Etichette

giovedì 19 novembre 2015

#musica: Freedom, Pharrel Williams, un inno alla libertà

Freedom                                     
             
Hold on to me
don’t let me go
who cares what they see?
who cares what they know?
your first name is free
last name is dom
we choose to believe
in where we’re from

man’s red flower
it’s in every living thing
mind, use your power
spirit, use your wings
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom

hold on to me
don’t let me go
killers need to eat
don’t let you lope
your first name is king
last name is dom
we choose to believe
in everyone

when a baby first breathes
when night sees sunrise
when the whale hunts in the sea
when man recognize us
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
breathe in

we are from heat
the electric one
does it shock you to see
he left us the sun?
atoms in the air
organisms in the sea
the son and, yes, man
are made of the same things

freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom
freedom

                                         
                                                                                          Libertà

Aggrappati a me
non lasciarmi andare
chi se ne frega cosa vedono loro?
chi se ne frega cosa sanno loro?
il tuo nome è Free
il cognome è Dom
abbiamo scelto di credere
da dove veniamo

il fiore rosso dell’uomo
è in ogni essere vivente
mente, usa il tuo potere
spirito, utilizza le ali
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà

tienimi legato a te
non lasciarmi andare
gli assassini hanno bisogno di mangiare
non ti permettono di sperare
il tuo nome è King
il cognome è Dom
abbiamo scelto di credere
in tutti noi

quando un bambino fa il suo primo respiro
quando la notte vede l’alba
quando la balena caccia in mare
quando l’uomo ci riconosce
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
aspirare

veniamo dal calore
quello elettrico
ti sorprende vedere
quello ci ha lasciato il sole?
atomi nell’aria
organismi del mare
il figlio e, sì, l’uomo
sono fatti delle stesse cose

libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà
libertà


Solitamente sono piuttosto scettica e critica nei confronti dei cantanti pop e R&B odierni, mi sembrano tutti preconfezionati, le loro canzoni stereotipate, prive di contenuti, al massimo vagamente orecchiabili; tuttavia, quando ho sentito questa canzone, un disperato urlo che inneggia alla libertà, ho distolto l'attenzione da ciò che stavo facendo e mi sono messa ad ascoltare.
   Puro, piacevole sgomento nell'apprenderne l'interprete, Pharrell Williams, che ricordavo per qualche motivetto accattivante ma, principalmente, per "Happy", colonna sonora di quei batuffoli gialli chiamati Minions.

La canzone passava in radio, non ho ascoltato con attenzione le parole del testo, non ho voluto vedere il video, almeno inizialmente, mi sono concentrata soltanto sull'intensità della melodia e, così facendo, mi sono comparse davanti agli occhi, con un realismo e una veridicità impressionanti, vivide scene di violenza, di violazione della libertà e dei diritti fondamentali dell'essere umano, ho associato quell'urlo all'orrore che stiamo vivendo in questi giorni, ho contrapposto quel desiderio di libertà al senso di ingiusta privazione che stiamo subendo a causa di un terrorismo mascherato da fanatismo religioso che, ancor più che sulla violenza, si basa sulla paura, sull'inibizione di tutto ciò che amiamo, la musica, il teatro, la cultura, il divertimento, il puro piacere di vivere un'esistenza che ci guadagniamo ogni giorno, e che vale sempre e comunque la pena di essere vissuta.

Un grido, "Libertà", che mi ha trasportata lontano, in quei maledetti campi dov'è nato il blues, quel "diavolo blu" (sì, perché il termine blues deriva dalla locuzione "to have the blue devils", letteralmente "avere i diavoli blu", che indica una profonda sensazione di tristezza e sconforto) che ebbe origine tra i neri vessati da signori e padroni senza nemmeno un briciolo di umanità e pietà, dove, per sopportare il dolore e la fatica le lacrime non sarebbero bastate, e allora è nata una melodia, eterogenea, discorde, spontanea, senza regole, dove ognuno poteva identificare se stesso come persona, e non come un "negro" buono soltanto per spezzarsi la schiena e soddisfare le perversioni di esseri immondi che fecero della schiavitù una fonte di ricchezza spropositata.

