli animaletti quotidianamente investiti dai camion che circolano sulla strada che taglia a metà il paese, proprio di fronte alla casa in questione.
   Nulla di strano, direte voi. E invece no.
Perché poco più in là si trova un altro cimitero chiamato Micmac, un luogo di culto indiano in grado di riportare in vita i morti, ma sotto sembianze alterate, come creature maledette simili a zombie, assetati di sangue ed estremamente violenti.

Il nostro Louis lo scoprirà quando il gatto di famiglia verrà investito e, una volta fatto resuscitare, tornerà molto diverso da com'era in origine.
   Ma finché si tratta di un gatto, ancora ancora.
Ma ovviamente Stephen King non si è fermato qui: ad essere sepolto nel cimitero indiano sarà anche il figlio minore di Louis, Cage, investito da un tir sotto gli occhi dei genitori, in una scena che colpisce lo spettatore con la violenza di un pugno nello stomaco: ovviamente la sequenza non viene mostrata nella sua interezza, ma possiede un forte potere evocativo,

Durante la permanenza presso i suoceri di moglie e figlia, Louis dovrà fronteggiare da solo il ritorno del figlio, ed è qui che il film si divide, lasciandomi combattuta tra due diversi stati d'animo: fin qui suspense a profusione, dramma intenso nella morte del figlio e nella conseguente depressione che attanaglia un'intera famiglia, insomma tutto perfetto.
   In questa seconda metà del film, invece, si è voluto strafare, e di certo la quasi assenza di effetti speciali non ha contribuito a salvare il complesso (in fondo la pellicola è del 1989, è comprensibile).

Infatti le scene di lotta tra padre e figlio sono un po' tragicomiche, si è puntato troppo sul pathos, esagerando, secondo me. Stessa cosa per le scene dove Rachel, moglie di Louis, ricorda gli ultimi giorni di vita della sorella, Zelda, malata di meningite spinale: a dir poco raccapriccianti, il che è sicuramente un bene per un film horror, non c'è che dire, forse le più impressionanti di tutto il film, anche considerando che la violenza delle immagini è unita ad una percezione della malattia davvero forte.

Proseguendo nella storia, i dettagli si fanno sempre più violenti, e le scene finali sono davvero toste: il piccolo Cage, tornato dall'aldilà, ucciderà il vicino di casa (lo ritroviamo e, nonostante l'aspetto poco rassicurante, scopriamo che farà di tutto per aiutare questa famiglia spezzata) e la madre: anche in questo caso non si vede un granché, non si indulge troppo sulla violenza gratuita, ma vedere un bambino di tre anni che si avvicina alla propria mamma impugnando un bisturi è un'immagine che disturba parecchio.

A questo punto Louis, distrutto dal dolore, decide di ritentare l'esperimento, e riporta in vita l'adorata moglie.
   E qui viene il nervoso, come in tutti i film horror: possibile che i protagonisti, immancabilmente, debbano andare nelle case stregate solo di notte con il temporale, rigorosamente da soli?!
   Possibile che debbano sempre fare cose stupide che a nessuna persona normale verrebbero in mente?! Anche qui, ma se non ti è andata bene né con il gatto né con il figlio, possibile che ci devi riprovare con la moglie?! Però, in effetti, se così non fosse stato, non si sarebbe fatto il film.

Com'era prevedibile, l'adorata moglie, dopo un bacio appassionato al marito, lo pugnala alla schiena, e il film termina con una vera e propria carneficina.





Tirando le somme, il film mi è indubbiamente piaciuto, la storia è originale e ben sviluppata, e soprattutto mi ha fatto venire viglia di leggere il libro, che sarà sicuramente meglio del film, come quasi sempre accade.
   Tuttavia, questa distinzione piuttosto percepibile tra prima e seconda parte, tra sottile ansia e degenero totale, lede un po' la qualità della pellicola: si eccede nelle premonizioni e nei dettagli che vogliono shockare lo spettatore ad ogni costo, scivolando un po' nel classico film hollywoodiano e in un finale a tratti kitsch, ma nel complesso godibile.
   Insomma, niente di eccezionale, ma assolutamente consigliato agli amanti del genere.

martedì 4 agosto 2015

#musica: Ce ne fossero di Jack Savoretti!