Immagini sovrapposte, frammenti di film, telegiornali, notiziari, brani intensi e struggenti, una gamma infinita di emozioni che potevo aspettarmi da David Gilmour, Peter Gabriel, Fabrizio De André, ma decisamente non da Pharrell Williams.
   Mea culpa, mi ero lasciata ottenebrare dal pregiudizio, ebbene sì lo ammetto: ma c'è sempre tempo per redimersi, parola di scettica cronica e pericolosamente contagiosa. 

mercoledì 18 novembre 2015

#libri: Era di maggio - Antonio Manzini




Rocco Schiavone è un poliziotto decisamente sui generis; se avete in mente investigatori come l'intuitivo Hercule Poirot di Agatha Christie, il paranoico Guido Ferreri di Gianrico Carofiglio o il pungente Salvo Montalbano di Andrea Camilleri, siete fuori strada.
   Perché Rocco Schiavone, vicequestore politicamente scorretto nato dall'abile penna del romanziere, attore e sceneggiatore Antonio Manzini, pur essendo un poliziotto fuma spinelli, è sgarbato, scorbutico al limite dell'umana sopportazione, ha un temperamento burbero e modi spicci.






Un personaggio così drammaticamente reale, vero, un personaggio brutale perché è così che l'ha plasmato il dolore, quello per la perdita della moglie, rimasta uccisa in un agguato, in una realtà dove la tenerezza e l'umanità diventano motivo di debolezza.
   È proprio il suo protagonista principale a rendere così interessante “Era di maggio” (Sellerio, 2015), ultima fatica di Manzini, un noir a tinte fosche ambientato tra la fredda Aosta e una Roma avvolta in ombre troppo scure per un solo uomo.

In questo nuovo capitolo il lettore ritrova con piacere il personaggio di Schiavone, già protagonista dei romanzi “Pista nera” (2013), “La costola di Adamo” (2014) e “Non è stagione” (2015), questa volta al centro di una vicenda che sa di corruzione, di privilegi sociali, di sesso facile e di mafia, immersa nel più totale disincanto, quello che caratterizza l'Italia dei nostri giorni, un affresco storico, sociale ed economico tristemente realistico e contemporaneo.
 
L'innegabile pregio stilistico di Manzini è quello di saper fondere il ritmo serrato di un thriller perfettamente orchestrato a un'ironia pungente e graffiante, in grado di rovesciare i canonici ruoli colpevole/ innocente; a fare da collante, dialoghi veloci, spiazzanti, taglienti come lame affilate.
   Per quanto riguarda la lettura, essendo il quarto romanzo di una serie, “Era di maggio” risulta a tratti faticoso da seguire, se non ci si è nutriti a “pane e Schiavò” per un po' di tempo.
   E, a proposito di serialità, il finale aperto lascia chiaramente intendere la stesura di un nuovo capitolo, un sequel che permetterà di ottenere nuovi frammenti di quell'intricato puzzle che è la vita del protagonista, un antieroe che ci mostra le sue debolezze, ma anche un lato della giustizia non semplice da raccontare, che talvolta sfugge alla canonica legalità, dove bene e male, vendetta privata e giustizia corrono sul filo del rasoio, due rette parallele che, contro ogni convenzione, talvolta si scontrano irrimediabilmente.

"Questo articolo è apparso il 16/11/2015 sulla rivista online Paper Street. Per gentile concessione."
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/recensione-era-di-maggio-antonio-manzini.html

martedì 17 novembre 2015

#arte: "De Chirico e Nunziante. Oltre le apparenze", quando l'arte si mescola ad una realtà trascendentale

Oggi vi racconto la mia esperienza presso una delle mostre più interessanti della stagione, che si è appena conclusa a Bra, presso il sontuoso Palazzo Mathis, situato in una piazza affascinante e suggestiva di questa bella cittadina piemontese: sto parlando di "De Chirico e Nunziante. Oltre le apparenze", 50 opere che evidenziano il legame e la continuità tra le poetiche di due grandi artisti, l'uno ideatore della corrente artistica della Metafisica, l'altro suo continuatore e maggiore esponente contemporaneo.
   Due artisti che propongono interpretazioni differenti, accomunate dalla creatività e dalla voglia di raccontare la realtà circostante attraverso una concezione onirica e profondamente evocativa.



Nelle opere di Antonio Nunziante si ripetono, con grandissima inventiva, i principi estetici e i cardini concettuali della pittura di Giorgio De Chirico, tra scenari che valicano l’apparenza fisica e tangibile della realtà, mondi solitari abitati da oggetti enigmatici, dove la presenza umana non viene contemplata, ma sostituita da inquietanti figure, manichini senza volto o busti di sapore classico.
   Sia nelle opere di De Chirico che in quelle di Nunziante la costruzione prospettica è destabilizzante per l'osservatore, il tempo appare congelato e le ombre sono insolite, non corrispondenti agli elementi presenti nei quadri, e si avvicinano a quelle prodotte dalla luce di riflettori teatrali, gli oggetti sono decontestualizzati, i richiami si succedono senza fine.


Ma da che cosa trae origine tutto questo? Sicuramente dal fatto che la Metafisica nasce in un periodo storico pieno d'incertezze quale fu quello della Prima Guerra Mondiale, quando le persone comuni, coloro che detenevano il potere, coloro che si ribellarono e coloro che acconsentirono senza opposizioni, ma soprattutto coloro che cercarono di dare espressione alle loro emozioni ed ideologie tramite l'arte, ebbero reazioni e manifestazioni contrastanti.
   Una versione profonda e unica dell'uomo che si prepara a combattere, o a subire, la guerra, totalmente spersonalizzato, che mi ricorda tanto il nostro presente, specialmente alla luce delle spaventose immagini di una Parigi devastata nel suo intimo, immagini crude e spaventose che rimbalzano sui canali televisivi senza sosta.
   Una tipologia di arte a tratti pessimistica, le cui influenze si possono individuare nella filosofia storica di Nietzsche e nella solennità della mitologia greca, trasposta in una dimensione angosciosa e ambigua.


Un esempio tangibile di questi concetti, che ho potuto osservare personalmente alla mostra di Bra, sta proprio nelle opere facenti parte della serie delle "Piazze d'Italia", caratterizzate da un'architettura classica che non permette di comprendere né il luogo né il momento in cui ci si trova, e che spesso si mescola ad elementi di modernità come le fabbriche, di cui si scorgono le ciminiere, in un continuo richiamo tra passato e presente.
   Tra le caratteristiche che più colpiscono, i molteplici punti di fuga incongruenti tra loro, le campiture di colore piatte, uniformi, prive di sfumature e chiaroscuri, le figure assolutamente statiche, immobili, fuori dal tempo e dallo spazio.
   Analogo discorso vale per le nature morte, dove ai consueti soggetti si aggiungono elementi della classicità greca, come maschere o parti di statue. L'angoscia aleggia in ogni opera.


La differenza tra i due artisti sta principalmente qui: De Chirico ci mostra tutta il malessere che deriva dall'entrata in guerra, una percezione perlopiù fortemente negativa, Nunziante ci propone immagini liberamente interpretabili, spiazzanti, nelle quali l'osservatore può riconoscere le proprie ansie, ambizioni, paure, sogni, pensieri, in uno spazio del tutto soggettivo, ma non necessariamente negativo, anzi.
   Immagini oggettivamente belle, dal tratto grafico pulito e preciso all'inverosimile, dove il colore viene modellato morbidamente nei suoi toni più accesi, lontani dalle scelte cromatiche di De Chirico, immagini che ci dimostrano che anche la bellezza, nella sua esternazione più sontuosa e originale, può dare adito a reazioni contrastanti ma sempre fortemente empatiche e suggestive.

lunedì 16 novembre 2015

#ParoleAColori intervista la #LaMansardaDeiRavatti

Oggi, per la prima volta, vi riporterò un articolo che non è stato scritto d me, ma che mi riguarda da vicino: si tratta di un'intervista che la giornalista professionista Roberta Turillazzi, Caporedattore della rivista culturale online Parole a Colori, ha voluto condurre sulla sottoscritta, ma specialmente sul mio blog, per conoscere meglio i retroscena de "La mansarda dei ravatti", del mio lavoro di giornalista e della mia vita personale, il tutto all'interno della rubrica "Intervista alla blogger".
   Un'intervista divertente, ironica, che vi aiuterà a conoscere un po' meglio la "testina" che sta dietro agli articoli che vi propino quotidianamente... ;)



Un blog politematico, dove la giornalista freelance Arianna offre una prospettiva critica sul mondo

Intervista alla blogger | La mansarda dei ravatti

Arianna Borgoglio è una giornalista freelance 26enne dalle mille passioni. Tra queste ci sono sicuramente la scrittura e la lettura, insieme alla storia dell’arte, alla cucina intesa come amore per il buon cibo più che predisposizione a star dietro ai fornelli -, ai viaggi e alla musica.


In questa intervista ci parlerà in veste di blogger, raccontandoci com’è nato il suo La mansarda dei ravatti, cosa significa di preciso il nome, come si vede in futuro e molto altro ancora.


Ciao Arianna. Raccontaci prima di tutto qualcosa di te. Come ti descriveresti usando solo poche parole?