Un paio di giorni fa mi è capitato di assistere ad un concerto live di Jack Savoretti, non dico per caso ma quasi: infatti, dopo aver saputo che si sarebbe esibito gratuitamente presso il Designer Outlet di Serravalle Scrivia, il mio paese, spinta dalla curiosità e dal fatto che l'unica sua canzone che conoscevo mi piaceva parecchio, ho deciso di sfidare le intemperie e provare.
   Quale saggia decisione! Uno spettacolo, sotto tutti i punti di vista.
Un'ora e mezza di musica di altissima qualità, un mix di pop/soul/folk che scalda il cuore, un repertorio che spazia dalle ballate romantiche (celeberrima The other side of love, molto trasmessa in radio) a ritmi più  vivaci, perfetti per ballare e scatenarsi.


Ma ciò che colpisce più di tutto è la voce di questo trentaduenne, per metà genovese e per metà londinese: calda e un po' roca, da rocker ma dalla dolcezza sconfinata, al punto da essere paragonato a Simon&Garfunkel e Sua Maestà Bob Dylan.

Uno con una voce così potrebbe cantare anche l'elenco del telefono, garantito. 
   E in più, concedetemi un commento vergognosamente femminile: è pure figo, e parecchio.
Unica pecca: sposato (con l'attrice britannica Jemma Powell) con prole (una bimba di due anni e un bimbo nato a marzo), ma non si può avere tutto dalla vita.



Bello, bravo, e pure umile e simpatico: per tutta la durata del concerto al quale ho assistito si è rivolto al pubblico con gentilezza e molta semplicità, un ragazzo assolutamente non costruito, che ogni tanto infila anche un "belin" tra una frase e l'altra, che ci sta sempre bene.


Insomma, una boccata d'aria fresca, in mezzo a tanti cafoncelli presuntuosi che, dopo aver fatto una canzone, magari pure rappata e terribilmente stereotipata, si sentono già degli idoli, i classici "animali da talent".
   In fondo, da uno che, da grande, voleva fare il poeta, non potevamo non aspettarci grande cose. Vallo a trovare uno così al giorno d'oggi, tra tronisti di Uomini e Donne e compagnia bella.

Tirando le somme, devo essere grata al caro Savoretti: oltre ad avermi allietato la serata, mi ha anche fatto ricredere sul panorama musicale attuale, sempre più sterile e asettico: sono anni che fatico a trovare qualche new entry decente, qualcuno che abbia il coraggio di proporre contenuti e melodie originali, distaccandosi dai vari Fedez (che è ancora il meno peggio), Marracash e simili, ma ormai avevo quasi perso le speranze, aggrappandomi con tutte le forze ai vecchi album di Pink Floyd, Metallica, Genesis e Mango (sì, c'entra poco, ma lo adoro ugualmente).

Sembrava impossibile, ma ce l'abbiamo fatta, stile amaro Montenegro. 


lunedì 3 agosto 2015

#viaggi: Camogli, un borgo d'incanto

Camoggi (in italiano Camogli, ma è così che la chiamano i suoi abitanti) è uno dei luoghi più belli e incantati che esistano sulla Madre Terra. 

Ok, ammetto che, forse, potrei essere un po' di parte perché, per questa regione così aspra quanto suggestiva e magica chiamata Liguria, provo un amore che va ben oltre l'immaginabile.



Infatti, per quanto io giri o viaggi in lungo e in largo, il bisogno di ritornare in questi luoghi si fa sempre sentire, è una sorta di richiamo che corre sottopelle e nelle vene, non so se sia per il mare, il fascino dei borghi abbarbicati sulla roccia, il profumo del polpettone e del fritto misto o una combinazione dei vari elementi uniti insieme.


Tutto questo preambolo per accompagnarvi, anche stavolta attraverso immagini (le foto sono tutte scattate da me con la mia fedele Reflex alla mano!) e parole, in un breve percorso per il borgo di pescatori per eccellenza, giusto ieri vestito a festa per accogliere le celebrazioni della Stella Maris. 