Sono una giornalista freelance di 26 anni, ho una Laurea in Conservazione dei Beni Culturali e una in Informazione ed Editoria, entrambe conseguite all’Università degli Studi di Genova. 
   Sono una ragazza testarda e determinata, amante di tutto ciò che si lega al mondo della cultura, ma non disdegno nemmeno cose più “terra terra”, come un bel piatto di agnolotti o di trenette al pesto.

Come e quando è nata l’idea per il blog?

In effetti l’idea di aprire un mio spazio online mi frullava in testa già da un po’, ma la spinta decisiva a mettere nero su bianco i miei mille interessi me l’ha data qualche mese fa una carissima amica. 
   Ed eccomi qui, oggi.

Perché hai deciso di cimentarti in quest’impresa? Avevi già delle esperienze analoghe alle spalle oppure questa è la tua “prima volta”?

Prima di tutto per il bisogno di esprimermi, una necessità che ho sempre avvertito fin dalla più tenera età, e poi per dar libero sfogo alla mia passione più grande, la scrittura. 
   A chi fa il mio mestiere nella vita (il giornalista, ndr) capita spesso di dover rispettare vincoli precisi, quando si tratta di scrivere, dalla lunghezza dei pezzi allo stile. Se il pensiero resta sempre assolutamente libero, l’idea che i giornalisti possano scrivere ciò che vogliono come vogliono non potrebbe essere più lontana dalla realtà. 
   Per questo, il pensiero di realizzare un mio spazio online completamente libero e personale era troppo allettante. Si tratta della mia prima volta in veste di blogger, ma ho accumulato diversi anni di esperienza come giornalista e web content editor.

Quello che colpisce, quando si arriva da te, è prima di tutto il nome del blog, “La mansarda dei ravatti”. Vuoi raccontarci qualcosa di più? Perché l’hai scelto? E cosa sono, di preciso, i ravatti?

Il merito, in questo caso, è mio soltanto in parte: infatti il nome del blog è nato in società con mia madre, una persona estremamente fantasiosa e creativa, un vero e proprio vulcano di idee. 
   Ero alla ricerca di un nome particolare, in grado di incuriosire gli utenti del web, magari non comprensibile di primo acchito ma che per questo facesse nascere il desiderio di saperne di più.    Oltre a questo, volevo qualcosa che trasmettesse una certa familiarità, l’idea di un rapporto intimo e amichevole tra blogger e lettori. 
   Così è nato “La mansarda dei ravatti”. La parola mansarda è di facile comprensione, e rimanda alla collocazione della mia camera, il mio quartier generale. Ravatti, invece, – e qui gli amici genovesi e basso-piemontesi mi perdoneranno la spiegazione – è un termine dialettale che indica un insieme di cose non precisate, piccoli oggetti che possono celare, talvolta, qualche piccolo ma prezioso tesoro, proprio come accade nel mio blog.



Quali pensi che siano le maggiori difficoltà di gestire un blog?

Sicuramente il tempo a disposizione, che spesso scarseggia. 
   E poi anche la difficoltà di trovare quel giusto compromesso stilistico e contenutistico che permetta di coinvolgere un pubblico il più eterogeneo possibile, riuscendo magari anche a fidelizzarlo nel tempo.

Il tuo è quello che si definisce uno spazio online politematico. Ti occupi di libri, arte, cinema, viaggi e altro ancora. Non hai paura che così il tuo blog risulti dispersivo? Che non attiri un pubblico preciso ma tutti e nessuno?

Non avrei mai potuto fare diversamente, perché il mio blog deve rispecchiarmi in toto, esprimere appieno le mie passioni, i miei interessi, le mie idee. 
   A dire il vero non ho paura che risulti dispersivo perché, se è vero che le tematiche sono variegate, è la mia impronta stilistica ed emotiva, riconoscibile e tangibile, a fare da fil rouge e da collante.

C’è un tema in particolare di cui ti piace scrivere, o davvero sei multiforme come sembrerebbe a una prima occhiata?

Nutro un profondo interesse per tutti gli ambiti dei quali mi occupo tuttavia, se proprio dovessi fare una scelta, probabilmente punterei sulla letteratura. 
   L’amore per i libri, per le pagine che hanno quell’odore magico di carta e inchiostro, il contatto con il “feticcio-libro” che mi porta a snobbare un po’ gli e-book, è una passione viscerale che dura ormai da 22 anni, e continua a crescere giorno dopo giorno.

Libro attualmente sul comodino?

Comodino? Quale comodino? Una volta era visibile, ormai è letteralmente sommerso dai libri, che stanno prendendo il sopravvento nella mia stanza. 
   Scherzi a parte, al momento sto leggendo un giallo davvero gustoso, “Era di maggio” di Antonio Manzini. Non ho preferenze di genere, sono una lettrice decisamente onnivora.

Meglio un film al cinema oppure uno sceneggiato comodamente sdraiata sul divano?

Alterno cinema e tv, a seconda di come mi sento in quel momento. 
   In linea di massima, comunque, i film che mi interessano di più preferisco vederli al cinema il primo giorno di programmazione, mentre il divano di casa diventa il luogo ideale per godermi soprattutto le serie tv.

Il viaggio che non hai ancora fatto ma che prima o poi intraprenderai.


Amo molto viaggiare, i miei itinerari sono sempre curati nei minimi dettagli e prevedono diverse fermate in luoghi d’interesse storico-artistico. 
   Prediligo sempre la nostra splendida penisola, ma la meta per eccellenza, quella che spero di raggiungere il prima possibile, è sicuramente la Grecia. 
   Sto mettendo da parte un gruzzoletto per concedermi, insieme alla mia dolce metà, un viaggio che tocchi i punti più importanti di questa terra suggestiva, da Atene al Peloponneso, senza dimenticare le isole, Santorini, Kos, Creta, Mykonos. Non c’è nulla di più affascinante e meraviglioso del Mediterraneo, che sa sedurmi e conquistarmi ogni volta.



Nella vita sei una giornalista freelance. Come si conciliano le tue due anime, professionista della comunicazione e blogger? E pensi di far parte della piccola percentuale di fortunati che possono vivere delle loro passioni (nel tuo caso la scrittura) e non dedicargli solo ritagli di tempo?

Mantenermi è una parola grossa, però senza dubbio sono riuscita a fare della mia passione per la scrittura e l’informazione un mestiere a tutti gli effetti. 
   Sono Web Content Editor per numerosi siti, caporedattore di una rivista culturale online dove mi occupo, manco a dirlo, della sezione libri, e giornalista freelance. 
   La competenza professionale mi aiuta moltissimo anche nell’ambito del blog: i miei capisaldi restano la ricerca di fonti attendibili, la costanza e la serietà nel lavoro, nella stesura, nella pubblicazione dei pezzi, pur non avendo, in questo caso, vincoli.

Oggi scrivere un blog è diventata un po’ una moda. Cosa deve avere, secondo te, un blog per avere successo? Per distinguersi dalla massa degli altri?

Credo che la passione sia fondamentale: quando scrivi di cose che ami, il lettore lo percepisce ed è invogliato a seguirti. 
   Lo stile dev’essere corretto ma al contempo personale. E, non da ultimo, un altro fattore fondamentale: il blog è sì uno spazio personale, ma è pubblico e quindi aperto e rivolto a tutti. 
   Per me è importante non cedere alla tentazione, purtroppo oggi molto diffusa, di autocelebrarsi a ogni costo – più contenuti di qualità, meno foto ammiccanti.

E cosa proponi tu, di particolare e a suo modo unico?

Io propongo una lettura critica, personale ma comunque calibrata, perché frutto di anni di studio universitario e non solo, di fatti, eventi, avvenimenti, insomma di tutto ciò che riguarda il variegato universo della cultura umanistica. 
   E poi uno spazio dove chiunque può dire la sua, navigando in mille direzioni, ma presentando sempre una critica ben motivata e supportata da una mentalità curiosa e aperta.

Alcuni blogger, grazie ad idee di successo e passione, sono riusciti a farsi notare da case editrici anche importanti oppure testate giornalistiche ed avviare così una collaborazione (o scrivere un libro). Uno su mille ce la fa, oppure è una possibilità concreta? Sogni qualcosa di simile, oppure il tuo blog ti basta?

Non proprio uno su mille, ma di certo non capita tutti i giorni. 
   Ovviamente il sogno nel cassetto c’è, e anche l’idea di un possibile libro, ma il tutto è in fase assolutamente embrionale. 
   L’ambizione e la voglia di mettermi in gioco non mi mancano, così come gli obiettivi, per cui staremo a vedere che succederà, sono ottimista in questo senso.

E concludiamo con LA domanda: che progetti hai per il tuo blog? Come lo vedi tra 12 mesi e dove pensi che possa arrivare?


Come mi vedo tra dodici mesi? Be’, sicuramente trasferita dalla mia attuale mansarda a un attico in pieno centro dotato di tutti i comfort , come minimo.