A parte l'angoscia iniziale per la strenua ricerca di un parcheggio (armatevi di pazienza, prima o poi lo troverete), appena arrivi a Camogli ti si apre il cuore: le vie sono quelle tipiche dei paesi liguri, una centrale un po' più ampia, e subito un dedalo di caruggi stretti, dove i palazzi antichi sembrano sfiorare le loro cime, in un abbraccio che avvolge il turista e lo lascia senza parole.



Io credo che sia proprio questo senso di raccoglimento a rendere speciali queste viuzze: se voi siete tra quelli che le considerano opprimenti (qualcuno c'è, ebbene sì), sappiate che vi toglierò il saluto prima ancora di avervi conosciuti.



Insomma, dopo una capatina d'obbligo alle bancarelle del centro, è bellissimo inoltrarsi nei vicoli, unico rischio quello di sbucare a casa di qualcuno, ma poco male, il ligure medio non è poi così burbero come viene puntualmente descritto.


Quando passeggiate in un qualsiasi paese della Liguria, sappiate che perdersi è praticamente impossibile: qualsiasi strada in discesa vi condurrà dritti dritti al mare, non si può sbagliare. E anche in questo caso è così: imboccate una delle anguste scalette e vi ritroverete, dopo una cinquantina di gradini, direttamente al porticciolo, dai colori davvero splendidi: un mare blu e profondo, barche di ogni colore, dimensione e tipologia, che dondolano dolcemente ormeggiate alla riva, circondate da una cornice di antichi palazzi dalle facciate dipinte.  






Casomai non si fosse ancora capito, io sono una di quei fieri sostenitori della riscoperta del nostro BelPaese, un gioiello troppo spesso ignorato e maltrattato.
Sarò poco tollerante, ma non sopporto coloro che privilegiano l'estero a tutti i costi, e poi magari non conoscono la propria terra, snobandola soltanto perché a portata di mano.

Abbiamo la fortuna e il privilegio di abitare un Paese che custodisce tesori inestimabili, anche se non ce ne rendiamo abbastanza conto, ormai ci abbiamo fatto l'abitudine.
   Nulla di più sbagliato. 
Non abituiamoci mai alla bellezza, stupiamoci ogni giorno, meravigliamoci ogni istante per ciò che abbiamo ricevuto in dono, e che abbiamo il dovere di proteggere e salvaguardare.



Proseguiamo questo piccolo tour fino alla punta più estrema del borgo che, uscendo dai caruggi, ci porta al suggestivo Castello della Dragonara, chiamato anche Castel Dragone: un forte a guisa di guardiano di Camogli e dei suoi abitanti, in parte distrutto ma che conserva ancora tutta la sua fiera bellezza.



E, dopo questo assaggino, arriviamo al motivo per cui mi è venuta voglia di scrivere qualche riga su Camogli: la celebrazione della Stella Maris, festeggiata ogni prima domenica di agosto, in onore della Madonna protettrice dei marinai, la Stella del Mare appunto, raffigurata anche in un mosaico ritrovato all'interno della Chiesa di San Nicolò di Capodimonte, risalente al 1400. 

La festa si svolge in diversi momenti: al mattino il parroco, sulla prua del Dragun, la barca addobbata a festa che sta in cima alla processione navale, rende omaggio all'altare che si trova sulla spettacolare Punta Chiappa, una processione sul mare che rende questo momento ancora più bello e solenne. 
La sera, poi, è il momento clou: torna il Dragun, illuminato a festa, seguito da canoe e barchette anch'esse luminose, punti luce in mezzo al brillio del mare, un velluto nero cosparso di piccole lanterne che sembrano stelle, fatte galleggiare a pelo dell'acqua dai presenti come messaggio di buon auspicio. 





Il mare e il cielo sembrano invertiti, si mescolano e si dissolvono l'uno nell'altro, in una magia davvero unica, illuminata da un tramonto che, pian piano, lascia il posto alla notte.