Ed ecco il link all'intervista che vi ho appena riportato sopra: http://paroleacolori.com/intervista-alla-blogger-la-mansarda-dei-ravatti/



venerdì 13 novembre 2015

#arte: il MUDEC di Milano, un viaggio alla scoperta dell' "altro"

Concludo oggi il ciclo di articoli dedicati al MUDEC, il Museo delle Culture di Milano, del quale vi avevo già parlato in occasione delle mostre su Barbie, la bambola più iconica al mondo, e sul grande artista Paul Gauguin.
   Oggi vi voglio raccontare qualcosa sul Museo in sé, un progetto che ha preso vita quando il Comune di Milano, nel 1990, ha acquistato la zona ex industriale dell'Ansaldo per destinarla poi ad attività culturali. Infatti le fabbriche, ormai dismesse, sono state trasformate in laboratori, studi e nuovi spazi creativi.
   La gestione, come si legge sullo stesso sito del MUDEC, prevede una formula di partnership tra pubblico e privato che vede insieme il Comune di Milano e 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore.


Visitando questo interessante e suggestivo Museo, avrete la possibilità di conoscere a fondo il patrimonio etno-antropologico della città di Milano, composto da oltre 7 mila opere d'arte, oggetti d'uso comune appartenenti ad antiche civiltà, tessuti e strumenti musicali provenienti da tutti i continenti, mostre internazionali e iniziative a cura delle comunità internazionali presenti sul territorio milanese.

Impressionante anche la stessa struttura del MUDEC: un edificio futuristico, caratterizzato da corpi dalle forme squadrate rivestiti di zinco e da una struttura in cristallo, che colpisce l'immaginazione del visitatore anche grazie alla sua hall centrale dalla forma totalmente libera, con una corte interna dalla sagoma a fiore, una piazza coperta concepita come punto d'incontro ideale fra le varie culture.


Per quanto riguarda la collezione etnografica, la cui formazione risale all'Ottocento, è il frutto di oltre duecento anni di donazioni di missionari, esploratori, studiosi e collezionisti milanesi.
   Le più antiche sono i lasciti a diversi enti pubblici del luogo, come ad esempio il Museo Patrio Archeologico di Brera, il Museo Artistico Municipale e il Museo di Storia Naturale, mentre le più recenti sono giunte in loco con la realizzazione del MUDEC.
   Il patrimonio delle Civiche Raccolte di Asia, Africa, America e Oceania è il cuore pulsante del Museo delle Culture, è formato da oltre 7 mila oggetti che coprono un arco cronologico che va dal 1000 a.C. fino al Novecento. 




INFO E PRENOTAZIONI: 

  • Infoline e prevendita: tel. 02 54917, sito www.ticket.it/mudec
  • Orari: lunedì 14.30-19.30/ mar-mer-ven-dom 9.30-19.30/ giovedì e sabato 9.30-22.30 (il servizio di biglietteria chiude un'ora prima delle chiusura del Museo)
  • Bistrot: tutti i giorni 7.00-19.30/ giovedì e sabato 7.00-22.30/ tel. 02 84293706/ email: bistrot@mudec.it
  • Ristorante: tutti i giorni 12.00-14.30/ 19.30-23.30/ tel. 02 84293701/ email: restaurant@mudec.it
  • Design Store: lunedì 14.30-19.30/ mar-mer-ven-dom 9.30-19.30/ giovedì e sabato 9.30-22.30/ tel. 02 84293707/ email: designstore@mudec.it
  • Parcheggio a pagamento: aperto h24

Inoltre, fino al 21/02/2016 è possibile visitare la mostra "A beautiful confluence. Anni e Josef Albers e l'America Latina", un tripudio di tessuti, litografie, pitture, oggetti di design di questi due artisti che si conobbero in Germania, presso la famosa scuola d'arte del Bauhaus, poi obbligati all'esilio negli Stati Uniti dal Terzo Reich.
   Attratti dal fascino del Messico, dei tesori Mauìya e Inca, approfondirono la conoscenza di quelle antiche culture, dove "l'arte era ovunque", come asserivano loro stessi.
   Da qui nacque una meravigliosa collezione di antichi manufatti, che diede origine alla Josef e Anni Albers Foundation, ospitata in parte al MUDEC grazie al contributo del collezionista italiano Federico Balzarotti.


  • Infoline: 02 54917/ www.mudec.it
  • Orari: lun 14.30-19.30/ mar-mer-ven-dom 9.30-19.30/ giovedì e sabato 9.30-22.30
  • Biglietti: ingresso con biglietto della Collezione permanente 


giovedì 12 novembre 2015

#film: Snoopy & Friends, il film dei Peanuts

Premetto che questa NON sarà una recensione oggettiva, contrariamente a quanto vi ho proposto fino ad oggi. 
   No, questa sarà una recensione accecata dall'amore per le noccioline, per quei Peanuts che mi accompagnano da 26 anni, donandomi un sorriso e un pensiero positivo pressoché quotidianamente.

Quando, lo scorso anno, ho saputo che sarebbe uscito nelle sale cinematografiche un lungometraggio dedicato al piccolo, grande mondo nato dalla fantasia di quel geniale poeta che fu Charles M. Schulz, devo dire che le mie reazioni sono state contrastanti: da un lato l'attesa, simile a quella di un bimbo di 5 anni la notte di Natale, un'attesa emozionata e spasmodica, che da adulti si prova ben raramente.
   Dall'altro, il timore di una delusione cocente, come sempre quando si va a toccare ciò che più amiamo, fin dalla più tenera età.

Devo dire che, appena ho visto i primi fotogrammi del film, mi sono dovuta ricredere, e i miei timori si sono sciolti come neve al sole. Standing ovation per il regista, Steve Martino, che è riuscito a rendere alla perfezione, sul grande schermo e con la tecnica del digitale, tutta la poesia e la bellezza di questi personaggi, conservandone anche il tratto grafico distintivo, al punto da faticare a distinguere le immagini sullo schermo da quelle sulla carta stampata (bellissimo il confronto tra le due versioni, durante lo scorrimento dei titoli di coda). Nessuna esasperata modernità, niente di gratuito o fuori luogo.

In effetti, il fatto che il film sia nato da un'idea del figlio di Charles M. Schulz, Craig, e che sia stato scritto da quest'ultimo e da Bryan, il nipote di Charles, poteva costituire, già di per sé, una garanzia, ma io sono come San Tommaso, si sa: ho dovuto toccare con mano, e non sono rimasta affatto scottata, anzi.

Ma arriviamo a parlare del film: innanzitutto, dal punto di vista prettamente visivo, la pellicola è un qualcosa di bellissimo, Bello, oggettivamente (stavolta posso dirlo!) bello, dai colori alla grafica, fino alle ambientazioni (una su tutte il paesaggio innevato, sarà che io sono una fanatica del Natale...).
   Spettacolari anche le espressioni "piatte" dipinte sul volto di Charlie, Snoopy e amici, che ricordano in toto l'opera di Schulz, come il fatto che i pensieri dei personaggi siano "a fumetti", racchiusi dalle classiche "nuvolette", o ancora che, di tanto in tanto, si affaccino sulla scena onomatopee e altri segni grafici tipici del mondo dei comics, come il volo tratteggiato di Woodstock.


Anche la caratterizzazione dei personaggi stessi è magistrale, e a suo modo rassicurante: Charlie Brown è sempre timido e pasticcione all'inverosimile, Snoopy sempre ossessionato dal Barone Rosso, Lucy inviperita q.b., Sally innamorata, Linus filosofo in erba, e via così.
   E non sono rimasta poi così sconvolta, come è accaduto a molti altri utenti del web, nel rendermi conto che, finalmente, dopo più di 50 anni, la ragazzina dai capelli rossi ha un volto.
   Era ora, sono più di vent'anni che voglio vederla in faccia, questa fantomatica ragazzina, e volete mettere la soddisfazione di vedere un Charlie Brown che, preso il coraggio a quattro mani, finalmente riesce a rivolgere la parola alla sua amata, ricambiato? La più grande rivincita dei nerd, non c'è che dire, un momento epico nella storia del fumetto.
 
Perché, in fondo, non c'è frase più vera di quella, detta e stradetta, che asserisce che "Charlie Brown è tutti noi".
   E proprio per questo la semplicità malinconica e tenera dei Peanuts riesce a coinvolgerci così profondamente, riesce a trasmettere, a pelle, l'euforia di un brachetto dotato di una fervida immaginazione, l'insicurezza di un ragazzino innamorato, la finta prepotenza di una bambina un po' spavalda, l'intelligenza sproporzionata di un bimbo che, nei momenti di indecisione, si attacca alla sua coperta, morbido scudo protettivo, e attende con fiducia l'arrivo del Grande Cocomero.


Fatto sta che (avrò dei problemi, ma in fondo chi non ne ha?) sono uscita dal cinema con un sorriso stampato sulla faccia, e gli occhi lucidi dalla commozione, perché vedere Snoopy e tutti gli altri "vivi", animati, proprio di fronte a me, mi ha fatto uno strano effetto: è stato come ritrovare "in carne e ossa" un vecchio amico di penna, la concretizzazione di un legame affettivo che mi unisce alle pagine di quello che, per me, è IL fumetto, in un film che sprizza amore per i Peanuts e Schulz da tutti i pori, esattamente come l'avrei voluto se avessi potuto girarlo io stessa, e infarcito di tutte le citazioni più belle e significative delle strisce dagli anni Cinquanta al Duemila (non manca proprio nulla, compreso il banchetto di consulenza psicologica di Lucy e l'incubo del lancio della palla da rugby alla quale la stessa Lucy sottopone quotidianamente il povero Charlie Brown, gli aquiloni di Charlie Brown continuano a non volare e i capolavori letterari di dubbio gusto scritti da Snoopy iniziano sempre con "Era una notte buia e tempestosa..."...).

E ora lancio un appello: VI PREGO, REALIZZATE UNA SERIE TV, ALMENO IN 10 STAGIONI, SONO GIà IN PIENA CRISI DI ASTINENZA DA PEANUTS!

mercoledì 11 novembre 2015

#libri: Le perfezioni provvisorie, Gianrico Carofiglio


"Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categoriedegli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti, Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti." 


Ciò che colpisce leggendo un libro come "Le perfezioni provvisorie" di Gianrico Carofiglio è il perfetto equilibrio che caratterizza questo romanzo, a metà tra giallo e introspezione, un'opera profondamente umana, godibile, dove lo stile accattivante e divertente si mescola con una magistrale padronanza della lingua italiana, in grado di esprimere una gamma di sentimenti ed emozioni pressoché infinita.

Protagonista di questo noir è Guido Guerrieri, personaggio decisamente rodato, giunto alla sua quarta avventura guidato dalla penna di Carofiglio: un avvocato che si divide costantemente fra il suo serioso e impegnativo lavoro - condito di un nuovo elegante studio, nuovi collaboratori, una carriera brillante - e la solitudine venata di malinconia delle sue ore private, dove la riflessione/autocommiserazione la fanno da padrone.
 

Antidoti a questa malinconia irrefrenabile, un senso dell'umorismo irriverente che conquista fin dalla prima battuta, l'amore per la musica e i libri, ma soprattutto le surreali e atipiche conversazioni con il sacco da boxe, nel soggiorno di casa, amico e confessore saggio e silente.

Questo capitolo della vita di Guerrieri inizia quando un collega gli propone un incarico insolito: cercare gli elementi per dare nuovo impulso a un'inchiesta di cui la procura si accinge a chiedere l'archiviazione. Manuela, studentessa universitaria a Roma, figlia di una Bari borghese e opulenta, è scomparsa in una stazione ferroviaria, inghiottita nel nulla dopo un fine settimana trascorso in campagna con gli amici, e Guido, pur non essendo un detective, dovrà trovare la soluzione a questo intricato mistero.

Quella che potrebbe apparire come la classica trama da romanzo giallo ci fornisce invece lo spunto per la creazione di un romanzo totalmente incentrato sull'uomo e sull'io personale, in grado di mettere in luce le stranezze che si nascondono dentro le pieghe della banale quotidianità.
   Un'analisi sulle maschere che ciascuno indossa in società, un uomo alla ricerca di se stesso in una Bari fatta di luci (poche) e ombre (tante).
   Flashback, digressioni, pensieri in libertà, divagazioni divertenti e brillanti, specialmente i soliloqui interiori di Guido, esasperato e a tratti frustrato, in una realtà allucinata e schizofrenica che avvicina questo personaggio al lettore, suscitandone la simpatia e una notevole empatia.
   Immancabili anche le citazioni letterarie e musicali, che mostrano una delle tante passioni di uno scrittore multiforme come Carofiglio.
   Ma oltre a questi elementi, apparentemente più leggeri, l'autore sa donarci descrizioni umane profondamente toccanti, come quella dei genitori della ragazza scomparsa, rinchiusi in un inenarrabile dolore, o ancora la dolcezza nella descrizione di un cane abbandonato, salvato dalla strada.

Mi piace concludere con una piccola riflessioni sul titolo: le perfezioni provvisorie, una riflessione splendida e profonda, disarmante nella sua semplicità, che ci fa comprendere come le cose perfette siano davvero quelle che durano un solo istante, quelle lontane dalle certezze, quelle che durano quanto un bacio, un sorriso, uno sguardo di complicità, la nascita di un'idea tanto geniale quanto inaspettata, quelle che spezzano la routine come un fulmine a ciel sereno, proprio come accade alla vita del protagonista.